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Sanremo: il rito che l’Italia non sa di esportare

Il Festival di Sanremo incarna un paradosso culturale unico nel panorama europeo: per circa il 41% degli italiani è un evento da ignorare sistematicamente, eppure per stampa e pubblico stranieri rappresenta la finestra più autentica sulla contemporaneità italiana. I dati raccolti da fonti internazionali, sondaggi italiani, critici indipendenti e media di mezza Europa confermano che la frattura domestica e la fascinazione esterna sono due facce della stessa medaglia — e che questa tensione è esattamente ciò che rende Sanremo culturalmente significativo. Quello che segue è il dossier completo di ricerca, organizzato tematicamente per l’articolo.


Sanremo 2025: i numeri dell’edizione di Carlo Conti

La 75ª edizione (11-15 febbraio 2025), la prima del ritorno di Carlo Conti dopo il quinquennio Amadeus, si è chiusa con la vittoria di Olly (Federico Olivieri, 23 anni, genovese) con Balorda nostalgia, che ha ottenuto il 31% del televoto. I dati Auditel, con la nuova metodologia Total Audience che integra dispositivi digitali (aggiungendo circa 400.000 spettatori/sera rispetto alla misurazione tradizionale TV-only), restituiscono un quadro solido ma non trionfale.

I numeri sera per sera: prima serata 12,6 milioni (65,3% share), seconda 11,7 milioni (64,5%), terza 10,7 milioni (59,8%), serata cover 13,5 milioni (70,8% — anomalia storica: la quarta serata ha battuto la finale in numeri assoluti), finale 13,4 milioni (73,1%). La media delle cinque serate si è attestata a 12,4 milioni con share del 66,7%. Il picco assoluto di spettatori è stato di 16,7 milioni alle 22:09 della finale (Alberto Angela che presenta l’esibizione di Gabbani); il picco di share, 87,3%, è arrivato all’1:56 con la proclamazione del vincitore, che è salito al 97,5% tra i giovani alle 1:58.

Il confronto con l’era Amadeus rivela una traiettoria ascendente dello share (dal 52,2% medio del 2020 al 66,7% del 2025), ma con un caveat cruciale: l’analisi di Studio Frasi per Il Sole 24 Ore avverte che, a parità di metodologia, la finale 2024 di Amadeus (14,3 milioni, 74,1% TV-only) supera quella di Conti (13 milioni TV-only, 72,7%). I record annunciati da RAI sono dunque parzialmente inflazionati dal cambio di misurazione.

Il dato demografico più rilevante per l’articolo: lo share più alto non è tra gli anziani, ma tra i 15-24enni: 83,9% di media, con punte dell’88,4% in finale. Gli over 55 si fermano al 58,5%. Il Festival è diventato un unicorno televisivo dove i giovani guardano più degli adulti — l’esatto opposto del profilo standard di Rai 1. A livello regionale, la Puglia guida con il 74,5% di share, il Trentino-Alto Adige chiude con il 48,9%.

Sul fronte digitale: 576.000 dispositivi connessi in media su RaiPlay (+30% sul 2024), 13,5 milioni di visualizzazioni totali, 37 milioni di stream on-demand, 100.000 nuove iscrizioni a RaiPlay (60% under 35). Su Spotify, le canzoni di Sanremo 2025 hanno generato 1,95 miliardi di stream (dato FIMI). I ricavi pubblicitari hanno raggiunto 65,3 milioni di euro (+8,5% sul 2024).

Le controversie: una Top 5 interamente maschile (12 artiste in gara, nessuna ai primi cinque posti); i fischi dell’Ariston per il sesto posto di Giorgia (il pubblico ha scandito “Giorgia hai vinto!”); la coincidenza del numero 15 al televoto, assegnato per la quarta volta a un artista gestito dalla manager Marta Donà (anche Måneskin, Mengoni, Angelina Mango); il rifiuto di Olly di andare all’Eurovision, sostituito dal secondo classificato Lucio Corsi (poi quinto a Basilea).


Il 41% che dice no: anatomia del rifiuto italiano

Il sondaggio YouTrend del febbraio 2026 fornisce il dato più netto: il 41% degli italiani dichiara di non guardare MAI Sanremo, in nessuna edizione. Il 43% ha dichiarato che non avrebbe seguito l’edizione 2026. Solo il 17% si definisce “fedelissimo” (tutte le sere). Il profilo del non-spettatore è sorprendente: tra i pensionati il rifiuto raggiunge il 58%, tra gli over 55 il 54%, tra i residenti del Nord il 53%. Il Sud resta più fedele (25% guarda tutte le sere vs. 13% al Nord). Il dato del Termometro Politico (2023) aggiunge sfumature: il 54,6% degli italiani ritiene che il Festival sia peggiorato rispetto al passato, il 41,1% critica l’eccesso di messaggi politici dal palco, il 13,5% lamenta il declino qualitativo musicale.

La conferma numerica è arrivata con Sanremo 2026: la prima serata ha perso 3 milioni di spettatori rispetto al 2025 (9,6 milioni, 58% share — un crollo del 24%), il peggior risultato dalla quarta serata dal 1987 secondo Il Sole 24 Ore. L’analista Francesco Siliato (Studio Frasi) ha sentenziato: “È sicuramente un festival meno attrattivo. La platea complessiva è diminuita.” Codacons ha parlato di “flop”, imputandolo alla scelta di artisti sconosciuti al grande pubblico e alla “TikTokizzazione” del cast.

L’impossibilità di sfuggire a Sanremo anche volendolo è stata analizzata con lucidità da Lettera43 (febbraio 2026): “C’è un momento esatto in cui capisci di aver perso. Non quando cedi e accendi la tivù. Ma quando, mezz’ora dopo aver deciso di non farlo, guardi il telefono e Sanremo è già lì.” E ancora: “Per evitarlo dovresti spegnere tutto. Smartphone compreso. Un gesto estremo, quasi antisociale.” La conclusione è fulminante: “Non è un festival. È una repubblica.” Sanremo come flusso che non si può interrompere, come sistema totale che ingloba anche il suo rifiuto — la critica stessa diventa “il suo concime preferito.”

Lo scrittore napoletano Massimiliano Virgilio su Fanpage (2020) ha rivendicato il diritto alla minoranza: “Rivendico il mio diritto di essere minoranza… che poi è comunque la maggioranza del popolo italiano che Sanremo non lo guarda.” E con un’osservazione politicamente affilata: “Se quel mirabolante 50 e passa percento di share fosse 100, non sarebbe un bene per nessuno. Vivremmo in un regime totalitario.”


Intellettuali e controcultura: la critica che non si accontenta

La critica più strutturata all’edizione 2025 è firmata da Alberto Piccinini e Giovanni Robertini su Rolling Stone Italia (17 febbraio 2025), con il titolo che è già un manifesto: “Non c’è niente da ridere, a Sanremo 2025 ha vinto il nostro passato peggiore.” La loro tesi: il Festival incarna la “retromania” teorizzata da Simon Reynolds e Mark Fisher — la nostalgia di un passato mai vissuto, l’incapacità di immaginare un futuro. Collegano esplicitamente la vittoria di Olly al clima politico: “Se la nostalgia è la benzina del nuovo fascismo, quale mezzo migliore che usare le canzoni di Sanremo per misurare quanto ci manca ancora?” Coniano il termine “carlocontismo” per definire l’estetica sanitizzata e conformista del conduttore, e definiscono l’edizione “una Weimar all’amatriciana” — un ritorno ai cantautori “bianchi, maschi, italiani”.

Il Fatto Quotidiano (23 febbraio 2026) ha titolato “Sanremo 2026 non è un festival musicale, ma un rito di autoconservazione”, definendo Carlo Conti “il ragioniere dell’etere”“l’uomo che non invecchia, non cambia espressione e, soprattutto, non disturba il manovratore.” L’analisi inquadra il ritorno di Conti come una Restaurazione: dopo le occasionali deviazioni di Amadeus, la RAI “dei patrioti” ha richiamato ordine, disciplina e noia obbligatoria. Il verdetto: “L’unico vero vincitore è, come sempre, il conformismo più spinto.”

Jonathan Bazzi, scrittore e presidente della giuria del Premio Queer Sanremo 2026, ha descritto un “Festival sempre più attraversato da un clima culturale prudente, normalizzato, spesso apertamente governativo”, in una RAI che molti osservatori chiamano “TeleMeloni”. La sua conclusione: “Sono tempi molto bui… la cultura pop può essere pericolosamente narcotizzante.”

La saggista Lucrezia Ercoli ha offerto una chiave interpretativa decisiva: Sanremo come “sintesi degli opposti”, un organismo che assorbe ogni opposizione. “Una pacificazione che include richieste opposte non prevede un fuori. Dentro lo spettacolo c’è già tutto: ciò che è considerato normale e ciò che non lo è; ciò che è popolare e ciò che è indipendente; le pop star e gli intellettuali.” Citando La grande evasione di Gianni Borgna (1980), Ercoli suggerisce che il Festival è un sistema immunitario culturale che neutralizza qualsiasi critica incorporandola.

Il caso emblematico è Lo Stato Sociale, il cui brano Fottuti per sempre (2023, con Vasco Brondi) è diventato l’inno del pentimento indie: “La prima volta che vai a Sanremo / Sei una bomba che esplode in un convento / Dalla seconda volta sei già / Un coglione che fa parte dell’arredamento.” Il sito di critica musicale Sentireascoltare lo ha definito “il funerale dell’indie italiano.” Lo stesso Vasco Brondi, vincitore del Premio Tenco (la più prestigiosa anti-Sanremo istituzionale), ha rifiutato ogni partecipazione: “Se Conti mi dovesse chiamare lo ringrazierei, ma rimanderei l’appuntamento” (Il Messaggero, 2024). E i Coma Cose, prima di parteciparvi, ammettevano: “Sanremo era il luogo del male perché era il mainstream per eccellenza” (Editoriale Domani, 2023).

La genealogia della controcultura anti-Sanremo è lunga: i Cantacronache (1957-62) di Emilio Jona e Sergio Liberovici, con testi di Italo Calvino e Franco Fortini, crearono “canzoni realiste” esplicitamente contro le canzonette sanremesi; il Controfestival (1969) di Dario Fo e Franca Rame portò la protesta dentro il Teatro Ariston; il Club Tenco, nato dopo il suicidio di Luigi Tenco a Sanremo nel 1967, resta la contro-istituzione permanente. A questa tradizione si aggiungono le proteste politiche del 2025 fuori dalla sede RAI (Movimento studenti palestinesi, USB, Arci Roma, BDS Roma) con lo slogan “Vogliamo un’altra musica”, contro i legami Eurovision-Israele.


Lo sguardo straniero: quando il kitsch diventa mito

Ed è qui che il paradosso si materializza. Mentre il 41% degli italiani rifiuta il Festival e i critici più affilati lo smontano come macchina conformista, i media stranieri lo descrivono con aggettivi che nessun italiano userebbe mai senza ironia.

La taz (Die Tageszeitung, Berlino, febbraio 2025) offre forse la lettura più profonda: chiama Sanremo “das sagenumwobene Musikfestival” (il leggendario festival musicale) e “nationales Lagerfeuer” (il falò nazionale) che trascende ogni divisione socioculturale e politica. Il giornalista tedesco osserva che Sanremo e Ferragosto sono gli unici due momenti in cui “Italien im Ausnahmezustand” (l’Italia entra in stato d’eccezione). Ma la frase chiave è un’altra: “In der Überbetonung des vermeintlich Nebensächlichen kommt die Nation zu sich”“Nell’enfatizzazione del presuntamente marginale, la nazione ritrova se stessa.” Un’osservazione che nessun intellettuale italiano farebbe senza autocoscienza, e che un tedesco può formulare con naturalezza.

Le Petit Journal (Francia, 2026) usa il registro sacro: “La grand-messe de la chanson italienne” (la messa solenne della canzone italiana), “la semaine sainte de la chanson” (la settimana santa), “c’est un rite”. Descrive gli italiani come “épris (voire addicts)” — innamorati, persino dipendenti. La rivista accademica francese Italie-infos spinge l’analisi fino all’althusserismo, definendo Sanremo “élément-clé de l’appareil idéologique d’État de la chanson” (elemento chiave dell’apparato ideologico di Stato della canzone), con una “fonction politique tranquillisante, consolatrice, normalisatrice.” La diagnosi marxista dal Quai d’Orsay: “Sanremo est ce qu’il est, parce que l’Italie est ce qu’elle est; la crise de l’un reflète la crise de l’autre.”

I media spagnoli optano per l’epica: Conociendo Italia parla di “un fenómeno cultural italiano de proporciones épicas” dove “Italia se paraliza”, e conia un aforisma perfetto: “Sanremo no se mira: se comenta” (Sanremo non si guarda: si commenta). Monocle (Londra) lo definisce “Italy’s Super Bowl”, poi corregge il tiro: “un incrocio tra Eurovision e il Met Gala di New York, in versione più insulare.” Lo stesso articolo nota con understatement britannico che gli italiani restano incollati a guardare “musicians most of the world has never heard of.”

The Rake (Londra, 2024) raggiunge il tono più reverenziale: “A beacon of Italy’s artistic and stylistic contributions to the world”, “a celebration of Italian identity”, “a yearly pilgrimage to the heart of Italian elegance.” ESC Insight (sito Eurovision anglo-americano) lo paragona a ciò che “the Oscars is to Hollywood film, and Eurovision is to European gays” — e aggiunge: “It doesn’t matter if you speak Italian or not — there are things that happen at Sanremo that simply do not make sense.”

Un dato significativo emerge dall’assenza: nessun articolo dedicato a Sanremo 2024 o 2025 è stato trovato su Guardian, BBC, New York Times, Washington Post, NPR o Pitchfork. I grandi media mainstream anglosassoni ignorano sostanzialmente il Festival. La copertura straniera proviene da media specializzati (Eurovision community, riviste di lifestyle, stampa europea continentale) — creando un secondo livello del paradosso: Sanremo è invisibile all’America mainstream ma venerato dalla nicchia europea colta.

Un elemento particolarmente utile per l’articolo: un redattore di ESCBubble confessa che seguire Sanremo lo ha portato a “inadvertently learn Italian given about 80% of my playlists are made up of those artists” — imparare l’italiano per osmosi sanremese, il soft power involontario nella sua forma più pura.


L’esportazione involontaria: soft power senza strategia

Il riconoscimento istituzionale del Festival come strumento di proiezione culturale è recente. Il Presidente Mattarella ha ricevuto per la prima volta al Quirinale i protagonisti di Sanremo nel 2026 — un gesto senza precedenti che formalizza la canzone pop come patrimonio culturale nazionale. La Ministra del Turismo Daniela Santanchè ha esplicitato la funzione: “La cultura musicale del festival è uno strumento di promozione internazionale altamente efficace, capace di proiettare le nostre eccellenze nel mondo… una vetrina globale per l’Italia.”

I numeri dello streaming confermano un’audience internazionale in crescita: secondo Recensiamo Musica (dati Spotify 2025), i principali mercati esteri per le canzoni di Sanremo sono Germania, Svizzera e Spagna. RAI ha rimosso il geo-blocking su RaiPlay durante il Festival, consentendo lo streaming libero in tutto il mondo — un’ammissione implicita della domanda internazionale. Nel 2026, Montenegro (RTCG), Romania (TVR) e Albania (RTSH) hanno trasmesso il Festival, segnalando interesse da paesi non italofoni.

Il turismo diretto è quantificabile ma modesto: secondo JFC (marketing turistico, dati per Il Sole 24 Ore, 2026), la settimana del Festival genera 7.250 arrivi (+7,3%), 40.000 pernottamenti (+14,3%), permanenza media di 5,5 giorni, con un valore mediatico stimato di 150 milioni di euro. La convenzione RAI-Comune di Sanremo (2026-2028) vale 24,2 milioni più l’1% dei ricavi pubblicitari. Ma come nota VoloGratis.org, “ad oggi non esistono studi pubblici che dimostrino con certezza un aumento stabile dei flussi turistici attribuibile esclusivamente alla manifestazione” — il Festival funziona più come posizionamento reputazionale che come attrattore turistico diretto. Curiosamente, il blog di viaggio Igoa Adventure (scritto da stranieri) descrive Sanremo città come “more popular with local tourists than foreigners, which has kept it somewhat under the radar… and more affordable. This has meant it’s maintained an authentic vibe” — l’autenticità come prodotto dell’assenza di turismo di massa.

Il caso Mahmood 2019 resta il momento in cui il paradosso identitario è diventato internazionalmente visibile: la vittoria di un italo-egiziano con una canzone venata di arabo ha scatenato un dibattito nazionale che i media esteri (Euronews in particolare) hanno letto come prova che Sanremo è “a battleground for Italian national identity” — non intrattenimento ma campo di battaglia. Per lo sguardo straniero, questo ha reso il Festival ancora più affascinante.


La circolarità del paradosso: appunti per la tesi dell’articolo

L’incrocio dei dati raccolti suggerisce una tesi a più strati per l’articolo su Il Franti:

Primo strato — la divisione interna è reale ma non binaria. Non esistono due Italie (pro e anti Sanremo), ma un continuum che va dal fedelissimo pugliese (74,5% share) al pensionato del Nord che non ha mai guardato (58% di rifiuto tra i pensionati), passando per il giovane che guarda ironicamente su RaiPlay, il critico che lo smonta su Rolling Stone e poi lo commenta su WhatsApp, l’intellettuale che lo disprezza citando Pasolini ma ne conosce ogni dettaglio. Come scrive Lettera43, “la critica è il suo concime preferito” — il rifiuto alimenta il sistema.

Secondo strato — lo sguardo straniero vede ciò che l’italiano non può vedere. Il tedesco della taz coglie nel Festival il momento in cui “la nazione ritrova se stessa nell’enfatizzazione del marginale” — un’osservazione che presuppone distanza. Il francese lo analizza come apparato ideologico di Stato. L’inglese lo descrive come “Italy’s Super Bowl”. Lo spagnolo dice che “Italia si paralizza.” Nessun italiano descriverebbe così Sanremo senza ironia autoprotettiva. La vicinanza impedisce la meraviglia.

Terzo strato — il paradosso è il messaggio. Che il 41% degli italiani non guardi Sanremo e che il 97,5% dei giovani telespettatori sia sintonizzato all’1:58 di notte per la proclamazione del vincitore sono entrambi veri simultaneamente. Che Rolling Stone Italia lo definisca “una Weimar all’amatriciana” e The Rake lo chiami “a yearly pilgrimage to the heart of Italian elegance” sono descrizioni dello stesso oggetto. È questa compresenza di disprezzo e sacralità, di conformismo e autoespressione, di kitsch e rito, che rende Sanremo — involontariamente — la rappresentazione più fedele dell’Italia contemporanea. Lo straniero che scopre Sanremo non scopre un festival musicale: scopre il modo in cui gli italiani litigano su se stessi.

Come scriveva Dino Buzzati dal Corriere: “Il vero festival è sul divano a casa, non a Sanremo.” La nazione non si ritrova sul palco dell’Ariston, ma nel gesto collettivo di guardarlo, rifiutarlo, commentarlo, deriderlo e non riuscire a smettere di parlarne — esattamente ciò che uno straniero, sintonizzandosi per la prima volta su RaiPlay, riconosce immediatamente come inconfondibilmente italiano.


Appendice: citazioni chiave organizzate per uso nell’articolo

Voci italiane contro:

  • Pasolini (1969): “Il festival di Sanremo e le sue canzonette sono qualcosa che deturpa irrimediabilmente una società.”
  • Lo Stato Sociale (2023): “La prima volta che vai a Sanremo / Sei una bomba che esplode in un convento / Dalla seconda volta sei già / Un coglione che fa parte dell’arredamento.”
  • Piccinini/Robertini, Rolling Stone Italia (2025): “Se la nostalgia è la benzina del nuovo fascismo, quale mezzo migliore che usare le canzoni di Sanremo?”
  • Lettera43 (2026): “Non è un festival. È una repubblica.”
  • Il Fatto Quotidiano (2026): “L’unico vero vincitore è, come sempre, il conformismo più spinto.”
  • Vasco Brondi (2024): “Se Conti mi dovesse chiamare lo ringrazierei, ma rimanderei l’appuntamento.”
  • Coma Cose (2023): “Sanremo era il luogo del male perché era il mainstream per eccellenza.”
  • Lucrezia Ercoli: “Dentro lo spettacolo c’è già tutto: ciò che è considerato normale e ciò che non lo è.”
  • Jonathan Bazzi (2026): “Sono tempi molto bui… la cultura pop può essere pericolosamente narcotizzante.”

Voci straniere a favore (inconsapevole):

  • taz (Germania): “In der Überbetonung des vermeintlich Nebensächlichen kommt die Nation zu sich.”
  • Le Petit Journal (Francia): “La grand-messe de la chanson italienne… c’est un rite.”
  • Italie-infos (Francia): “Sanremo est ce qu’il est, parce que l’Italie est ce qu’elle est.”
  • The Rake (UK): “A yearly pilgrimage to the heart of Italian elegance.”
  • Monocle (UK): “Italy’s Super Bowl… musicians most of the world has never heard of.”
  • Conociendo Italia (Spagna): “Sanremo no se mira: se comenta.”
  • ESC Insight (US/UK): “What the Oscars is to Hollywood film, and Eurovision is to European gays.”
  • Ministra Santanchè (2026): “Una vetrina globale per l’Italia.”

Dati essenziali di sintesi:

  • 41% degli italiani non guarda MAI Sanremo (YouTrend 2026)
  • 83,9% di share tra i 15-24enni (Auditel 2025)
  • 97,5% di share giovanile alla proclamazione del vincitore (1:58 AM)
  • 12,4 milioni di media spettatori 2025, 66,7% share
  • 1,95 miliardi di stream Spotify da Sanremo 2025
  • Mercati Spotify esteri principali: Germania, Svizzera, Spagna
  • €65,3 milioni di ricavi pubblicitari 2025
  • Crollo 2026: -24% di spettatori alla prima serata
  • Trentino-Alto Adige: 48,9% share (minimo regionale) vs. Puglia: 74,5% (massimo)


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Ennio Martignago
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