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Cover Stories - Temi di riflessione

La Cura è L’Altro

1.Preludio a un viaggio nell’animaEstensione

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Prima tappa di un percorso in sette articoli

Una serie di 7 episodi dedicata al cuore dei nostri lettori più attenti alla spiritualità per un cammino che dal Santo Natale sia augurale per un anno molto importante durante il quale ad ognuno di noi è chiesto di fare la propria parte.

Che questo Natale ispiri quelli che sanno pensare e sentire ciò che viene da dentro e vicino. ❤️💫🕊️

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C’è una canzone che quasi tutti conosciamo. L’abbiamo sentita ai matrimoni, nei momenti di commozione, quando qualcuno che amiamo sta male. “La Cura” di Franco Battiato è diventata una specie di inno universale dell’amore — quello tra amanti, tra genitori e figli, tra amici. Eppure, nelle intenzioni dei suoi autori, parlava di qualcos’altro. O meglio: parlava di tutto questo insieme, ma attraverso una porta segreta.

Il pianista Carlo Guaitoli, che lavorò con Battiato per anni, racconta un aneddoto sorprendente. Nella prima versione della canzone, registrata su una vecchia cassetta, i ruoli erano invertiti. Non era “io avrò cura di te”, ma “tu avrai cura di me”. Era l’altra anima a promettere protezione. Battiato invertì i testi solo dopo, trasformando chi riceve in chi dona.

Questo piccolo dettaglio cambia tutto. Nella versione originale, chi canta chiede di essere curato. Nella versione finale, chi canta offre la cura. È il passaggio da un amore che chiede a un amore che si dona — da una spiritualità del bisogno a una del servizio.

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Una canzone nata dal lutto

Gesualdo Bufalino

L’album “L’imboscata”, che contiene “La Cura”, è dedicato a Gesualdo Bufalino, lo scrittore siciliano morto pochi mesi prima della pubblicazione. Battiato ne realizzò poi un documentario, “Auguri don Gesualdo”. Ma la canzone non parla semplicemente della perdita di un amico. Parla di qualcosa che Bufalino, con la sua prosa labirintica e la sua malinconia luminosa, avrebbe capito benissimo: l’anima.

Manlio Sgalambro con Francesco Battiato

Il filosofo Manlio Sgalambro, coautore del testo, era un pensatore solitario di Lentini che Massimo Cacciari definì portatore di una “filosofia dolorosa, sulla cattività dell’uomo” — dove “cattivo” significa prigioniero. Sgalambro scriveva di notte, in frammenti, quello che chiamava il suo “metodo ipocondriaco”. Non a caso la parola “ipocondrie” compare nella prima strofa.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via…

Chi parla qui? Un amante? Un genitore? Un angelo custode?

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L’interpretazione nascosta

Gli studiosi del percorso spirituale di Battiato — che attraversò Gurdjieff, il sufismo, le tradizioni mistiche orientali e occidentali — propongono una lettura diversa. Chi parla nella canzone è l’Anima. Non l’anima in senso vago, ma quella parte di noi che “conosce le leggi del mondo”, che può “superare le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce”, che è immortale mentre noi siamo soggetti al tempo.

Georges Ivanovič Gurdjieff

Le “correnti gravitazionali” hanno un significato preciso nel linguaggio di Gurdjieff, il maestro armeno che tanto influenzò Battiato: sono le 48 “leggi” che secondo quell’insegnamento regolano il pianeta Terra, le forze che ci tengono addormentati nella meccanicità. L’Anima promette di superarle — di portarci verso “le vie che portano all’essenza”.

In questa lettura, l’essere umano è “speciale” non perché sia migliore degli altri, ma perché porta in sé un ospite prezioso e fragile che ha bisogno di cura. L’Anima parla al suo veicolo terreno — questo corpo, questa personalità, questa storia — e gli promette protezione.

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Ma allora, perché funziona anche come canzone d’amore?

Qui arriviamo al cuore di questo viaggio che intraprenderemo insieme.

Non era in errore chi pensava che la canzone fosse dedicata all’amore di coppia. Non lo era chi l’ha cantata ai genitori anziani o ai figli appena nati. Non lo era chi ha pianto ascoltandola pensando a qualcuno che non c’è più.

Tutti avevano ragione. Non per un lassista “va bene tutto”, ma per una ragione più profonda: l’altro è lo specchio dell’anima.

Quando amiamo qualcuno — veramente, non per possesso o bisogno — stiamo facendo qualcosa di misterioso. Stiamo usando un “fuori di noi” per toccare qualcosa che sta “dentro di noi” ma che non riusciamo a raggiungere direttamente. L’altro diventa la porta attraverso cui possiamo finalmente prenderci cura di quella parte di noi che altrimenti resterebbe invisibile.

È per questo che l’amore trasforma. È per questo che perdere qualcuno che amiamo ci spezza. Non perdiamo solo una persona: perdiamo uno specchio che ci permetteva di vedere la nostra anima.

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Il viaggio che faremo

Nei prossimi articoli esploreremo questa intuizione da diverse angolazioni.

Parleremo del “prossimo” — una parola che Cristo usava in un modo molto diverso da come la intendiamo noi. Scopriremo che il prossimo non è una categoria di persone, ma un evento che accade quando smettiamo di girarci dall’altra parte.

Incontreremo filosofi come Levinas e Buber, che hanno dedicato la vita a capire cosa succede quando due esseri umani si guardano veramente negli occhi — e perché in quello sguardo c’è qualcosa di sacro.

Ci addentreremo nella matematica dei frattali — quelle forme strane dove ogni parte contiene il tutto — e scopriremo che un filosofo del Quattrocento, Nicola Cusano, aveva già intuito tutto questo senza computer, con la sola forza del pensiero.

Riflessioni che occorre instillare ai ragazzi e perfino ai bambini perché siano anime nuove

Parleremo dell’anima non come concetto astratto, ma come qualcosa di fragile che ha bisogno di protezione — e delle forze che la minacciano, quelle stesse forze che oggi vediamo scatenarsi nel mondo.

E alla fine torneremo alla canzone, con occhi nuovi.

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Una guida per tempi difficili

Questo non è un percorso accademico. Non è nemmeno un esercizio di critica musicale o di storia della filosofia. È qualcosa di più personale.

Viviamo in tempi che molti sentono come oscuri. Le forze che muovono il mondo sembrano impazzite. La tecnologia promette liberazione e produce dipendenza. Il denaro divora tutto. Le relazioni si fanno fragili. Molti si sentono smarriti, soli anche in mezzo alla folla, incapaci di trovare un centro.

In questi tempi, la domanda “come prendersi cura dell’anima?” non è un lusso per mistici. È una necessità di sopravvivenza.

Io sì che avrò cura di te

E la risposta, come vedremo, passa attraverso l’altro. Non l’umanità in astratto — quella è troppo lontana. Ma l’altro concreto: il volto che ci guarda, la persona che ci sta accanto, perfino l’animale che ci aspetta a casa. Attraverso di loro, impariamo a prenderci cura di qualcosa che altrimenti non sapremmo nemmeno di avere.

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Nel prossimo articolo: Chi è il prossimo? Un viaggio nel significato originale di una parola che abbiamo frainteso per secoli.

Estensione: Il Preludio al Viaggio Interiore

Vai al testo originale su Medium

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Questo articolo fa parte della serie “La Cura è L’Altro” di Ennio Martignago per Il Franti


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Ennio Martignago