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Le forze che muovono l’anima

Quinta tappa di un percorso in sette articoli

Estensione

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Platone raccontava un mito.

L’anima umana è come un carro trainato da due cavalli e guidato da un auriga. I due cavalli sono molto diversi tra loro: uno è nobile, docile, risponde alla parola; l’altro è selvaggio, difficile da controllare, tende a trascinare il carro verso il basso. L’auriga — la ragione, la coscienza — deve trovare il modo di farli andare insieme, nella stessa direzione.

È un’immagine antica, ma chi l’ha presa sul serio ha scoperto che dice qualcosa di profondamente vero sulla nostra esperienza interiore.

Rudolf Steiner — pensatore controverso, fondatore dell’antroposofia, autore di intuizioni che molti hanno rifiutato e altri hanno trovato illuminanti — sviluppò questa immagine in modo dettagliato. Nel suo scritto “Il Mistero del Doppio”, descrisse l’anima non come un’entità solida, ma come qualcosa di fragile, sottile, che deve costantemente bilanciarsi tra forze opposte.

“Il nostro corpo ospita più esseri dei quali siamo inconsapevoli e che nell’insieme vanno a comporre quella pseudo-unità che è la nostra maschera, la nostra persona.”

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L’anima come carta velina

Immaginiamo l’anima come una carta velina sottile — un epitelio delicato posto tra due forze immense.

Questa immagine può sembrare strana, persino deludente. Non siamo abituati a pensare l’anima come qualcosa di fragile. Ci piace immaginarla come una forza potente, indistruttibile, un Superman interiore che ci guida sicuro attraverso le tempeste della vita.

Ma l’esperienza ci dice altro. L’anima può perdersi. Può essere smarrita, schiacciata, messa a tacere. Quante persone conosciamo che sembrano “spente” — che hanno rinunciato a qualcosa di essenziale, che vivono per inerzia? Non hanno perso il corpo. Hanno perso qualcos’altro.

L’anima ha bisogno di protezione. Ed è esattamente questo che promette la canzone:

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,

dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via…

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Il primo cavallo: la Ferrari spirituale

Il primo cavallo è quello che Steiner chiamava la forza “luciferica” — usando un termine che può confondere, perché nella cultura popolare “Lucifero” è sinonimo di male. Ma il significato originale è diverso: Lucifero significa “portatore di luce”.

Questa forza agisce dall’interno dell’anima. Porta esaltazione, passioni ardenti, fantasie sfrenate, slancio verso l’alto. È come un fuoco che brucia: entusiasmo, fervore, idealismo — ma anche fanatismo, arroganza spirituale, fuga dalla materia.

È il cavallo che potremmo immaginare come una Ferrari: veloce, potente, splendido — ma difficile da controllare. Può amare con passione o sterminare con indifferenza. Le cose del mondo non sono nulla di fronte al suo slancio, alla sua energia.

Quando questo cavallo prende il sopravvento, l’essere umano si “infiamma”. Può sembrare illuminato, ispirato, toccato da qualcosa di superiore. Ma è una luce che acceca invece di illuminare. Una spiritualità che allontana dalla terra invece di trasfigurarla.

Eppure, quando l’anima riesce a governarlo, questo cavallo diventa la forza che ci fa andare incontro alla vita — ad-gredior, dicevano i latini. È la passione, il desiderio, il coraggio, la fede. Senza di lui, ci afflosciamo.

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Il secondo cavallo: l’Hummer tellurico

Il secondo cavallo è l’opposto esatto. Steiner lo chiamava la forza “arimanica” — dal nome di Ahriman, un antico demone persiano delle tenebre.

Questa forza non agisce dall’interno, ma dall’esterno. Non porta luce, porta solidità. Non scalda, raffredda. È la forza del calcolo, dell’intelligenza pratica, della materia. È il drago mitologico che spunta dalla terra, le forze sepolte nel suolo che le tradizioni antiche chiamavano “gli antichi”.

Se il primo cavallo era una Ferrari, questo è uno Hummer — un fuoristrada da battaglia, in grado di abbattere i muri senza scalfirsi. Niente voli pindarici: la sua incredibile forza sta nell’inamovibilità di radici che affondano nelle energie della terra.

Ma non è grossolano. Anzi, la sua capacità di calcolo è imponente. È questa forza che ci dà l’intelligenza analitica, che ci consente di progredire nelle scoperte e nella tecnica. È lei che costruisce ponti, ospedali, computer.

Quando questo cavallo prende il sopravvento, l’essere umano si “irrigidisce”. Diventa materialista, cinico, incapace di vedere oltre i numeri e i fatti. La vita perde colore. Il mistero scompare. Resta solo il meccanismo.

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L’equilibrio impossibile e necessario

L’anima — quella carta velina sottile — sta in mezzo.

“L’essere umano è il perno della bilancia su cui si trova sul piatto di destra Arimane, su quello di sinistra Lucifero. È suo compito mantenere l’equilibrio fra i due.”

Senza il primo cavallo, l’anima si affloscerebbe al suolo come un sacco di patate. Nessuno slancio, nessun ideale, nessuna passione. Una vita grigia.

Senza il secondo cavallo, agiremmo più ebeti del più insignificante mollusco. Nessuna concretezza, nessuna capacità di agire nel mondo. Sogni senza radici.

L’anima ha bisogno di entrambi. Ma entrambi vogliono avere la meglio su di lei.

Le ragioni sono molte, ma sopra tutte sta un principio semplice: il rifiuto dell’argine. Ogni forza tende a scaricarsi nella propria direzione. Il primo cavallo vorrebbe portare l’evoluzione a regredire a uno stato “limbico” puramente spirituale — una specie di fumeria dell’oppio per anime, dove tutto è estasi e niente è reale. Il secondo vorrebbe assorbire le istanze vitali nel “pleroma” senza forma della materia — un Ade famelico, pronto a ingoiare ogni essere dotato di vita.

L’anima deve resistere a entrambe le tentazioni.

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Un esempio concreto

Prendiamo un artista.

Se è dominato dal primo cavallo, si perde nelle visioni. Crea opere bellissime ma non riesce a vivere nel mondo. Brucia relazioni, ignora la realtà pratica, vive in un sogno che lo allontana sempre più dalla terra.

Se è dominato dal secondo cavallo, diventa un tecnico. Produce lavori impeccabili ma senz’anima. Conosce tutte le regole ma ha perso il fuoco. Il mercato lo ama, ma qualcosa si è spento.

L’artista vero — quello che crea opere che toccano e trasformano — è quello che riesce a tenere insieme i due cavalli. Visionario e artigiano. Sognatore e costruttore. Fuoco e terra.

Lo stesso vale per ognuno di noi, qualsiasi sia il nostro lavoro o la nostra vocazione.

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La strofa del Tennessee

C’è una strofa nella “Cura” che ha sempre lasciato perplessi gli ascoltatori. Nel mezzo di dichiarazioni d’amore cosmico, compare questa:

Vagavo per i campi del Tennessee,

come vi ero arrivato chissà

non hai fiori bianchi per me?

più veloci di aquile i miei sogni

attraversano il mare.

Cosa c’entra il Tennessee con il resto della canzone?

In pratica, gli autori stanno raccontando un’esperienza onirica. Una sorta di estasi in cui la mente si sente sperduta. Forse sta avendo accesso ad altre vite. Forse si trova nell’esperienza del “bardo” — quello stato intermedio tra morte e rinascita di cui parlano le tradizioni tibetane.

Sta di fatto che, senza trovarci nel sonno vero e proprio, abbiamo smarrito il senso di realtà. Una realtà che, dopotutto, è una convenzione, non una verità assoluta. E in questo smarrimento, possiamo vedere quello che si cela alle spalle della convenzione.

Non è una via lineare e coerente. Ci costringe ad accettare quello che percepiamo, senza filtri logici.

È la nostra anima che parla. O meglio: che viaggia. E che ci porta con sé.

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La fragilità che è forza

Contrariamente a quanto sostengono le spiritualità consolatorie, l’anima umana non è così infrangibile. Può essere smarrita in uno dei tanti modi per i quali non è questa la sede giusta di approfondire.

Ma questa fragilità è anche la nostra forza.

Proprio perché siamo fragili, abbiamo bisogno degli altri. Proprio perché possiamo perderci, cerchiamo la via. Proprio perché siamo in bilico tra forze che ci superano, possiamo scegliere.

L’auriga non è più forte dei cavalli. Anzi, è infinitamente più debole. Ma ha qualcosa che i cavalli non hanno: la coscienza della situazione. Può vedere dove si sta andando. Può tirare le redini. Può — con pazienza, con fatica, cadendo e rialzandosi — trovare l’equilibrio.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza…

Silenzio, per ascoltare. Pazienza, per durare.

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La cura come equilibrio

Chi arriva a nutrire questa consapevolezza comprende che l’anima è una creatura fragile che va curata e difesa con più amore di quello che dedichiamo alla nostra persona.

La persona — l’ego, la maschera sociale, l’immagine che proiettiamo — può anche soffrire. L’anima no. O meglio: quando l’anima soffre, perdiamo qualcosa che non si può più recuperare facilmente.

Rivolgersi all’Altro, al Prossimo, è il modo che possiamo adoperare tutti per accedere, di riflesso, all’amore per l’anima. L’altro — con la sua concretezza, con la sua resistenza, con il suo mistero — ci costringe a uscire dall’uno e dall’altro estremo.

Non possiamo amare davvero restando nelle nuvole della spiritualità astratta. Ma non possiamo amare nemmeno riducendo tutto a meccanica dei corpi e degli interessi.

L’amore — quello vero, quello faticoso — è equilibrio.

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Nel prossimo articolo: Tempi oscuri — le forze scatenate nel mondo, l’intelligenza artificiale, e la via della cura come resistenza.

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Questo articolo fa parte della serie “La Cura è L’Altro” di Ennio Martignago per Il Franti

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