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Noia, elogio o condanna: un paradosso sospeso

La noia non è né virtù né vizio. È un campo di battaglia dove si combattono le tensioni irrisolte della modernità: tra lavoro e ozio, tra stimolazione e contemplazione, tra privilegio e oppressione, tra algoritmo e coscienza.

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La noia è l’unico stato dell’animo che la modernità non ha saputo né eliminare né accettare. La Silicon Valley le ha dichiarato guerra, la filosofia l’ha elevata a sacramento laico, la neuroscienza la misura in scariche di dopamina e il capitalismo la produce industrialmente per poi venderne l’antidoto. Intanto un adolescente su due scrolla il telefono per “ammazzare il tempo” — un’espressione che rivela tutto: il tempo come nemico, la vita come qualcosa da cui difendersi. Questo articolo non cerca una sintesi. Cerca le contraddizioni. Perché sulla noia, chiunque abbia ragione ha anche torto.


Il riflesso condizionato del display

Cominciamo da una scena che conosci. Sei in coda al supermercato, in ascensore, o stai aspettando che un file venga caricato. In quei pochi secondi di sospensione — tre, forse cinque — scatta qualcosa: la mano scivola in tasca, lo schermo si accende, il pollice comincia a scorrere. Non stai cercando notizie urgenti. Non stai rispondendo a nessuno. Stai fuggendo. Da cosa? Dal silenzio. Dall’assenza momentanea di stimoli. Da ciò che per secoli si chiamava semplicemente attesa, e che le filosofie di ogni latitudine hanno considerato una delle condizioni più produttive dell’esistenza umana.

Questa piccola scena quotidiana è la cartina di tornasole di una trasformazione epocale. La noia — che per secoli è stata la culla della contemplazione, il punto di partenza di Frankenstein (Mary Shelley, bloccata a Villa Diodati durante un’estate piovosa del 1816), delle intuizioni di Einstein sulla relatività, delle grandi narrazioni della letteratura mondiale — è stata declassata a nemico pubblico. Un fastidio da abbattere con scariche di pixel, notifiche, audio a 1,5x. Non è un fatto banale. È una catastrofe silenziosa.

Ma attenti. Questa stessa affermazione — la noia è preziosa, dobbiamo reimpararla — è diventata a sua volta un luogo comune da wellness influencer, un argomento da retreat di meditazione per dirigenti, un’ideologia del vuoto che nasconde le proprie contraddizioni di classe. Allora forse il punto non è difendere la noia o combatterla. Il punto è capire di quale noia stiamo parlando, chi la vive, chi la subisce e chi ci guadagna.


Non tutte le noie sono uguali

Autoritratto mentre sbadiglia Joseph Ducreux

Prima di ogni altra cosa, bisogna demolire l’equivoco di fondo: la noia non è mai stata una cosa sola.

Quando Heidegger dedicò un intero ciclo di lezioni (1929-30) alla Langeweile — letteralmente, “il tempo lungo” — distingueva tre forme radicalmente diverse. C’è l’essere annoiati da qualcosa: aspetti un treno, l’oggetto della noia è identificabile, passa quando il treno arriva. C’è l’annoiarsi con qualcosa di più sottile: sei a una cena che doveva divertirti e non ti diverte, non sai bene perché, la causa è sfuggente. E poi c’è la forma che Heidegger chiama tiefe Langeweile — la noia profonda — che in tedesco prende la forma impersonale: «es ist einem langweilig». Ci si annoia, e basta. Non c’è più un oggetto, non c’è un soggetto definito. Il tempo e lo spazio collassano. Quello che resta è un vuoto che, per Heidegger, rivela qualcosa di essenziale sull’essere. Non è una forma di disagio: è una forma di verità.

Poi ci sono le classificazioni più moderne. La noia situazionale, legata al contesto (una riunione infinita, un compito ripetitivo), scompare appena la situazione cambia. La noia cronica, che invece è un tratto caratteriale, una predisposizione che prescinde dalle circostanze: queste persone si annoiano ovunque, sempre, indipendentemente da ciò che accade intorno a loro. E infine quella che le slide di NotebookLM chiamano con una certa efficacia visiva “il lato oscuro”: la noia che diventa patologia, porta alla depressione, all’ansia, ai comportamenti a rischio.

Confondere queste forme è l’errore che commettono quasi tutti, inclusa buona parte della letteratura pop che vuole “riabilitare la noia”. Proporre a chi soffre di noia cronica di “abitarla” è come suggerire a chi ha una gamba rotta di fare jogging.


Schopenhauer aveva ragione sul pendolo, ma non è una buona notizia

Schopenhauer cristallizzò il punto con una formula che non ha perso un grammo di peso: «La vita oscilla come un pendolo tra il dolore e la noia». Da un lato il desiderio, dall’altro la sazietà. Non appena ottieni ciò che desideravi, il “Velo di Maya” cade — l’oggetto perde il suo fascino, e ciò che rimane è il vuoto. Non c’è scampo strutturale. O stai soffrendo perché desideri, o ti stai annoiando perché hai già ottenuto.

Leopardi — che Schopenhauer ammirava senza averlo frequentato molto direttamente — portò questo insight alle sue conseguenze più nichiliste. Per lui la noia non è un segnale del vuoto: è il vuoto. «La noia è la più sterile delle passioni umane. Com’ella è figlia della nullità, così è madre del nulla» (Zibaldone). Il mondo non offre nulla di sufficientemente grande per soddisfare il desiderio umano, che è infinito. Ogni oggetto del desiderio è finito. Quindi ogni soddisfazione è illusoria. La noia è la sensazione che rimane quando l’illusione si dissolve.

Cioran, l’ultimo grande pessimista, portò questa tradizione alle conseguenze più estreme e — bisogna ammetterlo — alle più divertenti. Osservando i gorilla allo zoo, notava la loro perfetta tolleranza della monotonia: «Non conoscono dunque la noia? Questa domanda è propria dell’uomo, una scimmia indaffarata.» Il bisogno di novità — quello che oggi guida l’algoritmo di TikTok — per Cioran era «il segno di un gorilla smarrito». L’inazione è divina. L’uomo è l’unico animale che non la sopporta. L’antidoto alla noia? La paura. Il che spiega molte cose sull’architettura delle notifiche.

Questi tre pensatori condividono un’intuizione che vale la pena tenere ferma: la noia non è un accidente dell’esistenza umana. È una sua struttura portante. Cercare di eliminarla non è possibile. Cercare di ignorarla è pericoloso. La questione è cosa farne.


La noia come meccanismo adattivo (e i suoi limiti)

Serious Snack 2011 Hope Gangloff

La psicologia contemporanea ha compiuto un cambio di paradigma significativo. Negli ultimi vent’anni, la noia è passata dall’essere trattata come un disturbo da correggere a essere letta come un segnale, un meccanismo adattivo con una funzione precisa. James Danckert e John Eastwood — tra i ricercatori più citati sul tema — descrivono la noia come lo stato in cui desideriamo essere coinvolti in qualcosa di significativo, ma non riusciamo a trovare nulla che ci assorba. La mente è attiva. Il mondo intorno è inadeguato. Questa tensione irrisolta genera un disagio che, nella visione adattiva, serve a spingerci a cambiare direzione: come la fame ci spinge a cercare cibo, la noia ci chiede di interrompere routine che non funzionano più.

Uno studio pubblicato su Nature Communications Psychology nel 2025 ha formalizzato questa idea nel modello dell’omeostasi cognitiva: la noia è il segnale che le nostre risorse cognitive non vengono utilizzate al meglio, un allarme che ci spinge a riorientare l’attenzione verso qualcosa di più adatto. Evolutivamente, avrebbe avuto senso: un antenato che restava bloccato in attività sterili senza spingere a esplorare alternative avrebbe avuto meno probabilità di sopravvivere.

Ma qui arriva la prima critica di rilievo, e viene dall’interno del campo stesso. John Eastwood — sì, lo stesso che ha contribuito a costruire il paradigma adattivo — è diretto quando gli chiedono se “coltivare la noia” sia una buona idea: «Non credo che coltivare la noia sia una buona cosa. Non direi che è una buona cosa provare dolore.» La noia, nella sua visione, è intrinsecamente negativa: è un segnale utile, ma non per questo piacevole, né da ricercare deliberatamente.

Josefa Ros Velasco, fondatrice della International Society for Boredom Studies, ha demolito con sistematicità i miti della “boredom positivity”: il mito che la noia renda creativi (vera solo in condizioni molto specifiche, non generalizzabile), il mito che sia desiderabile provarne. «Per coloro che lottano per sfuggire alla noia cronica, questi miti sono stigmatizzanti, e producono una nauseante superiorità morale e intellettuale da parte di chi li perpetua.»

Il dato clinico è impietoso. Lo studio Whitehall II — 7.524 funzionari britannici seguiti per vent’anni — ha trovato che chi riferiva «molta noia» aveva il 37% in più di probabilità di morire e un rischio cardiovascolare 2,53 volte superiore. La noia cronica è associata a depressione, ansia, abuso di sostanze, gioco d’azzardo compulsivo. L’ADHD presenta un legame con la propensione alla noia che ha un effect size di d=2,09 — una misura enorme in statistica psicologica. Non è il ritratto di qualcosa da preservare.


Chi difende la noia (e perché dovremmo sospettarne)

Interno con donna seduta 1864 1916 Vilhelm Hammershøi

Eppure. La tradizione filosofica che difende la noia è vasta, autorevole e tutt’altro che liquidabile.

Nietzsche è il primo che viene invocato, quasi sempre a sproposito. La frase «la noia è madre della creatività» non esiste nei suoi testi. Quello che scrisse è più interessante: «Chi si trincera completamente contro la noia si trincera anche contro se stesso: non berrà mai la bevanda più corroborante dalla propria fonte interiore» (Il viandante e la sua ombra). Non è un elogio del vuoto. È una constatazione amara: la noia è il prezzo dell’autoconoscenza. Altrove, però, è brutale: «Contro la noia perfino gli dèi lottano invano». Nessuna soluzione, solo la tensione.

Walter Benjamin offrì la metafora più bella e più fraintesa: «La noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza» (Il narratore, 1936). Quasi nessuno legge il contesto. Benjamin sta descrivendo la morte della narrazione orale — quella che richiedeva ore di lavoro silenzioso al telaio perché le storie potessero maturare e trasmettersi. L’uccello incantato sta morendo. Nell’Arcades Project, Benjamin identifica la noia come «la soglia delle grandi imprese» — ma solo quando è congiunta alla sua «antitesi dialettica», l’azione trasformativa. Senza quell’antitesi, è inerzia. I flâneur annoiati delle gallerie parigine sono per Benjamin non eroi, ma sintomi.

Bertrand Russell, con In Praise of Idleness (1932), difendeva non la noia ma l’ozio attivo: «Una gran quantità di danno viene fatto nel mondo moderno dalla credenza nella virtuosità del lavoro». La morale del lavoro è «la morale degli schiavi». Ma Russell distingueva nettamente l’ozio creativo dall’ozio passivo — quello prodotto dall’esaurimento da superlavoro, dal cinema e dalla radio. E in La conquista della felicità scrisse la frase che andrebbe incisa su ogni smartphone: «Una generazione che non riesce a tollerare la noia è una generazione di persone piccole.»

Adam Phillips, psicoanalista, scrisse che «la capacità di annoiarsi è una conquista evolutiva del bambino» (On Kissing, Tickling, and Being Bored, 1993). Il bambino annoiato sta «aspettando se stesso», negoziando segretamente la speranza. La noia è «quell’assurdo e paradossale desiderio: il desiderio di un desiderio». Bellissimo. E qui scatta la trappola.

Noia

La trappola di classe: chi può permettersi il vuoto

La difesa filosofica della noia ha un punto cieco enorme, e bisogna nominarlo senza diplomatismi.

Schopenhauer lo ammetteva candidamente: «Mentre le classi inferiori sono impegnate in una lotta incessante con il bisogno, le classi superiori conducono una battaglia costante e spesso disperata con la noia». Kierkegaard era più brutale: «Coloro che annoiano gli altri sono i plebei». La noia-come-esperienza appartiene alle classi colte; agli altri resta solo l’essere noiosi.

L’etnografia recente ha ribaltato e complicato questo schema. Ricerche di campo nell’Europa post-socialista e nell’Africa postcoloniale — citate da Finkielsztein e Wagner — documentano la noia come piaga dei più vulnerabili, non dei privilegiati. Hanno coniato il concetto di «noia strategica»: la noia usata come arma di controllo. I senzatetto esclusi dai centri commerciali. I rifugiati confinati nei centri di detenzione. I lavoratori giapponesi esiliati nelle oidashi beya — le “stanze di bandimento” dove i dipendenti vengono lasciati senza compiti per settimane, deliberatamente, fino a che le dimissioni non sembrano l’unica via d’uscita. In questi casi, la noia non è anticamera della creatività. È una forma di tortura amministrativa.

La differenza è strutturale: per chi ha risorse, la noia può generare «curiosità produttiva» — l’inquietudine del dirigente diventa startup, l’ennui dello studente benestante diventa gap year rigenerativo. Per il genitore single con tre lavori, la noia è «un’altra forma di esaurimento». Per l’operaio che scannerizza pacchi per dieci ore consecutive, la noia è «una forma di reclusione».

Quando Heidegger scriveva «Siamo seduti in una stazione ferroviaria…», il soggetto era un professore di filosofia sempre più celebre, il cui viaggio sarebbe presto diventato interessante. Peter Levine (Frontiers in Sociology, 2023) lo nota con precisione: «In breve, è privilegiato.»

Betty Friedan lo dimostrò per le donne. Il «problema senza nome» di The Feminine Mystique (1963) era fondamentalmente noia — «uno strano fermento, un senso di insoddisfazione». Ma bell hooks smascherò il limite di Friedan: il suo femminismo riguardava «donne bianche diplomate, di classe media e alta, casalinghe annoiate dall’ozio». Le donne della classe operaia e le donne di colore non avevano il lusso di quella varietà di noia. La noia autentica — quella che può diventare risorsa — richiede tempo. E il tempo ha un costo che non tutti possono pagare.


Il capitalismo ha bisogno della tua noia

Supermarket Lady 1969 Duane Hanson

La relazione tra noia e capitalismo è un circolo vizioso che nessuno dei due può permettersi di spezzare.

Mariusz Finkielsztein ha dimostrato che «la noia costituisce l’umore di fondo del capitalismo, specialmente del capitalismo dei consumi» (European Journal of American Studies, 2022). Il sistema produce un homo consumens «socializzato a essere passivo, guidato dai desideri e dai sogni, dipendente dalla novità». La spirale funziona così: (1) emerge la noia → (2) si forma un desiderio specifico → (3) soddisfazione attraverso il consumo → (4) sazietà e delusione → (5) ri-emergere della noia. «Perché il capitalismo dei consumi funzioni, la sequenza non può essere interrotta.»

Adorno aveva già visto tutto. In Tempo libero (1969): «La noia è disperazione oggettiva». È «sintomatica delle deformazioni perpetrate sull’uomo dalla totalità sociale, la più importante delle quali è sicuramente la diffamazione e l’atrofia dell’immaginazione». E poi la frase decisiva: «Se le persone fossero in grado di decidere da sole di sé e della propria vita, non avrebbero bisogno di annoiarsi. La noia è il riflesso di un’opacità oggettiva.» Non è un problema individuale. È un problema di sistema.

David Graeber (Bullshit Jobs, 2018) aggiunse il pezzo mancante: stima che il 37-40% dei lavori siano completamente inutili, e che almeno metà del lavoro nei lavori non-inutili sia ugualmente privo di senso. La noia distribuita in modo diseguale: gli operai subiscono accelerazioni e downsizing, mentre i livelli superiori proliferano di posizioni manageriali prive di significato. Citando Orwell: «Questo istinto di perpetuare il lavoro inutile è, in fondo, semplicemente paura della folla.»

Mark Fisher sintetizzò tutto nella formula più potente: «Nessuno è annoiato, tutto è noioso». Sotto il realismo capitalista, l’esperienza soggettiva della noia viene gestita attraverso la stimolazione costante, mentre le condizioni oggettive — lavoro privo di senso, cultura vuota — diventano sempre più noiose. Nessun soggetto capace di annoiarsi: i suoi studenti erano «alternativamente accasciati sulle sedie o impegnati coi loro iPhone» — simultaneamente annoiati e sovrastimolati. L’uno non esclude l’altro; anzi, si alimentano a vicenda.

La noia come resistenza, però, ha una sua storia. I situazionisti affermavano: «La noia è sempre controrivoluzionaria. Sempre.» Ma dialetticamente: la noia è controrivoluzionaria perché il sollievo standard (più spettacolo, più merce) è «più del medesimo». L’esperienza della noia, però, può essere catalizzatore — se dirottata lontano dal consumo. Jenny Odell (How to Do Nothing, 2019): «Il punto del non fare nulla non è tornare al lavoro riposati e pronti a essere più produttivi, ma mettere in discussione ciò che attualmente percepiamo come produttivo.»


Il paradosso digitale: lo schermo cura e produce la malattia

Veniamo al nodo più aggrovigliato. La tecnologia elimina la noia o la moltiplica? Entrambe le cose, nel senso peggiore possibile.

Il termine “Brainrot” — marciume cerebrale, eletto Oxford Word of the Year 2024 — descrive il torpore apatico derivante dall’iper-consumo di contenuti digitali privi di valore. A differenza della noia “classica”, che è un’attesa di senso, il Brainrot è un torpore passivo, una deriva verso l’apatia. È lo stato del 3 AM brainrot: bloccati in loop di video vuoti nel cuore della notte, privati di ogni potenziale generativo. La felicità è costantemente differita al contenuto successivo, in un inseguimento infinito che non sazia mai.

Tam e Inzlicht (2024, Journal of Experimental Psychology: General) hanno condotto sette esperimenti su oltre 1.200 partecipanti, dimostrando quello che intuitivamente si percepisce ma raramente si ammette: skippare video, fare fast-forward, passare da un contenuto all’altro non allevia la noia — la intensifica. Più cambi, più ti annoi. Il meccanismo divide l’attenzione, alza il livello desiderato di coinvolgimento, riduce il senso di significato. È la spirale dello scrolling: più fuggi la noia, più la alimenti.

Anna Lembke (Dopamine Nation, 2021) usa un’immagine brutale ma accurata: lo smartphone è «la siringa ipodermica moderna, che somministra dopamina digitale 24/7». Il modello è quello della bilancia piacere-dolore. Stimolazioni ripetute creano tolleranza — servono più stimoli per la stessa soddisfazione. I recettori D2 della dopamina si desensibilizzano, esattamente come accade con le sostanze. Un meccanismo recentemente confermato da studi su Nature Neuroscience (2025). I topi di Yawata (2023) hanno rivelato qualcosa di ancora più inquietante: il rilascio di dopamina non arriva dopo l’appagamento come ricompensa, ma precede il comportamento guidato dalla noia. Non premi la noia con la dopamina. È la dopamina che ti spinge disperatamente a cercare.

Tutto questo ha conseguenze sulla struttura stessa del cervello. Il Default Mode Network — la rete neurale che si attiva quando non siamo impegnati in compiti specifici — è il substrato neurologico della creatività, dell’introspezione e della proiezione autobiografica. È lui che, nel silenzio, crea connessioni tra memorie e concetti distanti, genera intuizioni, produce narrazioni spontanee. L’iperstimolazione digitale impedisce la sua piena attivazione. Ogni notifica, ogni content switch, lo interrompe proprio mentre sta iniziando a lavorare. Stiamo, letteralmente, sabotando il nostro pensiero creativo in tempo reale.

I critici del panico tecnologico, tuttavia, hanno argomenti non trascurabili. Amy Orben (Perspectives on Psychological Science, 2020) ha documentato il «ciclo sisifico dei panici tecnologici»: Socrate temeva che la scrittura avrebbe distrutto la memoria; panici simili investirono romanzi, radio, televisione, videogiochi. Orben e Przybylski (Nature Human Behaviour, 2019) trovarono che l’associazione tra tecnologia digitale e benessere adolescenziale è negativa ma minuscola — paragonabile all’effetto di portare gli occhiali o mangiare patate. Fumare marijuana o subire bullismo aveva effetti enormemente più forti. Ridurre il tempo sui social media, secondo esperimenti randomizzati di Christopher Ferguson, non migliora la salute mentale. I suicidi giovanili in Europa sono leggermente diminuiti durante l’era dei social.

Il filosofo Andreas Elpidorou ha offerto l’intuizione più cinica e probabilmente più accurata: «Quando divento cinico, penso che i giganti della tecnologia vogliano mantenerci leggermente annoiati, ma non troppo e non profondamente, perché altrimenti interromperemmo totalmente l’attività online». La noia è il carburante dell’economia dell’attenzione, non il suo nemico. Reed Hastings di Netflix diceva che il più grande concorrente di Netflix è il sonno. Pascal avrebbe annuito, ma per ragioni opposte.


Una generazione annoiata a morte (nel senso letterale)

Solitudine 1925 1926 Mario Sironi

I dati sui giovani sono allarmanti — e il panico intorno a quei dati è altrettanto pericoloso.

Il 91-98% degli adolescenti nordamericani riferisce di provare noia regolarmente. Il 30-40% del tempo scolastico è percepito come noioso. La noia è la seconda ragione più citata per l’assenteismo scolastico (dati PISA 2022). In Italia, il 38% degli adolescenti passa più di cinque ore al giorno online; uno su due scrolla i social come semplice “riempitivo”. Il 75% si sente «a volte solo» nonostante — o a causa di — la connessione permanente. Uno su quattro si confida con ChatGPT anziché con esseri umani.

Lo studio di Weybright et al. (2020) su 106.784 studenti americani tra 2008 e 2017 documenta un aumento storico della noia negli adolescenti, con un’accelerazione significativa dal 2010 — anno non casuale, coincide con la diffusione di massa degli smartphone. La noia delle ragazze cresce di circa l’1,7% ogni anno. Jonathan Haidt (The Anxious Generation, 2024) sostiene che il passaggio dall’«infanzia basata sul gioco» all’«infanzia basata sul telefono» ha causato un’epidemia di malattia mentale: tra i 10-14enni, gli accessi al pronto soccorso per autolesionismo sono aumentati del 188% per le ragazze e del 48% per i ragazzi.

Ma Candice Odgers (UC Irvine) ha scritto su Nature che le affermazioni di Haidt «non sono supportate dalla scienza» e alimentano «un’isteria crescente». Christopher Ferguson ha pubblicato meta-analisi che mostrano come ridurre il tempo sui social non migliori la salute mentale. Lo stesso collaboratore di Haidt, Zach Rausch, ammette: «Sono totalmente aperto all’idea che forse ci sbagliamo in parte». Il quadro è incerto. Il panico, però, è molto certo — e di quel panico qualcuno approfitta.

Il legame tra noia e comportamenti a rischio negli adolescenti è invece solido. Ricerche italiane (Biolcati, Mancini e Trombini, Università di Bologna) su 478 adolescenti confermano: alta propensione alla noia → più tecnologia, meno sport, più binge drinking, rischio maggiore di dipendenza da internet. Uno studio croato del 2024 associa la noia a tutti i comportamenti a rischio: disturbi alimentari, alcol, cyberbullismo, furti. E il legame con l’ADHD è, come già detto, esplosivo: effect size d=2,09.


La pedagogia del tempo lento (e chi può permettersela)

Summer in the city 1950 Edward Hopper

C’è un fronte su cui quasi tutti concordano: i bambini. L’American Academy of Pediatrics — non esattamente un’istituzione radicale — afferma che la noia è essenziale per lo sviluppo dell’autonomia e della capacità di gestire l’incertezza. Il gioco destrutturato — quello in cui il bambino non sa cosa sta per fare — è il laboratorio dove si costruisce la corteccia prefrontale, il senso di sé, la capacità di tollerare la frustrazione.

I bambini apprendono la paura della noia osservando il bisogno compulsivo degli adulti di “riempire” ogni vuoto. Ogni genitore che porge il telefono al figlio che si lamenta «mi annoio» sta insegnando un riflesso condizionato preciso: il vuoto è un’emergenza, lo schermo è la soluzione. Non è una critica morale — è una descrizione di un ciclo che si trasmette.

Adam Phillips lo diceva con precisione psicoanalitica: il bambino annoiato sta «aspettando se stesso». Sta negoziando, in silenzio, con il suo desiderio autentico. È un lavoro interiore essenziale, che non si fa quando c’è sempre qualcosa da consumare.

Ma anche qui: chi può permettersi di non porgere il telefono? Il genitore esausto che lavora dodici ore non ha l’energia pedagogica del genitore con risorse e tempo. La “pedagogia del tempo lento” è, ancora una volta, un lusso distribuito disegualmente.


Byung-Chul Han, Pascal, e l’ultima domanda

Malinconia 1894 Edvard Munch

Due pensatori restano come cornici del paradosso finale.

Byung-Chul Han — il filosofo coreano-tedesco che in La società della stanchezza (2010) ha descritto la nostra epoca come dominata da «soggetti della prestazione» incapaci di indugiare — offre la diagnosi più netta: siamo diventati macchine che si autosfruttano. «Chi cerca di vivere più in fretta finirà anche per morire più in fretta.» La vita contemplativa — di cui la noia è anticamera — è stata divorata dalla vita activa. Il riposo è diventato «un tempo di recupero necessario al lavoro». Ma il punto debole di Han è lo stesso di Russell, di Heidegger, di tutti: chi può permettersi la contemplazione? Quando Han invoca la «vuotezza taoista» dal suo studio di Berlino, sta parlando da un punto di osservazione molto specifico.

Pascal resta il più onesto di tutti. «Tutta l’infelicità degli uomini viene da una sola cosa: non saper stare in riposo in una camera» (Pensées, 139). Ma poi — ed è qui che Pascal supera tutti — aggiunge: «L’unica cosa che ci consola delle nostre miserie è il divertimento, e tuttavia è la più grande delle nostre miserie» — perché ci impedisce di cercare una soluzione autentica. Il divertissement è simultaneamente rimedio e veleno. È la definizione esatta dell’algoritmo di Netflix, di TikTok, dello scrolling infinito. E Pascal la scrisse tre secoli e mezzo fa, guardando i nobili annoiati della corte di Versailles correre da una distrazione all’altra.

Secoli fa, Pascal scriveva di una camera. Oggi quella camera è invasa da schermi infiniti che promettono di eliminare ogni traccia di vuoto. La domanda è la stessa: siamo ancora capaci di restare fermi in quella camera, guardando dentro noi stessi invece che nel display?


Un campo di battaglia, non un concetto

La noia non è né virtù né vizio. È un campo di battaglia dove si combattono le tensioni irrisolte della modernità: tra lavoro e ozio, tra stimolazione e contemplazione, tra privilegio e oppressione, tra algoritmo e coscienza.

Il dato politicamente più importante non è psicologico: la distribuzione della noia è diseguale quanto la distribuzione della ricchezza. Trasformare la noia in virtù è un gesto che solo chi ha già tutto il resto può permettersi. Finkielsztein ha ragione: la noia è l’umore di fondo del capitalismo dei consumi. Fisher ha ragione: nessuno è più annoiato perché nessuno è più capace di annoiarsi. Adorno ha ragione: la noia è il riflesso di un’opacità oggettiva, non un difetto soggettivo. Ma anche Benjamin ha ragione: quell’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza sta morendo. E con lui muore qualcosa di essenziale.

La neuroscienza conferma che la soglia della noia si sta alzando — più stimoli consumiamo, più ne servono, in una spirale allostatica che assomiglia alla tossicodipendenza. Il Default Mode Network — quella parte del cervello che, nel silenzio, genera creatività, introspezione e proiezione nel futuro — viene sabotato ogni volta che apriamo uno schermo per sfuggire al vuoto. Stiamo, in tempo reale, smantellando la nostra capacità di pensiero profondo.

E tuttavia: i panici morali sono ciclici quanto le mode intellettuali. L’effetto misurato della tecnologia sul benessere è piccolo. Il panico su quel piccolo effetto è, a sua volta, una forma di distrazione. Forse il punto non è se la noia sia buona o cattiva. Il punto è chi ha il potere di decidere come la riempiamo — e chi lucra sulla nostra incapacità di stare fermi in una camera.

Pascal lo sapeva. L’algoritmo anche.


Fonti principali: Grazia Battiato / Il Tascabile; Danckert & Eastwood, “Out of My Skull” (2018); Tam & Inzlicht (2024, Journal of Experimental Psychology: General); Anna Lembke, “Dopamine Nation” (2021); Mariusz Finkielsztein, “Consumer Boredom” (2022, European Journal of American Studies); Mark Fisher, “Capitalist Realism” (2009); David Graeber, “Bullshit Jobs” (2018); Byung-Chul Han, “La società della stanchezza” (2010); Andreas Elpidorou, “The Anatomy of Boredom” (2025); Josefa Ros Velasco, “Contemporary myths on boredom” (Frontiers in Sociology, 2023); Weybright et al. (2020, Journal of Adolescent Health); Danckert & Trudel (2025, Communications Psychology / Nature); Adorno, “Tempo libero” (1969); Walter Benjamin, “Il narratore” (1936).


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Ennio Martignago