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Cover Stories - Temi di riflessione

La Cura è L’Altro — 2. Chi è il Prossimo? — Estensione

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Una parola che abbiamo frainteso per secoli

Seconda tappa di un percorso in sette articoli

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C’è una differenza enorme tra “gli altri” e “l’altro”.

Quando parliamo degli “altri” — l’umanità, i poveri del mondo, le vittime delle guerre — stiamo definendo qualcosa di indistinto. Per quanto lo spirito umanitario ci spinga all’empatia, per quanto possiamo donare, militare, attivarci, quella rimane una cura a distanza. Ideologica, politica, anche generosa, ma che esce dal campo del sentire diretto.

Il mio cane, il mio gatto, perfino il pesce dell’acquario è più “altro” di un bambino dall’altra parte del mondo. Non perché quel bambino valga meno — vale infinitamente — ma perché non fa parte di quello che lo psicologo Kurt Lewin chiamava il mio “campo”. Non entra nella mia vita quotidiana, non mi guarda negli occhi, non mi costringe a rispondere.

I cristiani considerano gli altri come destinatari dell’amore evangelico. Eppure Cristo non ha mai parlato degli “altri”. Ha usato un termine specifico, molto più preciso e impegnativo: il tuo prossimo.

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La parola greca che cambia tutto

Nei Vangeli, il termine tradotto con “prossimo” è il greco πλησίον (plēsíon). Il suo significato letterale è semplice: “colui che è vicino”.

Ma attenzione. Non significa un parente, un amico, qualcuno “dei tuoi”. Non significa nemmeno necessariamente un essere umano. Il prossimo non viene definito dalla sua identità, ma dalla relazione che si crea. Diventa prossimo nell’atto.

In senso evangelico, è “prossimo” colui verso cui ti fai vicino. Non “chi devo amare”, ma “come mi avvicino”.

Questa distinzione può sembrare sottile, ma è rivoluzionaria.

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Il ribaltamento della domanda

Nel Vangelo di Luca, un dottore della Legge si avvicina a Gesù con una domanda che sembra innocente: “Chi è il mio prossimo?”

In realtà sta cercando di limitare il comandamento. Vuole sapere chi deve amare — e quindi, implicitamente, chi può escludere. È una domanda da avvocato: “Fin dove arriva il mio obbligo?”

Gesù risponde con una storia che tutti conosciamo. Un uomo viene aggredito dai briganti sulla strada per Gerico. Passa un sacerdote, lo vede, cambia strada. Passa un levita, lo vede, cambia strada. Poi passa un samaritano — uno straniero, un nemico tradizionale degli ebrei — che si ferma, lo cura, lo porta a una locanda, paga per la sua assistenza.

Alla fine della storia, Gesù ribalta la domanda. Non chiede “Chi era il prossimo dell’uomo ferito?” ma “Chi si è fatto prossimo?”

Il prossimo non è chi ti è simile, chi appartiene al tuo gruppo, chi “merita” il tuo aiuto. Il prossimo è chi si avvicina, chi si espone, chi agisce.

Il prossimo non è dato. È un evento.

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Una traduzione per il nostro tempo

Luciano Manicardi, monaco del Monastero di Bose, lo spiega con chiarezza disarmante:

“Il prossimo non è un oggetto sociale, ma un comportamento in prima persona. Il prossimo non riguarda l’altro, ma me stesso. Il prossimo non è una condizione, ma un’azione.”

Søren Kierkegaard, il filosofo danese che passò la vita a scavare nel cristianesimo, aveva già capito tutto:

“Cristo non parla di conoscere il prossimo ma di diventare noi stessi il prossimo: il Samaritano non provò che il malcapitato era il suo prossimo, ma che egli era il prossimo del malcapitato.”

Dietrich Bonhoeffer, il teologo tedesco che pagò con la vita la sua opposizione al nazismo, fu ancora più radicale:

“Non c’è letteralmente più tempo per chiedersi se qualcuno sia il nostro prossimo o no. Dobbiamo agire e obbedire; dobbiamo comportarci come prossimi.”

Per Bonhoeffer, la stessa domanda “Chi è il mio prossimo?” è già una forma di ribellione al comandamento — perché chiede di poter escludere qualcuno dall’amore.

Una traduzione moderna, non autorizzata ma fedele, di “Ama il prossimo tuo” potrebbe essere:

Ama chi ti costringe a smettere di girarti dall’altra parte.

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L’altro come invenzione dell’anima

E qui arriviamo al punto che ci interessa per il nostro viaggio.

Se il prossimo non è una categoria ma un evento, se diventa tale solo quando mi faccio vicino, allora l’altro non è semplicemente “qualcuno là fuori”. L’altro è un’invenzione dell’anima.

Cosa significa?

Significa che l’anima — quella parte profonda di noi che non riusciamo quasi mai a percepire direttamente — ha bisogno di uno specchio. Non può curarsi da sola, perché il passaggio diretto alla cura della nostra interiorità si traduce quasi sempre in egoismo, in attaccamento alla propria persona, in quel narcisismo spirituale che è la trappola di ogni ricerca interiore.

L’anima ha bisogno di un “fuori di me” per generare quel sentire di cui ha bisogno per essere curata.

Questo è esattamente ciò che dice la canzone di Battiato e Sgalambro:

Perché sei un essere speciale

ed io avrò cura di te.

L’Anima parla all’essere umano e promette di prendersene cura. Ma noi, esseri umani incarnati, possiamo fare lo stesso solo attraverso l’altro. Attraverso il volto concreto di qualcuno che ci sta di fronte.

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Non c’è dualità

Attenzione: questo non toglie nulla alla dignità dell’altro come persona. Anzi!

Quando dico che l’altro è “lo specchio dell’anima”, non sto dicendo che l’altro è solo uno strumento per il mio sviluppo spirituale. Sto dicendo qualcosa di più profondo: che nella relazione con l’altro, io mi relaziono anche con l’altro essere, perché non c’è distinzione fra me e l’altro.

Non c’è dualità, come direbbe un buddista.

Siamo tutti Uno, come anelli di una catena infinita. Ognuno di noi può percepire solo gli anelli che gli sono direttamente legati — il partner, i figli, gli amici, il collega, lo sconosciuto che incrocia il nostro sguardo. Ma sappiamo che “essere anello” è solo una sezione dell’identità catena, la quale a sua volta è una sezione di catene infinite.

Prendersi cura dell’altro non è un atto di generosità unilaterale. È riconoscere che siamo fatti della stessa sostanza, che ferire l’altro ferisce me, che curare l’altro cura me.

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Il paradosso della vicinanza

C’è un paradosso strano nella vita spirituale.

Più cerchiamo di elevarci “verso l’alto” — verso concetti astratti di Dio, dell’Universo, della Coscienza Cosmica — più rischiamo di perderci in nebbie senza sostanza.

Ma quando ci chiniamo “verso il basso” — verso il volto concreto di chi ci sta accanto, verso il bisogno reale di un essere vivente — lì, proprio lì, troviamo qualcosa di sacro.

Il Samaritano non stava cercando l’illuminazione. Stava semplicemente andando per la sua strada. Ma quando ha visto l’uomo ferito, ha sentito qualcosa muoversi dentro di lui. Il testo greco usa un verbo potentissimo: esplanchnísthē, che significa letteralmente “si commosse nelle viscere”. È lo stesso verbo usato per Gesù davanti alla vedova di Nain, per il padre del figlio prodigo. Un coinvolgimento viscerale, materno, che non lascia scelta.

Non è un sentimento. È una risposta.

La compassione, scrive ancora Manicardi, “è qualcosa che si fa, è una prassi, non un sentimento. Si situa sul piano dell’effettività, più che dell’affettività.”

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Per il nostro tempo

Viviamo in un’epoca strana. Siamo iperconnessi e profondamente soli. Sappiamo tutto di tragedie lontane e non conosciamo il nome del vicino di casa. Doniamo a cause globali e non abbiamo tempo per chi ci sta accanto.

Forse la lezione del prossimo è proprio questa: ricominciare dal vicino. Non dall’umanità in astratto, ma dal volto concreto che ci guarda. Dal collega che sta attraversando un momento difficile. Dall’anziano che vediamo ogni giorno. Dal familiare che abbiamo smesso di vedere davvero.

Il prossimo è sempre lì, a portata di mano. Non dobbiamo cercarlo in terre lontane. Dobbiamo solo smettere di girarci dall’altra parte.

E quando lo facciamo — quando ci facciamo prossimi — qualcosa accade anche in noi. L’anima, quell’ospite fragile che portiamo dentro, riceve nutrimento. Perché attraverso l’amore per l’altro, impariamo ad amare quella parte di noi che altrimenti resterebbe invisibile e sola.

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Nel prossimo articolo: Lo specchio dell’anima — cosa hanno scoperto i filosofi che hanno dedicato la vita a studiare l’incontro con l’Altro.

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Questo articolo fa parte della serie “La Cura è L’Altro” di Ennio Martignago per Il Franti

Estensione: Il Preludio al Viaggio Interiore

1.Preludio a un viaggio nell’anima

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Ennio Martignago