Tecnologie come terreno d’incontro?

Nel 2001, Marc Prensky propose una distinzione che ebbe enorme successo: i “nativi digitali”, cresciuti circondati da computer, videogiochi, email, Internet e cellulari, per cui la tecnologia digitale è “lingua madre”.

L’idea conquistò educatori, aziende, media. Sembrava spiegare le differenze generazionali osservate nei primi anni 2000. Ma questa categorizzazione crea divisioni che non corrispondono alla realtà. Prensky stesso l’ha poi ridimensionata, riconoscendola troppo semplicistica.

Il problema non è chi chiamiamo “nativi digitali”, ma l’idea stessa di un confine netto tra chi “capisce” la tecnologia e chi no.

Chi negli anni ’80 accendeva un Commodore 64 trovava un cursore lampeggiante. Chi oggi usa smartphone ore al giorno può non capire come funzioni un algoritmo. L’età non determina automaticamente la competenza.

La categoria divide invece di aiutare a comprendere.

Stabilisce chi “appartiene” al digitale e chi no, ostacolando proprio il dialogo necessario. Mentre si tenta di dividere la società in categorie, chi guida i nuovi imperi tecnologici impara da altre generazioni e si affianca a competenze diverse, indipendentemente dall’età.

Due epoche, stesse scelte

Una persona di quattordici anni nel 1984 con il Commodore 64. Una persona di quattordici anni nel 2014 con smartphone e laptop. Cosa avevano in comune?

Nel 1984 c’era chi caricava giochi da cassetta aspettando venti minuti, e chi apriva il manuale del BASIC per sperimentare. Nel 2014 c’era chi giocava su PlayStation 4, e chi apriva Visual Studio per sperimentare con Java o Python.

La differenza non era tra chi programmava e chi no. Quella divisione esisteva in entrambe le epoche. La scelta restava la stessa: usare la tecnologia che altri hanno creato, o creare con quella tecnologia. Entrambe legittime, presenti a ogni età, in ogni momento storico. 

Non è questione di quando sei nato, ma di come scegli di relazionarti con gli strumenti del tuo tempo.

Il presente come terreno d’incontro

Le categorie generazionali costruiscono muri. Ma la realtà è più sfumata.

Un sessantenne che programmava in BASIC negli anni ’80 può oggi usare Claude o ChatGPT per sviluppare in Python – gli strumenti cambiano, la curiosità resta. Un ventenne può usare TikTok senza capire come funzioni l’algoritmo. 

L’età è una variabile, non un destino.

Serve attraversare questi confini artificiali, stare nel presente dove generazioni diverse possono imparare reciprocamente. Richiede disponibilità: volontà di incontrare l’altro, di ascoltare e imparare da esperienze diverse.

Sminuire un’esperienza temporalmente “erano altri tempi” nega l’ingegno dietro quella esperienza. Ogni epoca ha affrontato problemi trovando soluzioni creative entro limiti tecnologici specifici. Quella memoria è preziosa.

Non a caso, i Large Language Models funzionano imparando da memoria vastissima di esperienze passate. L’esperienza umana contiene conoscenza che può illuminare problemi nuovi.

Il dialogo tra generazioni è necessità pratica, non optional sentimentale.

La tecnologia evolve rapidamente: chi ha visto trasformazioni precedenti offre prospettiva, chi cresce con nuovi strumenti porta integrazione.

Le etichette dividono. Il presente unisce.

Servono spazi di incontro: workshop intergenerazionali, progetti condivisi, scambi dove l’età diventa risorsa. Farlo avvenire spetta a ognuno di noi.

Andare oltre le etichette è possibile usando la tecnologia come terreno di incontro.

Insieme possiamo comprendere quando delegare a una piattaforma e quando capire come siamo usati.

Possiamo fare scelte consapevoli invece di accettare quelle subdolamente imposte.

E riportare la tecnologia a ciò che è: strumento che altri ci danno secondo loro principi, ma che dobbiamo usare secondo responsabilità e necessità nostre, non indotte.

Il dialogo tra generazioni offre prospettiva per vedere le strutture, integrazione per navigarle, libertà per scegliere come viverle.


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Massimo V.A. Manzari
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