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Il Potere che Definisce il Sapere e L’epistemologia Di Rudolf Steiner

In questi anni in cui paesi senza un’economia incitano il popolo al riarmo per minacce difficilmente reali ci torna utile tirare la testa fuori dal rumore per rivolgerci ad un sapere che, nascendo dalla scienza dello spirito, finisce per essere più attuale e utile di tante analisi mediatiche. Tutto questo ha un nome: Rudolf Steiner e, come vedremo, a pensarla come lui ne verranno altri.

Le interpretazioni di Rudolf Steiner sulle cause della Prima Guerra Mondiale, spesso liquidate come “complottismo”, trovano una collocazione più articolata alla luce del dibattito storiografico del XX secolo e del framework epistemologico nietzschiano-foucaultiano. La tesi delle “confraternite occulte anglosassoni” formulata da Steiner tra il 1916 e il 1917 riflette una critica all’imperialismo occidentale che riecheggia in storici revisionisti come Sidney Fay, Harry Elmer Barnes e, più recentemente, Christopher Clark. Il framework Nietzsche-Foucault sul rapporto sapere/potere offre strumenti per problematizzare la distinzione netta tra “storia ufficiale” e “teoria del complotto”, mostrando come ogni narrazione storica sia intrinsecamente legata a relazioni di forza e interessi.

Un Occultista Libertario di inizio XX Secolo

Rudolf Steiner sviluppò una visione complessa e controversa sulle cause della Prima Guerra Mondiale, che espose principalmente nelle sue conferenze tra il 1914 e il 1918, e che intrecciava analisi geopolitica, considerazioni spirituali e interpretazioni di dinamiche occulte.

La prospettiva geopolitica

Steiner identificava le radici del conflitto nelle ambizioni imperialistiche delle potenze occidentali, in particolare Gran Bretagna e Francia, e nel loro timore della crescente potenza economica e culturale dell’Europa centrale (Germania e Austria-Ungheria). Secondo lui, esisteva una volontà deliberata di “accerchiare” e contenere l’Europa centrale, che rappresentava un modello culturale e spirituale diverso da quello anglo-francese.
Steiner era particolarmente critico verso ciò che definiva “l’impulso dell’Occidente”, incarnato dall’Impero britannico, che vedeva come guidato da interessi materialistici e da una visione del mondo basata sul potere economico e coloniale. Riteneva che la guerra fosse stata preparata da decenni attraverso alleanze strategiche e propaganda.

La dimensione spirituale e occulta

L’aspetto più distintivo del pensiero di Steiner riguarda la dimensione “occulta” del conflitto. Sosteneva l’esistenza di “confraternite occulte” anglosassoni che operavano dietro le quinte della politica britannica, influenzando le decisioni che portarono alla guerra. Queste società avrebbero avuto una visione del dominio mondiale basata sulla supremazia anglosassone e avrebbero visto nell’Europa centrale un ostacolo ai loro piani.
Per Steiner, la guerra rappresentava anche uno scontro tra diverse “missioni spirituali” dei popoli: l’Europa centrale aveva il compito di sviluppare una spiritualità libera e individuale, mentre l’Occidente anglo-francese incarnava un materialismo crescente che avrebbe dominato il XX secolo.

La critica alla propaganda di guerra

Steiner fu estremamente critico verso la propaganda che attribuiva alla Germania la colpa esclusiva del conflitto. Riteneva che la storiografia dominante fosse profondamente distorta e orientata a servire gli interessi delle potenze vincitrici. Le sue posizioni gli causarono non pochi problemi, sia durante che dopo la guerra.


Le conferenze di Steiner sulla guerra rappresentano un corpus sistematico

Tra il 1914 e il 1918, Rudolf Steiner dedicò decine di conferenze all’analisi delle cause della Grande Guerra. I cicli principali sono raccolti nella Gesamtausgabe (Opera Omnia):

GA 173 – “Das Karma der Unwahrhaftigkeit” (Il Karma della Non-Verità): Tredici conferenze tenute a Dornach e Basilea nel dicembre 1916 costituiscono il nucleo della sua analisi politica. Steiner esamina la propaganda bellica, il ruolo delle società segrete e le “vere cause” del conflitto. L’edizione inglese (The Karma of Untruthfulness) porta il sottotitolo “Secret Societies, the Media, and Preparations for the Great War”.

GA 178 – “Secret Brotherhoods and the Mystery of the Human Double”: Le conferenze del 6 e 13 novembre 1917, intitolate “Behind the Scenes of External Events”, approfondiscono la tesi delle confraternite occulte elitarie che, secondo Steiner, cercavano di controllare le masse attraverso economia, tecnologia e assassinii politici.

GA 174a – “Mitteleuropa zwischen Ost und West”: Dodici conferenze tra il 1914 e il 1918 delineano la “missione spirituale” dell’Europa Centrale e l’accusa che le società segrete occidentali abbiano deliberatamente soppresso la vita spirituale tedesca.

Steiner affermò di aver previsto la catastrofe in una conferenza a Vienna del 14 aprile 1914 (GA 153), dove parlò di un “carcinoma culturale” che sarebbe sorto dai “processi malsani dell’economia”.


La tesi delle confraternite occulte anglofone si fondava su dati economici

Steiner descriveva piccoli gruppi di uomini riuniti in “logge” che praticavano magia cerimoniale per estendere il dominio anglo-americano sul globo. La citazione più esplicita proviene da GA 173:

“Ho richiamato la vostra attenzione sul fatto dimostrabile che negli anni 1890 certe confraternite occulte in Occidente discussero della presente guerra mondiale, e che inoltre i discepoli di queste confraternite occulte furono istruiti con mappe che mostravano come l’Europa doveva essere cambiata da questa guerra.”

Steiner sosteneva queste affermazioni con dati economici verificabili: l’Impero Britannico copriva un quarto della superficie terrestre, la Russia un settimo, la Francia (con le colonie) un tredicesimo – insieme, circa metà del pianeta. La Germania con tutte le sue colonie solo un trentatreesimo. Nella conferenza del 4 dicembre 1916, citò le cifre dell’export: nel primo semestre 1914, la Germania aveva esportato £1.045.000.000 contro i £1.075.000.000 britannici. “Se fosse passato un altro anno senza la guerra mondiale, forse la cifra tedesca sarebbe stata maggiore di quella britannica. Questo non doveva essere permesso!

Il fondatore dell’antroposofia rifiutava la tesi della “colpa tedesca” esclusiva, pur riconoscendo responsabilità tedesche. In GA 19 (Gedanken während der Zeit des Krieges, 1915), argomentò che molti tedeschi erano colpevoli “perché vedevano l’essenza della Germania nel potere e splendore esterno”, non perché volessero “incitare” alla guerra. Nel 1919, Steiner finanziò e scrisse la prefazione a Die Entente-Freimaurerei und der Weltkrieg di Karl Heise, che attribuiva la responsabilità a una cospirazione di massoni dell’Intesa.


Il revisionismo storiografico degli anni Venti anticipò alcune critiche di Steiner

Le posizioni di Steiner, apparentemente eccentriche nel contesto esoterico, trovano paralleli significativi nella storiografia accademica. Sidney B. Fay, storico di Harvard, pubblicò articoli rivoluzionari sull’American Historical Review a partire dal 1920, culminati in The Origins of the World War (1928). La sua conclusione:

“Il verdetto del Trattato di Versailles che Germania e alleati fossero responsabili della Guerra, alla luce delle prove ora disponibili, è storicamente infondato. Dovrebbe quindi essere revisionato.”

Fay dimostrò che il Kaiser partì per la crociera vacanza il 6 luglio 1914, non aspettandosi “serie complicazioni belliche”. Il Ministero degli Esteri tedesco apprezzò così tanto lo studio da stampare rapidamente un’edizione tedesca.

Harry Elmer Barnes (The Genesis of the World War, 1926) andò oltre, nominando Francia e Russia come le nazioni più responsabili. Barnes subì conseguenze: fu accusato dall’American Historical Association di “essere sul libro paga del Kaiser per $100.000”, ricevette minacce fisiche durante le conferenze, e il suo libro fu bandito dalla biblioteca pubblica di Brookline, Massachusetts.

Entro la fine degli anni Trenta, il revisionismo aveva “trionfato” negli Stati Uniti, fornendo la base intellettuale per le Neutrality Acts (1935-1937). Poi venne la Seconda Guerra Mondiale.


La controversia Fischer rovesciò il consenso e polarizzò la Germania

Nel 1961, Fritz Fischer pubblicò Griff nach der Weltmacht (La Germania e gli obiettivi di guerra nella Prima Guerra Mondiale), sostenendo che le élite tedesche avevano perseguito deliberatamente una politica di guerra per un “balzo verso il potere mondiale”. Fischer identificò una continuità tra gli obiettivi del 1914 e quelli di Hitler, citando il “Consiglio di Guerra” del dicembre 1912 in cui Guglielmo II e i suoi consiglieri avrebbero “deciso” di innescare una guerra entro l’estate 1914.

La reazione fu violenta. Lo storico conservatore Gerhard Ritter organizzò una campagna contro Fischer insieme a politici come Ludwig Erhard e Franz Josef Strauß. Il governo di Bonn ritirò i fondi per un tour di conferenze di Fischer negli USA (gli storici americani trovarono finanziamenti alternativi). Fischer fu accusato di essere un Nestbeschmutzer – “uno che sporca il proprio nido”.

Gradualmente, la giovane generazione tedesca accettò le tesi di Fischer. Il consenso degli anni Ottanta riconobbe una “colpa principale” (Hauptschuld) tedesca, pur escludendo la “colpa esclusiva” (Alleinschuld). Come osservò John Moses nel 1975: “Nessuno storico tedesco serio oggi può avventurarsi a contrastare le prove compilate dalla scuola Fischer.”


I “sonnambuli” di Christopher Clark hanno riaperto il dibattito nel centenario

The Sleepwalkers: How Europe Went to War in 1914 (2012) di Christopher Clark ha segnato un ritorno del revisionismo in forma accademica raffinata. La tesi centrale:

“I protagonisti del 1914 erano sonnambuli, vigili ma ciechi, ossessionati da sogni, eppure ignari della realtà dell’orrore che stavano per portare nel mondo.”

Clark rifiuta la nozione stessa di “colpa di guerra”: “La guerra fu una tragedia, non un crimine.” Il suo focus su Serbia e Potenze dell’Intesa risulta più indulgente verso Germania e Austria-Ungheria. In Germania, il libro vendette oltre 350.000 copie, rimanendo per mesi in cima alle classifiche. Fu accolto da alcuni come una “liberazione” dal peso della colpa storica.

Sean McMeekin (The Russian Origins of the First World War, 2011) spinse ulteriormente: “La guerra del 1914 fu la guerra della Russia ancor più che quella della Germania.” La Russia, secondo McMeekin, desiderava Costantinopoli e fu “la prima grande potenza a emettere un ordine di mobilitazione generale”.

Le critiche non mancarono. Annika Mombauer accusò Clark di sfidare la tesi dei sonnambuli, “respingendo il ritratto dei decisori di luglio 1914 come inconsapevoli o passivi”. Hans-Ulrich Wehler denunciò che Clark “ha eliminato con sconcertante unilateralità” molte fonti tedesche compromettenti. Volker Berghahn ribadì: “Non c’è bisogno per gli studiosi di fare un giro attraverso le capitali d’Europa… Berlino e Vienna continuano a essere i posti migliori per cercare indizi.”


Il framework Nietzsche-Foucault problematizza la distinzione tra storia e ideologia

La prospettiva epistemologica di Nietzsche e Foucault offre strumenti per comprendere perché le “verità storiche” cambiano nel tempo e riflettono rapporti di forza.

Nella Genealogia della morale (1887), Nietzsche articolò il prospettivismo:

“C’è soltanto un vedere prospettico, soltanto un ‘conoscere’ prospettico; e quanti più affetti lasciamo parlare sopra una cosa, quanti più occhi, differenti occhi sappiamo impiegare per la stessa cosa, tanto più sarà completo il nostro ‘concetto’ di quella cosa, la nostra ‘obiettività’.”

L’obiettività non è una “vista da nessun luogo”, ma la capacità di considerare multiple prospettive. Ogni conoscenza è intrinsecamente legata a interessi, pulsioni, volontà di potenza.

Michel Foucault, nel saggio “Nietzsche, la genealogia, la storia” (1971), radicalizzò questa posizione con la formula celebre: “La conoscenza non è fatta per comprendere, è fatta per prendere posizione.” Il concetto di pouvoir/savoir (potere/sapere) implica che “il potere produce sapere” e che “potere e sapere si implicano direttamente l’un l’altro”. Non esiste sapere neutrale: ogni “regime di verità” è storicamente contingente, prodotto da “molteplici forme di costrizione”.

Applicato alla storiografia, questo framework suggerisce che:

  • Le narrazioni storiche dominanti riflettono gli interessi dei gruppi dominanti
  • I “fatti” storici sono selezionati e interpretati secondo criteri che incarnano relazioni di potere
  • La storiografia ufficiale funziona come strumento di legittimazione dell’ordine esistente
  • L’etichetta “complottista” può funzionare essa stessa come meccanismo di esclusione discorsiva

La propaganda di guerra ha plasmato la memoria del conflitto per generazioni

Il Committee on Public Information americano (1917-1918), diretto da George Creel, fu definito “la più efficiente macchina di propaganda bellica che il mondo avesse mai visto” da un rapporto del Council on Foreign Relations. I Four-Minute Men – 75.000 volontari che tenevano discorsi patriottici nei cinema – raggiunsero milioni di americani. Edward Bernays, veterano del CPI, fondò l’industria moderna delle pubbliche relazioni. Significativamente, Hitler in Mein Kampf citò l’efficacia della propaganda americana come modello.

In Gran Bretagna, Wellington House operava in tale segretezza che molti parlamentari ne ignoravano l’esistenza fino al 1935. Entro febbraio 1916 aveva prodotto 7 milioni di copie di opuscoli in 17 lingue. Il Bryce Report (1915) documentava atrocità tedesche in Belgio – reali e presunte. La storia delle “corpse factories” (fabbriche che avrebbero bollito cadaveri tedeschi) fu interamente inventata.

Il Ministero degli Esteri tedesco istituì la Kriegsschuldreferat per contestare l’Articolo 231, pubblicando 40 volumi di documenti (Die Grosse Politik, 1923-1927) accuratamente editati – alcuni documenti compromettenti furono distrutti. Come osservò Hermann Kantorowicz, uno dei pochi storici tedeschi a sostenere la responsabilità tedesca negli anni Venti, il Ministero tentò di bloccare le sue pubblicazioni e farlo licenziare dall’Università di Kiel.


Le interpretazioni storiche oscillano secondo dinamiche di potere, non solo nuove scoperte

L’evoluzione storiografica sulla Grande Guerra mostra un movimento pendolare che riflette preoccupazioni contemporanee più che nuove evidenze documentarie:

  • 1918-1930: Versailles impone la narrativa della “colpa tedesca”; i revisionisti americani la contestano
  • 1939-1945: La Seconda Guerra Mondiale rilegittima la tesi dell’aggressività tedesca congenita
  • 1961: Fischer riapre la ferita della colpa, ma nel contesto della democratizzazione tedesca post-nazismo
  • 2012: Clark offre una “liberazione” proprio quando la Germania riemerge come potenza egemone in Europa

Come notò lo storico Gordon Martel: “Non c’è, e non ci sarà mai, una spiegazione ordinata che leghi tutti i fili sciolti, che risponda in modo soddisfacente a tutte le domande riguardanti lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.”

L’interpretazione leniniana (Imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916) – la guerra come “annessionista, predatoria, di rapina” tra imperi capitalisti – offre un’ulteriore prospettiva: se tutti gli imperialismi erano colpevoli, la questione della “colpa” individuale diventa secondaria rispetto all’analisi strutturale del sistema.


Da Steiner ai dissidenti italiani contemporanei

Tre intellettuali italiani — Giulietto Chiesa, Alessandro Barbero e Alessandro Orsini — presentano parallelismi sorprendenti con la critica che Rudolf Steiner mosse all’imperialismo anglo-francese nel 1914. Tutti contestano la “narrativa ufficiale” delle guerre occidentali, denunciano il ruolo della propaganda, e hanno subito marginalizzazione o accuse dal mainstream per le loro posizioni. Tuttavia, differiscono profondamente nel metodo, nelle fonti di legittimazione e nel grado di radicalità delle loro tesi.

Il filo conduttore che li unisce è la contestazione dell’idea che le potenze occidentali agiscano per motivi puramente difensivi o ideali, rivelando invece interessi imperiali mascherati da retorica democratica. Steiner denunciava le “vuote frasi” di Wilson; Chiesa il “sistema di potere occidentale”; Orsini la “propaganda NATO”; Barbero la “retorica vuota” dei generali italiani. Questa convergenza critica, pur con metodi diversi, evidenzia una tradizione intellettuale minoritaria ma persistente nel panorama europeo.

L’elemento più controverso del pensiero steineriano riguarda il ruolo attribuito alle “confraternite segrete” britanniche nella preparazione della guerra. Nelle conferenze raccolte in Il Karma della Menzogna (GA 173-174), Steiner affermò che circoli iniziati avessero parlato per decenni della “guerra mondiale futura” come strumento per imporre il dominio anglo-americano. Questa tesi, che oggi definiremmo complottista, lo portò a finanziare il libro di Karl Heise Die Entente-Freimaurerei und der Weltkrieg (1919) — opera successivamente celebrata dai nazisti.

Giulietto Chiesa: l’erede più radicale della critica all’imperialismo

Tra i tre intellettuali italiani, Giulietto Chiesa (1940-2020) è quello che presenta i parallelismi più diretti con Steiner. Entrambi identificano un “sistema di potere” occidentale che opera attraverso la manipolazione dell’informazione; entrambi attribuiscono alle élite angloamericane un progetto di dominio globale; entrambi sono stati accusati di complottismo.

Chiesa definiva la NATO “strumento di dominio americano sull’Europa”  e promuoveva attivamente l’uscita dell’Italia dall’alleanza.  Nel libro Superclan (2003) descrisse un sistema di élite economiche globali che controllano i governi  — una tesi strutturalmente simile alle “confraternite segrete” di Steiner, ma declinata in termini geopolitici piuttosto che esoterici.

La sua analisi delle guerre recenti riprende lo schema steineriano della falsificazione narrativa. Come Steiner denunciava la manipolazione delle date nei documenti britannici, Chiesa accusava i media occidentali di creare “figure diaboliche” — Milosevic, bin Laden, Saddam — attraverso “costruzione in anticipo” di pretesti.  Sull’Ucraina (già nel 2014-2015) parlò di “colpo di Stato nazista” orchestrato dagli USA, prevedendo che “prima che l’Ucraina entri nella NATO accadrà qualcosa di molto grave”. 

L’accusa di complottismo lo colpì principalmente per il documentario Zero – Inchiesta sull’11 settembre (2007). Chiesa ribaltava l’accusa con un argomento logico: “Chi è il complottista? Quello che accetta la versione ufficiale, secondo cui 19 spostati guidati da un signore in una grotta afghana realizzano il 75% dei loro obiettivi?”. L’arresto in Estonia nel 2014, durante una conferenza critica, dimostrò il grado di ostilità istituzionale verso le sue posizioni.

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Alessandro Orsini e la teoria dell’accerchiamento russo

Alessandro Orsini presenta il parallelismo più evidente con Steiner sul piano concettuale: la tesi dell’“accerchiamento”. Steiner sosteneva che la Germania si sentisse minacciata dall’Inghilterra e dalla Francia; Orsini argomenta che la Russia percepisce l’espansione NATO come minaccia esistenziale. Entrambi usano questa percezione per spiegare (non giustificare) le azioni militari della potenza “accerchiata”.

La formula di Orsini — “La responsabilità militare è tutta di Putin, ma la responsabilità politica è principalmente dell’Unione europea” — riecheggia la distinzione steineriana tra cause immediate e cause profonde della guerra. Come Steiner attribuiva all’Inghilterra la possibilità di evitare l’allargamento del conflitto, Orsini sostiene che l’Occidente avrebbe potuto prevenire l’invasione garantendo la neutralità ucraina.

Orsini introduce in Italia il pensiero di John Mearsheimer e il “realismo offensivo”, fornendo alle sue tesi una legittimazione accademica che Steiner non cercava. Il parallelismo storico preferito è la dottrina Monroe: come gli USA non tollererebbero basi russe in Messico, così la Russia non tollera la NATO in Ucraina. È un argomento strutturale, non morale — e per questo particolarmente irritante per il mainstream.

Le reazioni sono state violente: rescissione del contratto RAI (marzo 2022), accuse di “filoputinismo”, scontri con il Ministero della Difesa. La risposta di Orsini — “È l’attacco sguaiato del più potente apparato del governo che usa le tipiche tecniche intimidatorie delle dittature”  — richiama la posizione di vittima della censura che caratterizzava anche Chiesa. Significativamente, l’agenzia russa TASS lo ha citato favorevolmente,  cosa che Orsini ha definito “il più grande onore della mia carriera”.

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Alessandro Barbero: il metodo storiografico come critica implicita

Alessandro Barbero occupa una posizione peculiare: non è un critico esplicito della politica occidentale contemporanea, ma il suo metodo storiografico produce risultati analoghi. Sulla Prima Guerra Mondiale adotta l’approccio delle “responsabilità condivise” che la storiografia mainstream ha sviluppato solo dopo la Fischer Controversy degli anni ’60.

Il suo libro Caporetto (2017) smonta sistematicamente la narrativa ufficiale della disfatta: non la “vigliaccheria dei soldati”, ma l’incompetenza dei generali; non il “tradimento”, ma la frattura tra classe dirigente e combattenti.  Il commento sulla “retorica stentorea, gonfia, virile, ma sotto sotto vuota” dei generali italiani   anticipa strutturalmente la critica alle “vuote frasi” di Wilson che Steiner sviluppò nel 1920.

Barbero non attribuisce la guerra a cospirazioni, ma al sistema delle alleanze e alla corsa agli armamenti: “Il cerino che incendia il falò già preparato”.   Questa è una posizione storiografica oggi mainstream, ma la sua applicazione divulgativa — milioni di visualizzazioni su YouTube — lo rende un veicolo di delegittimazione della narrativa della “colpa tedesca” più efficace di qualsiasi pamphlet.

Le critiche a Barbero riguardano principalmente l’uso della sua autorevolezza storica per posizioni politiche contemporanee, specialmente sul conflitto russo-ucraino dove è stato accusato di posizioni “filo-russe”.  La distinzione tra il “Barbero storico” e il “Barbero politico” riflette la difficoltà del mainstream nell’attaccare il suo rigore metodologico.

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Quattro dimensioni di confronto sistematico

La critica alla narrativa ufficiale

Tutti e quattro i soggetti contestano le versioni dominanti, ma con gradi diversi di radicalità. Steiner attribuiva la falsificazione a “logge segrete” con agende occulte. Chiesa vedeva un sistema mediatico “schiavizzato dal potere dominante”, una “macchina dei sogni” che manipola le coscienze.  Orsini parla di “propaganda pesantissima” paragonabile a quella russa,  con testate specifiche al servizio della NATO. Barbero è il più cauto: documenta la “retorica vuota” e le distorsioni, ma le attribuisce a incompetenza e cultura politica, non a complotto.

Il ruolo della propaganda

Steiner nelle conferenze del 1916-17 analizzò la propaganda bellica come strumento delle “menzogne” dell’Intesa. Chiesa dedicò l’ultimo ventennio alla critica del “mostro” mediatico, fondando Megachip e Pandora TV come alternative. Orsini accusa sistematicamente Corriere, Repubblica, La Stampa di essere “propaganda della NATO”. Barbero documenta come la propaganda italiana del 1915-18 demonizzasse il nemico e nascondesse le responsabilità dei comandi. 

Il concetto di accerchiamento

Questo è il parallelismo più preciso tra Steiner e Orsini. Steiner scrisse che ciò che l’Occidente chiamava “militarismo tedesco” era stato forgiato “nel corso di secoli di sviluppo” dall’ostilità delle potenze occidentali. Orsini argomenta identicamente che il “revanchismo” russo è conseguenza dell’espansione NATO dal 1999. Entrambi spostano la responsabilità morale dall’“aggressore” formale alla potenza che ha creato le condizioni dell’aggressione. Chiesa condivideva questa lettura; Barbero la evita, limitandosi a notare che la Germania “si sentiva minacciata” senza trarne conclusioni morali. 

Le reazioni del mainstream

Steiner fu marginalizzato sia dai teosofi alleati (che vedevano la Germania come “Loggia Nera”)  sia occasionalmente dai tedeschi stessi. Chiesa fu definito “ventriloquo di Putin”  ed espulso dall’Estonia. Orsini ha subito la rescissione del contratto RAI e attacchi del Ministero della Difesa.  Solo Barbero mantiene una posizione relativamente protetta, grazie al suo status accademico e al focus storico piuttosto che politico — ma anche lui è stato criticato per “faziosità” quando si esprime sull’attualità. 

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Le differenze fondamentali: metodo, legittimazione, pubblico

Nonostante le convergenze, le differenze sono sostanziali. Steiner operava in un quadro esoterico che attribuiva agli eventi storici cause “spirituali” e ruoli a entità occulte — un approccio inaccettabile per la scienza storica. Chiesa era un giornalista militante che non cercava legittimazione accademica, preferendo costruire canali informativi alternativi. Orsini è un accademico che cita sistematicamente letteratura scientifica (Mearsheimer, Kennan, Morgenthau) per legittimare posizioni politicamente eterodosse. Barbero è uno storico di formazione rigorosa che applica il metodo critico senza trarne esplicite conseguenze politiche.

Questa differenza metodologica produce effetti diversi sulla ricezione. Chiesa era facilmente etichettabile come “complottista”. Orsini è più difficile da liquidare perché cita fonti accademiche rispettate. Barbero è quasi intoccabile sul piano storico, attaccabile solo quando si pronuncia sul presente. Steiner è oggi oggetto di interesse storico, non di dibattito politico.

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Questa tradizione critica tiene duro

L’analisi comparata rivela una tradizione intellettuale minoritaria ma persistente: la critica all’autorappresentazione dell’Occidente come portatore di valori universali contro aggressori irrazionali. Da Steiner a Chiesa, da Orsini a Barbero, questa critica assume forme diverse — esoterica, giornalistica, sociologica, storiografica — ma mantiene un nucleo comune: il sospetto verso le narrative ufficiali, l’attenzione agli interessi materiali dietro la retorica ideale, la denuncia della propaganda come strumento di potere.

Le reazioni del mainstream — marginalizzazione, accuse di tradimento o complottismo, rescissione di contratti — confermano paradossalmente l’efficacia di queste critiche nel toccare nervi scoperti. Steiner fu espulso dai circoli teosofi alleati; Chiesa dalla televisione mainstream; Orsini dalla RAI. La costanza delle reazioni, a distanza di un secolo, suggerisce che la funzione di questi intellettuali — disturbare il consenso — rimane invariata.

La differenza cruciale riguarda il grado di verificabilità delle tesi. Le “logge segrete” di Steiner e le “cospirazioni” dell’11 settembre di Chiesa sono inconfutabili ma anche indimostrabili. L’espansione NATO documentata da Orsini è un fatto storico, anche se le conclusioni che ne trae sono contestate. La critica di Barbero alla retorica dei generali italiani è storiograficamente solida. Questa scala di verificabilità determina in larga misura la rispettabilità attribuita a ciascuna posizione — e la violenza delle reazioni contro di essa.


Altre la dicotomia storia/complotto

Le tesi di Steiner sulle “confraternite occulte” rimangono non verificabili storicamente, e il suo linguaggio esoterico le rende inassimilabili al discorso accademico. Tuttavia, alcune sue intuizioni – la competizione economica anglo-tedesca come fattore scatenante, la critica alla narrativa della “colpa esclusiva”, l’attenzione al ruolo degli interessi imperiali britannici – risuonano in storici rispettati come Ferguson, Clark e McMeekin.

Il framework Nietzsche-Foucault non “assolve” Steiner né lo trasforma in storico, ma invita a problematizzare la distinzione netta tra “storia seria” e “teoria del complotto”. Se ogni narrazione storica incorpora prospettive di potere, l’accusa di “complottismo” può essa stessa funzionare come strumento di esclusione – un modo per delegittimare interpretazioni che sfidano il consenso dominante senza entrare nel merito delle argomentazioni.

Come scrisse Foucault: “Ogni società ha il suo regime di verità… i meccanismi e le istanze che permettono di distinguere gli enunciati veri dai falsi, il modo in cui gli uni e gli altri sono sanzionati.” La storiografia della Grande Guerra, con i suoi capovolgimenti di consenso, illustra come questi “regimi di verità” siano storicamente contingenti – non arbitrari, ma neppure assoluti. Il sapere storico, lungi dall’essere specchio neutro del passato, è sempre anche un intervento nel presente: uno strumento, come intuì Nietzsche, “per prendere posizione”.


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