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”Io non mi sento Sanremo…”

Nonostante il disprezzo degli intellettuali e la nostalgia dei boomer, Sanremo rimane lo specchio in cui l’Italia accetta di guardarsi, amando e odiando ciò che vede. È il dispositivo che permette alla nazione di smettere di essere un’espressione geografica per farsi, per una settimana, esperienza condivisa.

…ma per fortuna o purtroppo lo sono”

Giorgio Gaber

La Narrazione dell’Italia Futura

Sanremo 2026 è la sintesi perfetta tra la nostalgia di un passato rassicurante e la spinta verso un’identità fluida e iper-connessa. Come prodotto cultural-popolare secondo la definizione di Stuart Hall, esso riesce a far convergere le necessità delle Major e della RAI con i bisogni emotivi di un Paese in crisi d’identità.

Rispondendo al quesito fondamentale: l’Italia di Sanremo sta davvero evolvendo o sta solo mettendo in scena un’evoluzione orchestrata dal marketing? La realtà è che il Festival continua a svolgere la sua funzione di rito di coesione nazionale proprio perché è capace di truccare l’immagine riflessa nello specchio. Che si tratti di cittadinanza simbolica o di rivoluzioni vendute in boutique, Sanremo rimane l’unica piazza dove il Paese accetta di guardarsi, sospeso tra il desiderio di futuro e la sicurezza di un ritornello che conosciamo già tutti a memoria.

Ogni anno, con la puntualità di un rito cosmogonico, l’Italia si flette sotto il peso di un evento che sfida ogni logica di mercato e di gusto. Sanremo non è mai stato solo un concorso canoro; è un’istituzione nazionale e un rituale collettivo in cui la musica funge spesso da mero pretesto per una sosta forzata della coscienza collettiva. In un Paese storicamente frammentato, il Festival resta l’unico “pretesto” capace di generare share bulgari (regolarmente oltre il 60%) e di costringere un’intera nazione a guardarsi allo specchio, tra voluttà, polemica e un’estetica che fluttua tra il sublime e il kitsch più sfacciato.

La Cultura Partecipativa di un paese di fan e follower

Nel 2026, Sanremo ha completato la sua transizione a “Superbowl italiano”. La musica è diventata un mero pretesto; il vero evento è la coesione nazionale mediata dallo smartphone.

Riprendendo le teorie sulla cultura partecipativa di Henry Jenkins, Sanremo è oggi l’esempio perfetto di come il pubblico non si limiti a guardare, ma “perfori” l’evento insieme agli artisti.

Il catalizzatore di questa trasformazione è stato il FantaSanremo, un gioco che ha trasformato le esibizioni in una caccia al punteggio, influenzando il format stesso e spingendo gli artisti a piegare la loro presenza sul palco alle regole del web. Tuttavia, l’impatto digitale va oltre il gioco: i dati TalkWalker del 2021 mostrano un totale di 3,3 milioni di post social e 18,1 milioni di interazioni complessive. Questi numeri non descrivono solo il successo di un’app, ma la nascita di una comunità nazionale espansa che utilizza i social come un moderno “fandom” in cui ogni tweet è un atto di partecipazione attiva che definisce il successo o il fallimento dell’edizione.

L’eclissi del paradigma “boomer”: la conquista della Gen Z

Nel 1968, Ennio Flaiano, osservando la kermesse dalla poltrona di un amico, la liquidava con una ferocia intellettuale rimasta celebre: definiva lo spettacolo “anchilosato, futile, vanitoso, lercio e interessato”, un’arena per “gente che urla canzoni molto stupide e quasi tutte uguali”. Per decenni, questa etichetta di evento polveroso e rassicurante è rimasta incollata alle tende dell’Ariston.

Oggi, però, assistiamo a un’eclissi totale del vecchio paradigma. Il 41% della conversazione social appartiene alla fascia 18-24 anni. Se a questi aggiungiamo il segmento 25-34 (49,2%), scopriamo che uno sbalorditivo 90,2% dell’audience digitale è composto da under 35. Sanremo è diventato “auto-consapevole” della propria bizzarria: i giovani non lo subiscono, lo consumano attraverso un filtro ironico e una sensibilità camp. Lo guardano perché è “so bad it’s good”, trasformando ogni intoppo tecnico o ogni eccesso scenico in un meme virale. Il Festival non è più un rito per vecchi, ma un meta-spettacolo dove il pubblico è parte attiva dello scherzo.

Egemonia e Ideologia

Seguendo il pensiero di Antonio Gramsci, il Festival agisce come apparato della “società civile” volto a esercitare un’egemonia culturale. Attraverso la produzione di sistemi di valore condivisi, Sanremo unisce il “blocco sociale” italiano, rendendo “naturale” l’assetto di potere vigente e mediando i conflitti attraverso la narrazione spettacolare.

Sintesi dell’Evoluzione Mediale

  • Fase Radiofonica (1951-1954): Nata per rinnovare il repertorio nazionale in modo unidirezionale.
  • Fase Televisiva (dal 1955): Il Festival entra nello spazio domestico come rito visivo. La finale del 1955 fu trasmessa in Eurovisione a cinque paesi (Francia, Belgio, Olanda, Germania, Svizzera), internazionalizzando il brand.
  • Fase Digitale/Interattiva (Anni 2000): Il computer diventa “metamedium” per una fruizione interattiva.
  • Fase Social (Era Amadeus): Transizione verso la “cultura partecipativa” e la co-produzione di senso.
Sanremo infografica

Più che alle urne è a Sanremo che si trova chi si sente italiano.

Aldo Grasso definisce il Festival un “atto cosmogonico”: un rito che ogni anno rigenera l’identità nazionale attraverso il sacrificio collettivo e la celebrazione. La sua resilienza si fonda su tre pilastri strategici:

  1. Adattabilità Culturale: Capacità di fagocitare le subculture (Indie, Rap) rendendole mainstream.
  2. Integrazione Digitale: Trasformazione di un palinsesto rigido in un evento cross-mediale “giocabile”.
  3. Egemonia dei Valori: Funzione di forum sociale controllato per temi caldi (genere, cittadinanza).

Sanremo rimane un paradosso vivente: pur essendo percepito come “una cosa da vecchi”, resta il dispositivo più avanzato per interpretare la rivoluzione dei linguaggi e le contraddizioni dell’anima italiana.

Sanremo si conferma l’unico “prodotto cultural-popolare” capace di stringere un’immensa platea in un’epoca di frammentazione mediale estrema. Seguendo la tesi di Aldo Grasso, il Festival è un “sacrificio collettivo” e un “atto cosmogonico”: un rito fondativo che ogni anno ricrea l’identità nazionale attraverso la polemica e l’esposizione pubblica.

Nonostante il disprezzo degli intellettuali e la nostalgia dei boomer, Sanremo rimane lo specchio in cui l’Italia accetta di guardarsi, amando e odiando ciò che vede. È il dispositivo che permette alla nazione di smettere di essere un’espressione geografica per farsi, per una settimana, esperienza condivisa. Sanremo sopravvive perché è l’unico luogo dove l’Italia accetta di celebrare i propri conflitti, confermando la definizione di Colombo ed Eugeni: un apparato tecnologico e istituzionale che, pur nel declino della qualità discografica, rimane il cuore pulsante del nostro immaginario collettivo.

Sanremo opera come una fotografia istantanea che l’Italia scatta a se stessa. È l’unico spazio in cui la subcultura indie viene istituzionalizzata e le tensioni generazionali trovano una sintesi, spesso rumorosa. Quando i fiori appassiscono e il palco viene smontato, ciò che resta è la consapevolezza che il Festival è un rito necessario per generare un senso di comunità attraverso la critica e la polemica.

Sopravvive perché è l’unico momento dell’anno in cui accettiamo di guardarci in faccia, con tutta la nostra “trashness” e le nostre contraddizioni. Resta però un’incognita sospesa: siamo noi a cambiare Sanremo con i nostri tweet, o è Sanremo che, anno dopo anno, continua a dettare i confini di ciò che definiamo “italiano”?

Ulteriore Approfondimento: Il Rito che l’Italia non sa di star esportando


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Ennio Martignago
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