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Cover Stories - Temi di riflessione

La Crisi dell’Architettura

Un lungo dossier di approfondimento sulla metamorfosi dell’abitare e del ruolo dell’architetto, dall’era Tatcher alle cooperative sperimentali. Un manifesto della professione.

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Parte Prima: Una Nuova Visione per l’Abitare e il Futuro del Pianeta

Parte Seconda: Idee Radicali sull’Architettura che Potrebbero Cambiare il Nostro Futuro

Parte Terza: Il Futuro dell’Architettura: Strategie tra Crisi e Opportunità

Parte Quarta: Un Manifesto Professionale

1. La Tesi Radicale Contro l’Architettura Contemporanea

Gli architetti e docenti Jeremy Till e Tatjana Schneider presentano una tesi centrale tanto semplice quanto provocatoria: la professione dell’architetto ha fallito. Essi sostengono che gli architetti siano diventati complici della crisi climatica e abitativa globale, concentrandosi sulla progettazione di case di lusso per pochi e rifiutandosi di sfidare un sistema economico e sociale insostenibile. Il loro libro, “Architecture is Climate”, pubblicato con il loro collettivo di ricerca Mould, funge da manifesto per una riconsiderazione radicale del campo, proponendo una visione in cui l’architetto non è più un semplice costruttore, ma un attivista e un pensatore sistemico.

Per comprendere la profondità di questo fallimento, è necessario analizzare la duplice accusa che Till e Schneider muovono alla professione: la sua complicità con la crisi climatica e il suo distorto sistema di valori interni.

2. La Critica al Sistema Attuale: Complicità e Valori Distorti

La tesi di Till e Schneider si fonda su una duplice critica: la complicità della professione con il disastro ecologico e un sistema di valori interni che premia l’esclusività anziché l’impatto sociale.

2.1. L’Architettura come Complice della Crisi Climatica

Secondo Till, l’architettura ha per lungo tempo ignorato il suo legame diretto e profondo con il collasso climatico. Le soluzioni proposte dalla professione, come i cosiddetti edifici sostenibili, vengono liquidate come “cerotti temporanei su una ferita molto più profonda”. Questo approccio superficiale, focalizzato sull’estetica e la raffinatezza tecnologica, non affronta la radice del problema, ovvero la complicità intrinseca della pratica del costruire nel perpetuare un modello di consumo e sfruttamento delle risorse che è alla base della crisi ecologica.

2.2. Un Sistema di Valori che Premia l’Esclusività

Il sistema di valori dominante nel mondo dell’architettura viene messo a nudo attraverso l’esempio del prestigioso Premio Stirling. Till osserva come i premi tendano a celebrare progetti che incarnano l’esclusività e il lusso, a scapito di iniziative con un impatto sociale ed ecologico di gran lunga maggiore.

Il confronto tra i progetti candidati evidenzia questo conflitto di valori in modo netto:

Progetti Premiati (Valori Dominanti)Progetti Ignorati (Valori Alternativi)
Descrizione: Due case private con metratura eccessiva, le cui credenziali di sostenibilità non sono state quasi certamente pubblicate.Descrizione: Un fondo per l’edilizia residenziale pubblica con un programma di sostenibilità concreto e ben documentato.
Valori Impliciti: Privilegia l’estetica, il lusso individuale e le case ben progettate per una ristretta élite.Valori Impliciti: Privilegia un vero programma di sostenibilità, l’equità sociale e un impatto collettivo positivo.

Questo sistema di valori, che premia l’esclusività a discapito dell’impatto, dimostra che non basta cambiare i progetti: è il ruolo stesso dell’architetto che deve essere radicalmente ripensato.

3. L’Evoluzione del Ruolo: L’Architetto come Attivista e Pensatore Sistemico

Per superare questa crisi, Till e Schneider propongono una ridefinizione completa del ruolo dell’architetto, spostando il focus dall’oggetto-edificio ai sistemi che lo generano.

3.1. Dall’Edificio alla “Produzione Spaziale”

Tatjana Schneider insiste sulla necessità di superare la concezione dell’architettura come semplice costruzione di edifici. Schneider paragona l’architettura a un “iceberg” o a un “fungo” per illustrare un punto cruciale: l’edificio è solo la parte visibile di un processo molto più vasto che si svolge “sotto la superficie”. Questo processo invisibile—la “produzione spaziale”—comprende le decisioni politiche, i flussi finanziari e le dinamiche sociali che determinano come e per chi viene costruito lo spazio.

In questa nuova ottica, l’architetto deve collaborare con partner diversi, privilegiando modelli alternativi come le cooperative edilizie rispetto ai tradizionali sviluppatori immobiliari, come già avviene con successo in Svizzera.

3.2. Usare il Pensiero Architettonico per Affrontare Questioni Sistemiche

Secondo Till, la formazione in architettura fornisce un insieme unico di capacità che la rendono ideale per affrontare problemi complessi, anche al di là della semplice progettazione di un edificio. Le tre competenze chiave del pensiero architettonico sono:

  1. Guarda al passato: Utilizza l’esperienza storica e il contesto esistente come base per informare le decisioni presenti.
  2. Si proietta nel futuro: È intrinsecamente orientata alla prefigurazione e alla progettazione di scenari futuri possibili.
  3. È sempre relazionale: Comprende le complesse connessioni tra spazi, persone, sistemi ecologici ed economici.

Applicare questo modo di pensare a un campo più ampio permette di affrontare le radici sistemiche delle crisi attuali, a partire da quella abitativa.

4. Una Nuova Filosofia dell’Abitare: Riutilizzo, Non Nuova Costruzione

La visione di Till e Schneider si traduce in una filosofia dell’abitare radicalmente diversa, che mette in discussione i dogmi della nuova costruzione e della proprietà privata.

4.1. La Provocazione: Abbiamo Già Abbastanza Spazio

La proposta più radicale di Schneider colpisce al cuore il dogma della crescita edilizia: non abbiamo bisogno di nuove case. Lo spazio esistente è già sufficiente per ospitare tutti adeguatamente, ma è distribuito in modo iniquo e inefficiente. Critica i governi che “inventano il numero di unità di cui la società ha bisogno” senza un’analisi reale del patrimonio edilizio esistente e sottoutilizzato.

Till rafforza questa posizione definendo “stupido” e irresponsabile il piano del governo britannico di costruire 1,5 milioni di nuove case. Questo approccio, guidato esclusivamente dal mercato, ignora soluzioni alternative come i trust fondiari comunitari e favorisce gli interessi degli sviluppatori a scapito della natura e della sostenibilità.

4.2. Sfidare il Mito della Casa di Proprietà

Un altro pilastro della visione convenzionale da abbattere è il “mito” secondo cui la felicità dipende dal possedere una casa. Till sottolinea come questa idea, promossa attivamente nel Regno Unito da Margaret Thatcher, non trovi riscontro in molti altri paesi europei, dove la maggior parte della popolazione vive in affitto senza per questo essere infelice.

Questa nuova filosofia richiede un cambiamento di mentalità da parte di tutti:

  • Adattarsi a unità più piccole e a un uso più efficiente dello spazio.
  • Preoccuparsi meno dell’estetica fine a se stessa e più della funzionalità e della sostenibilità.
  • Considerare il riutilizzo creativo di edifici esistenti, anche se non si trovano nel quartiere più desiderato.

Sebbene questi cambiamenti possano apparire come sacrifici, specialmente in contesti dove la proprietà è vista come unica via per un abitare di qualità, Till e Schneider li presentano come passi necessari per un sistema più equo e sostenibile.

5. Dal Collasso alla Speranza

Sebbene “Architecture is Climate” parta da una critica severa e quasi spietata del sistema attuale, il suo messaggio finale è di possibilità e speranza. Il libro non si limita a denunciare i fallimenti, ma indica un percorso alternativo mostrando come molti professionisti stiano già lavorando con successo al di fuori dei modelli tradizionali.

Due esempi concreti dimostrano che questo futuro è già qui:

  • Atelier Bow-Wow (Tokyo): Citato da Till, questo studio di architettura ha contribuito a far rivivere una serie di villaggi rurali in Giappone, dimostrando un approccio rigenerativo che va ben oltre la singola costruzione.
  • Grand Parc (Bordeaux): Citato da Schneider, questo progetto di riqualificazione dell’edilizia sociale ha trasformato radicalmente la qualità della vita dei residenti, rappresentando un’alternativa di successo al modello di demolizione e ricostruzione.

In conclusione, il libro non è un lamento funebre per una professione fallita, ma una mappa di percorsi già tracciati. Mostrando i lavori innovativi realizzati in tutto il mondo, Till e Schneider dimostrano che un’altra architettura è possibile: non più complice della crisi, ma strumento fondamentale per la giustizia sociale e climatica.


Parte Seconda: Idee Radicali sull’Architettura che Potrebbero Cambiare il Nostro Futuro

L’Architettura è la Soluzione o il Problema?

Quando pensiamo alle grandi sfide del nostro tempo, come la crisi abitativa, istintivamente ci rivolgiamo all’architettura per trovare una risposta: costruire di più, meglio e più velocemente. È un’idea rassicurante, un paradigma profondamente radicato nella nostra cultura. Eppure, due importanti architetti e docenti, Jeremy Till e Tatjana Schneider, lanciano una tesi provocatoria che fa implodere questa certezza. Sostengono che l’approccio attuale non solo sia fallimentare, ma che sia complice non solo della crisi climatica, ma anche delle crescenti disuguaglianze sociali.

Nel loro nuovo libro, “Architecture is Climate”, Till e Schneider non propongono semplicemente progetti più ecologici o case più piccole. Chiedono una rivoluzione nel modo in cui pensiamo, insegniamo e pratichiamo l’architettura. Affermano che la professione è intrappolata in un sistema di valori obsoleto, concentrato sull’estetica e sul lusso, ignorando il suo profondo legame con la politica, la giustizia sociale e il pianeta.

Questo articolo esplora cinque delle loro idee più sorprendenti e controintuitive, che ci costringono a mettere in discussione tutto ciò che pensavamo di sapere sul ruolo degli architetti e degli edifici nel plasmare il nostro futuro.

1. Smettere di Costruire: Perché Edificare di Più Non È la Risposta

Il loro primo bersaglio è l’assioma più sacro del settore: la necessità di costruire. In un assalto diretto al consenso economico e politico che equipara la costruzione al progresso, Till e Schneider affermano che per risolvere la crisi abitativa, non possiamo continuare a costruire nuove case. Tatjana Schneider sostiene che, in realtà, abbiamo già abbastanza spazio edificato per ospitare tutti adeguatamente. Il problema, ammette, è che questo spazio “potrebbe trovarsi in una posizione non proprio adeguata”, ma la sostanza non cambia: la scarsità è una questione di distribuzione e di uso, non di produzione.

Jeremy Till rincara la dose, definendo “stupidi” i piani del governo britannico di costruire 1,5 milioni di nuove case. Critica un approccio guidato esclusivamente dal mercato, che demolisce le normative urbanistiche e ignora soluzioni alternative come i trust fondari comunitari o l’edilizia popolare. L’idea che la soluzione sia semplicemente aggiungere nuovi edifici a un sistema già insostenibile è, secondo loro, una fuga in avanti che accelera la corsa verso il baratro.

2. L’Illusione dell’Edificio “Sostenibile”

Negli ultimi anni, l’industria ha celebrato con grande enfasi gli “edifici sostenibili”. Ma per Till e Schneider, questi non sono altro che una soluzione superficiale, paragonabili a “cerotti temporanei su una ferita molto più profonda”. Si tratta di un’operazione che permette di lucidare la punta dell’iceberg, ignorando la colossale e distruttiva massa sommersa delle pratiche sistemiche. Concentrarsi su singoli edifici ecologici permette agli architetti di eludere la loro complicità nella crisi, promuovendo una forma di pericolosa compiacenza che ritarda un’azione significativa.

La vera questione non è come rendere un singolo edificio più efficiente, ma come cambiare le fondamenta di una professione che, secondo loro, ha perso la rotta.

“Il libro è al tempo stesso provocatorio e necessario perché l’architettura è intrappolata in certi modi di fare e in certi sistemi di valori che tengono principalmente conto dell’estetica e della raffinatezza. Gli architetti hanno ignorato il loro rapporto con il collasso climatico.”

Questo punto di vista sfida frontalmente gli sforzi più visibili e acclamati del settore, suggerendo che la vera sostenibilità non si misura in certificazioni energetiche, ma in un cambiamento radicale dell’intero paradigma.

3. L’Architettura È un Iceberg, Non Solo un Edificio

Siamo abituati a pensare all’architettura come a un oggetto: l’edificio finito. Tatjana Schneider ci invita a cambiare prospettiva, utilizzando l’analogia di un iceberg o di un fungo. L’edificio è solo la punta visibile, la parte che emerge in superficie. Tutto ciò che sta sotto – le decisioni politiche, i sistemi economici, le relazioni sociali, i flussi di materiali – costituisce la massa invisibile ma determinante del processo.

Secondo Schneider, gli architetti devono smettere di concentrarsi solo sull’oggetto finale e iniziare a vedere l’architettura come un “progetto più ampio di produzione spaziale”. Questo significa coinvolgere partner diversi dai soliti sviluppatori immobiliari, come le cooperative, citando l’esempio virtuoso della Svizzera. Questa visione più ampia non solo ridefinisce il progetto, ma sblocca anche nuovi ruoli e responsabilità per gli architetti, trasformandoli da meri progettisti di forme a orchestratori di processi complessi.

4. Mettere in Discussione il Sogno: Premi, Lusso e Proprietà Privata

Questa visione dell’architettura come processo invisibile porta inevitabilmente a interrogarsi sui valori che alimentano tale processo. E pochi valori sono più potenti e problematici, secondo Till, di quelli celebrati dal sistema dei premi e dall’egemonia culturale della proprietà privata. Till critica ferocemente premi prestigiosi come lo Stirling Prize, sottolineando come questi non facciano che rinforzare l’ortodossia dominante. L’esempio è lampante: “c’erano due case private con una metratura eccessiva nella rosa dei candidati”, racconta, “Eppure, nella rosa dei candidati c’era un fondo per l’edilizia residenziale pubblica con un vero programma di sostenibilità… gli architetti al vertice del sistema di premi hanno deciso di privilegiare un certo insieme di valori”, privilegiando il lusso privato rispetto all’impatto sociale.

Questa critica si estende a uno dei miti fondanti delle società occidentali: il sogno della casa di proprietà, l’acqua culturale che modella l’iceberg invisibile delle nostre aspirazioni.

“L’idea che possiamo essere felici solo se possediamo una casa, che [nel Regno Unito] è qualcosa che Thatcher ha particolarmente promosso, è una sorta di mito.”

La critica di Till è tanto più affilata perché non ignora il motivo per cui questo mito persiste: in contesti come quello britannico, l’alternativa dell’affitto è spesso degradata e insicura. Il problema, quindi, non è solo l’ideale, ma un intero sistema che rende le alternative invivibili, incatenandoci a un’unica visione di successo.

5. Il Futuro è l’Attivismo: Usare il Pensiero Architettonico per Cambiare il Sistema

Nonostante la critica feroce, il messaggio finale di “Architecture is Climate” non è di rassegnazione, ma di speranza e possibilità. La soluzione, secondo gli autori, è che gli architetti diventino attivisti. Devono usare le loro competenze uniche non solo per progettare edifici, ma per ridisegnare i sistemi che li producono.

Il libro mette in luce esempi di professionisti che già lavorano in questo modo, dimostrando che delle alternative praticabili esistono già. Till cita il lavoro dell’Atelier Bow-Wow, che a Tokyo ha contribuito a rivitalizzare intere comunità, mentre Schneider fa riferimento al progetto di edilizia sociale Grand Parc a Bordeaux.

La formazione in architettura, sostiene Till, offre un insieme unico di capacità: il pensiero relazionale, la capacità di proiettarsi nel futuro imparando dal passato. Queste competenze sono troppo preziose per essere limitate alla sola progettazione di un edificio. Possono e devono essere applicate per affrontare questioni sistemiche molto più ampie.

E Se Ridisegnassimo le Domande Invece delle Risposte?

Le proposte di Till e Schneider non mirano a darci edifici più “verdi” o case più funzionali. Il loro obiettivo è molto più ambizioso: cambiare l’intero sistema di valori e le domande fondamentali che l’architettura si pone. Ci spingono a passare dal chiedere “come possiamo costruire questo edificio?” a interrogarci su “dovremmo costruirlo? E per chi?”. È un invito a considerare l’impatto di ogni linea tracciata non solo sul paesaggio, ma anche sul clima, sulla società e sulla giustizia. La domanda finale, quindi, non è per gli architetti, ma per tutti noi. Siamo pronti a ridefinire il nostro concetto di successo, barattando il sogno di un giardino privato con la necessità di una sopravvivenza collettiva?


Parte Terza: Il Futuro dell’Architettura: Strategie tra Crisi e Opportunità

1. La Crisi di Rilevanza dell’Architettura Contemporanea

La professione architettonica attraversa una profonda crisi di rilevanza strategica. Figure accademiche di spicco come Jeremy Till e Tatjana Schneider hanno lanciato un’analisi provocatoria, diagnosticando un fallimento sistemico della disciplina di fronte alle crisi globali. La loro tesi è che l’architettura convenzionale sia intrappolata in un modello operativo obsoleto che ne compromette l’impatto. Questo documento analizza la loro critica per delineare una visione strategica alternativa, trasformando le attuali vulnerabilità in opportunità per il futuro della pratica.

L’argomentazione centrale di Till e Schneider è netta: la professione, nella sua forma dominante, è “fallita”. La loro diagnosi si fonda sull’osservazione che troppi architetti si dedicano alla costruzione di un eccessivo numero di case di lusso, evitando di sfidare un sistema economico insostenibile e, di conseguenza, rendendosi complici della crisi climatica. La loro critica invoca una riconsiderazione radicale degli scopi e dei metodi della professione. Per cogliere appieno la portata di questa sfida, è essenziale esaminare in dettaglio le radici di questa crisi.

2. Analisi della Critica: Le Radici del Fallimento Professionale

Per comprendere la profondità della crisi, è fondamentale eseguire una diagnosi strategica delle sue cause. L’analisi di Till e Schneider smonta la pratica convenzionale identificando tre pilastri di fallimento sistemico: una profonda complicità nella crisi climatica, un sistema di valori distorto che privilegia l’estetica sull’impatto sociale, e una dannosa ossessione per la costruzione ex novo.

La Complicità nella Crisi Climatica

L’accusa più grave è l’aver sistematicamente ignorato la responsabilità della professione nel collasso climatico. Secondo Till, i cosiddetti “edifici sostenibili” sono spesso semplici “cerotti temporanei su una ferita molto più profonda”. Questa critica evidenzia un fallimento strategico: la professione ha confuso l’ottimizzazione tattica (singoli edifici “verdi”) con la necessaria trasformazione sistemica del proprio modello operativo.

“Non riconoscono la complicità dell’architettura nel collasso climatico.”

Questa affermazione sottolinea la tendenza a trattare la sostenibilità come un accessorio tecnico anziché come il fondamento di una pratica responsabile.

Un Sistema di Valori Distorto: Estetica vs. Impatto Sociale

Un altro punto critico è il sistema di valori dominante, che premia “l’estetica e la raffinatezza” a discapito dell’impatto sociale. Till utilizza l’esempio del prestigioso Stirling Prize per illustrare questa distorsione. La rosa dei candidati di una recente edizione rivela una chiara gerarchia di valori:

  • Progetti privilegiati: Due case private di metratura eccessiva, le cui credenziali di sostenibilità quasi certamente non sono state pubblicate.
  • Progetti sottovalutati: Un fondo per l’edilizia residenziale pubblica con un programma di sostenibilità e sociale solido e verificabile.

Questo non è un mero giudizio di gusto, ma la manifestazione di un fallimento strategico dell’ecosistema professionale. I meccanismi di riconoscimento più influenti incentivano attivamente la deviazione di talento e risorse verso progetti di lusso, a scapito di settori socialmente cruciali che necessiterebbero di innovazione architettonica.

L’Ossessione per il Nuovo Costruito

Infine, Schneider critica la tendenza a limitare il campo d’azione dell’architettura alla progettazione di nuovi edifici (“un edificio, come un oggetto”). Per illustrare i limiti di questo approccio, viene usata la metafora dell’iceberg o del fungo: l’edificio è solo la punta visibile di un processo molto più ampio di “produzione spaziale”. Concentrarsi sull’oggetto significa ignorare le dinamiche economiche, politiche e sociali che ne determinano la forma e l’impatto.

Questa ossessione per l’oggetto-edificio non è solo un limite intellettuale, ma la radice di un modello di sviluppo insostenibile che la pratica rigenerata si propone di smantellare, spostando il focus dalla creazione del nuovo alla valorizzazione dell’esistente.

3. Delineare un Percorso Alternativo: L’Architetto come Agente di Cambiamento

Oltre alla diagnosi, la visione presentata nel libro Architecture is Climate è profondamente propositiva. Till e Schneider non si limitano a denunciare i fallimenti, ma delineano un nuovo modello operativo che ripensa radicalmente il ruolo dell’architetto, trasformandolo da esecutore a promotore attivo del cambiamento.

Ridefinire il Ruolo: Dall’Esecutore all’Attivista

Il concetto cardine di questa nuova visione è che gli architetti debbano diventare attivisti. Questo implica una transizione strategica da un ruolo passivo a una presa di posizione attiva. Essere un architetto-attivista significa utilizzare le proprie competenze per sfidare lo status quo, mettere in discussione commissioni insostenibili e promuovere progetti che generino valore sociale e ambientale, anche contro le logiche di mercato dominanti.

Ampliare il Campo d’Azione: Il Pensiero Architettonico Oltre l’Edificio

Till sottolinea il valore unico della formazione in architettura, che fornisce un insieme di capacità distintive per affrontare sfide complesse. Queste abilità includono la capacità di:

  • Guardare al passato come esperienza nel presente.
  • Proiettarsi nel futuro.
  • Essere intrinsecamente relazionale.

Questa capacità di sintesi tra passato e futuro, unita a una comprensione intrinsecamente relazionale dello spazio, rende l’architetto un candidato ideale per orchestrare soluzioni complesse a problemi sistemici come la rigenerazione di economie locali (come dimostra l’Atelier Bow-Wow) o la riconfigurazione di politiche abitative a livello municipale.

Nuovi Modelli Collaborativi

Per rendere operativo questo cambiamento, Schneider suggerisce una revisione strategica dei partner di progetto. Questa non è solo una scelta etica, ma una mossa strategica per diversificare il portafoglio di committenza. Coinvolgere meno sviluppatori e più cooperative, trust fondiari comunitari e altri attori dell’economia sociale, come dimostrano gli esempi in Svizzera, mitiga la dipendenza dai cicli speculativi del mercato immobiliare tradizionale e apre a flussi di lavoro più stabili e allineati a valori sociali.

4. Principi Guida per una Pratica Rigenerata

La visione strategica proposta si traduce in principi operativi concreti. Questa nuova pratica si fonda su tre pilastri interconnessi: dare priorità alla giustizia sociale e al riutilizzo, affrontare la sfida del cambiamento culturale e ispirarsi a modelli di successo già esistenti.

Priorità alla Giustizia Sociale e al Riutilizzo

Un principio cardine è l’abbandono della costruzione massiccia di nuove case come unica soluzione. Till definisce “stupido” e “irresponsabile” l’obiettivo del governo britannico di costruire 1,5 milioni di nuove unità abitative. Schneider rafforza questo punto sostenendo che esiste già abbastanza spazio costruito per ospitare tutti adeguatamente. Il problema strategico, quindi, non è la mancanza di volume, ma la sua iniqua distribuzione e il suo uso inefficiente. La critica riconosce la complessità della sfida, ammettendo che “a volte lo spazio potrebbe trovarsi in una posizione non proprio adeguata”, evidenziando come la questione non sia solo di redistribuzione, ma di affrontare complesse dinamiche logistiche e sociali.

Sfidare la Mentalità Pubblica

Un simile cambiamento richiede una profonda rinegoziazione delle aspirazioni abitative, una sfida culturale formidabile. Questo comporta una serie di adattamenti, un punto che gli stessi critici riconoscono essere di difficile accettazione per il pubblico:

  • Accettare unità abitative più piccole.
  • Preoccuparsi meno dell’estetica fine a se stessa.
  • Vivere in edifici esistenti ristrutturati.
  • Mettere in discussione il “mito” del possesso della casa, promosso da figure come Thatcher, a favore di modelli abitativi più flessibili e comunitari.

Riconoscere la difficoltà di questi cambiamenti è il primo passo per sviluppare strategie culturali e politiche in grado di accompagnare la transizione.

Esempi Concreti di Pratiche Alternative

Questa visione non è utopica, ma una realtà già praticata da professionisti innovatori. Il libro mette in luce numerosi progetti che operano con successo al di fuori dei modelli tradizionali. Due esempi significativi sono:

  • Atelier Bow-Wow (Tokyo): Riconosciuto per il suo lavoro di rivitalizzazione di villaggi, che dimostra come l’architettura possa rigenerare il tessuto sociale ed economico.
  • Grand Parc (Bordeaux): Un celebre progetto di ristrutturazione di edilizia sociale che ha migliorato drasticamente la qualità della vita dei residenti senza ricorrere alla demolizione e alla nuova costruzione.

Questi esempi dimostrano che è possibile coniugare eccellenza progettuale, responsabilità sociale e sostenibilità ambientale.

5. Il Potenziale Inespresso e la Speranza per il Futuro

Questo documento ha tracciato un percorso dalla diagnosi di una crisi sistemica alla delineazione di un modello operativo rigenerato per la professione architettonica. La critica di Jeremy Till e Tatjana Schneider, per quanto severa, non è un atto d’accusa, ma un urgente invito all’azione strategica.

Nonostante la durezza dell’analisi, il loro messaggio finale non è di disfattismo. Al contrario, il loro lavoro si conclude con un forte senso di “possibilità, potenziale e speranza”. La crisi attuale non segna la fine dell’architettura, ma offre l’opportunità di liberarla dai suoi limiti autoimposti e di riscoprirne il vero scopo. In definitiva, la visione di Till e Schneider non è un appello a fare “meno architettura”, ma a praticarne una forma più intelligente, più vasta e infinitamente più rilevante.


Parte Quarta: Manifesto per l’Architetto Attivista: Oltre la Forma, Verso il Cambiamento

1. La Nostra Complicità: L’Architettura ha Fallito

Diciamolo con chiarezza e senza alibi: la professione architettonica ha fallito. Questa non è una constatazione rassegnata, ma il punto di partenza per una riconsiderazione radicale del nostro scopo. Come sostengono gli architetti e docenti Jeremy Till e Tatjana Schneider nel loro libro manifesto “Architecture is Climate”, pubblicato con il loro collettivo Mould, siamo diventati complici attivi della crisi climatica e abitativa globale. Concentrandoci su un’architettura di lusso per pochi, abbiamo deliberatamente ignorato la nostra responsabilità sistemica. Questo manifesto è una chiamata a smettere di costruire muri e iniziare a costruire alternative.

L’accusa che ci viene mossa è duplice e ineludibile. Dobbiamo avere il coraggio di guardarla in faccia per comprendere la profondità del nostro fallimento:

  • Complicità con la Crisi Climatica: Per troppo tempo abbiamo ignorato il legame diretto e profondo tra la nostra pratica e il collasso ecologico. Abbiamo promosso soluzioni cosmetiche, i cosiddetti “edifici sostenibili”, liquidandoli come meri “cerotti temporanei su una ferita molto più profonda”. Questa superficialità ci ha permesso di continuare a perpetuare un modello di consumo e sfruttamento delle risorse, nascondendo la nostra reale complicità dietro una facciata di innovazione tecnologica.
  • Sistema di Valori Distorto: Celebriamo un’architettura che serve una ristretta élite, premiando l’estetica e la raffinatezza fine a se stessa. Il nostro sistema di valori interni privilegia l’esclusività e ignora sistematicamente l’impatto sociale e ambientale dei nostri progetti. Siamo diventati i cantori del superfluo in un mondo che ha un disperato bisogno dell’essenziale.

Per costruire un futuro in cui la nostra professione abbia ancora un senso, dobbiamo prima smantellare i miti su cui si fonda questa pratica fallimentare.

2. Decostruire i Nostri Miti: Rifiutare i Valori che ci Incatenano

Prima di poter agire, dobbiamo liberarci dai dogmi che paralizzano il nostro pensiero e la nostra pratica. Questi valori obsoleti non sono semplici preferenze estetiche, ma le fondamenta di un sistema che ci rende complici della crisi. Analizzarli e rifiutarli è un atto strategico, il primo passo per sbloccare il nostro potenziale di cambiamento.

La critica al nostro sistema di valori dominante deve essere incisiva e mirata:

  • Il Culto dell’Esclusività Il prestigioso Premio Stirling è l’emblema di questa distorsione. La selezione dei progetti premiati non è neutrale, ma una dichiarazione politica che rinforza un’ortodossia insostenibile. Il confronto tra i candidati di una recente edizione rivela una gerarchia di valori che dobbiamo sovvertire:
Valori Dominanti (Progetti Premiati)Valori Alternativi (Progetti Ignorati)
Descrizione: Due case private di metratura eccessiva.Descrizione: Un fondo per l’edilizia residenziale pubblica.
Credenziali di Sostenibilità: Quasi certamente non pubblicate.Credenziali di Sostenibilità: Un programma concreto e ben documentato.
Valori Impliciti: Privilegia l’estetica, il lusso individuale e le case ben progettate per una ristretta élite.Valori Impliciti: Privilegia un vero programma di sostenibilità, l’equità sociale e un impatto collettivo positivo.
Questo sistema di premi dimostra che il talento architettonico viene sistematicamente deviato verso il lusso privato, a scapito di iniziative con un impatto sociale e climatico infinitamente maggiore.
  • L’Illusione della Sostenibilità di Facciata Il concetto di “edificio sostenibile” è diventato la nostra foglia di fico. Celebrando singoli progetti “verdi”, lucidiamo la punta dell’iceberg ignorando la colossale e distruttiva massa sommersa. Questa operazione superficiale ci permette di eludere la nostra complicità sistemica, promuovendo una pericolosa compiacenza che ritarda un’azione significativa.
  • Il Mito della Casa di Proprietà L’idea che la felicità dipenda dal possedere una casa è un costrutto politico, non una verità universale. Promossa attivamente nel Regno Unito da Margaret Thatcher, questa narrazione è una trappola strutturale. Persiste non per la sua validità, ma perché il sistema ha deliberatamente reso le alternative, come l’affitto, “degradate e insicure”. Le persone sono così costrette a inseguire la proprietà per ottenere una sicurezza di base, incatenandoci a un’unica visione di successo e ostacolando lo sviluppo di modelli abitativi più equi, flessibili e sostenibili.

La decostruzione di questi miti non è un esercizio intellettuale: è la premessa indispensabile per una rivoluzione nel nostro stesso ruolo professionale.

3. La Rivoluzione del Ruolo: Dall’Esecutore all’Architetto-Attivista

L’unica via d’uscita dalla nostra crisi di rilevanza è trasformare radicalmente il nostro ruolo. Dobbiamo smettere di essere semplici esecutori, meri progettisti di forme al servizio di un sistema insostenibile, e diventare agenti di cambiamento attivi: attivisti, pensatori sistemici, orchestratori di processi complessi.

Questa trasformazione si fonda su due concetti chiave che ridefiniscono il campo della nostra azione:

  • Dall’Edificio alla “Produzione Spaziale” Tatjana Schneider ci invita a superare l’ossessione per l’oggetto-edificio usando la metafora dell’iceberg o del fungo. L’edificio che vediamo è solo la parte visibile di un processo molto più vasto che si svolge “sotto la superficie”. Questa massa invisibile è la “produzione spaziale”: l’insieme delle decisioni politiche, dei flussi finanziari e delle dinamiche sociali che determinano come, dove e per chi viene costruito lo spazio. Il nostro compito non è più solo progettare la punta dell’iceberg, ma imparare a navigare e a influenzare l’intera massa sommersa.
  • Il Pensiero Architettonico come Strumento Sistemico La nostra formazione ci fornisce un insieme unico di capacità. Jeremy Till ne identifica tre, che costituiscono il nucleo del “pensiero architettonico”:
    1. Guarda al passato: Utilizza l’esperienza storica e il contesto esistente come base per informare le decisioni presenti.
    2. Si proietta nel futuro: È intrinsecamente orientata alla prefigurazione e alla progettazione di scenari futuri possibili.
    3. È sempre relazionale: Comprende le complesse connessioni tra spazi, persone, sistemi ecologici ed economici.

Queste competenze sono “troppo preziose per essere limitate alla sola progettazione di un edificio”. Dobbiamo liberarle dalla loro gabbia e applicarle per affrontare le radici sistemiche delle crisi attuali. Un architetto che agisce come pensatore sistemico non si limita a disegnare un quartiere; orchestra la riconfigurazione di politiche abitative a livello municipale o la rigenerazione di economie locali.

Questa nuova visione del nostro ruolo non è astratta, ma si traduce in principi operativi chiari e concreti per una pratica rigenerata.

4. Principi per una Nuova Pratica: Agire sul Sistema, non solo sull’Oggetto

La teoria deve diventare azione. Questa sezione è un manuale operativo per l’architetto-attivista, una guida fondata su principi non negoziabili che trasformano la critica in una pratica quotidiana.

I tre principi fondamentali della pratica rigenerata sono:

  • Principio 1: Smettere di Costruire, Iniziare a Riutilizzare. La provocazione di Tatjana Schneider è il nostro nuovo punto di partenza: abbiamo già abbastanza spazio, ma è distribuito in modo iniquo e inefficiente. Dobbiamo avere il coraggio di rifiutare l’assioma della crescita edilizia. Jeremy Till definisce il piano del governo britannico di costruire 1,5 milioni di nuove case come “stupido” e irresponsabile. La nostra priorità assoluta non deve essere la creazione del nuovo, ma il riutilizzo creativo, intelligente e radicale del patrimonio edilizio esistente. Questo richiede una profonda rinegoziazione culturale anche da parte della società: dobbiamo imparare ad adattarci a unità più piccole, a preoccuparci meno dell’estetica fine a se stessa e ad accettare di vivere in edifici riqualificati, anche se non si trovano nel quartiere più desiderato.
  • Principio 2: Scegliere Nuovi Alleati. Per cambiare il sistema, dobbiamo cambiare i nostri partner. È una mossa strategica fondamentale collaborare meno con gli sviluppatori immobiliari tradizionali e molto di più con cooperative edilizie, trust fondari comunitari e altri attori dell’economia sociale. Non è solo una scelta etica, ma una mossa di business intelligente: questa alleanza mitiga la dipendenza dai cicli speculativi del mercato immobiliare tradizionale e apre a flussi di lavoro più stabili e allineati ai bisogni reali delle comunità. La Svizzera, con il suo modello collaborativo consolidato, è l’esempio virtuoso che ne dimostra la fattibilità.
  • Principio 3: Ridisegnare le Domande. Il cambiamento più profondo è quello mentale. Dobbiamo smettere di essere risolutori di problemi posti da altri e iniziare a porre le domande giuste. La nostra professione deve passare dal chiedere “come possiamo costruire questo edificio?” a interrogarsi su “dovremmo costruirlo? E per chi?“. Questo spostamento di focus trasforma ogni progetto da un esercizio tecnico a un atto politico.

Questi principi non sono un’utopia. Sono già stati messi in pratica con successo da professionisti innovatori in tutto il mondo.

5. Il Futuro è Già Qui: Mappe di un’Architettura Possibile

Questo manifesto non sarebbe completo senza la prova tangibile che un’altra architettura non è solo necessaria, ma possibile. Il libro Architecture is Climate non è un lamento funebre, ma una mappa di percorsi già tracciati che infondono speranza e indicano la direzione. I seguenti esempi dimostrano che il futuro che proponiamo è già in costruzione.

  • Atelier Bow-Wow (Tokyo) Citato da Till, questo studio giapponese ha dimostrato come l’architettura possa agire da catalizzatore per la rigenerazione di intere comunità. Intervenendo in una serie di villaggi rurali, il loro approccio è andato “ben oltre la singola costruzione” per riattivare le economie e contrastare lo spopolamento. Incarnano la figura dell’architetto come orchestratore di processi complessi, che agisce sul tessuto socio-economico per produrre un cambiamento duraturo.
  • Grand Parc (Bordeaux) Questo progetto, citato da Schneider, rappresenta un’alternativa vincente al ciclo distruttivo di demolizione e ricostruzione. Invece di abbattere un complesso di edilizia sociale, un intervento intelligente e sensibile ha trasformato radicalmente la qualità della vita dei residenti, migliorando gli spazi abitativi senza sradicare la comunità. È la prova che la riqualificazione dell’esistente può produrre risultati di eccellenza.

Questi esempi non sono eccezioni isolate, ma modelli replicabili che dimostrano come sia possibile coniugare eccellenza progettuale, giustizia sociale e responsabilità climatica.

6. Un Appello all’Azione: Siate Agenti di Giustizia

Ci rivolgiamo a voi, architetti, colleghi, studenti. È tempo di abbracciare il nostro potenziale inespresso. La critica severa che abbiamo mosso alla nostra professione non è un atto d’accusa finale, ma un urgente invito all’azione.

Il messaggio di Jeremy Till e Tatjana Schneider, e il cuore di questo manifesto, non è di rassegnazione ma di “possibilità, potenziale e speranza”. La crisi attuale non segna la fine dell’architettura; al contrario, offre l’opportunità di liberarla dai suoi limiti autoimposti e di riscoprirne il vero scopo. Questa trasformazione, però, richiede di rifiutare le ricompense più care della nostra professione – la fama, la purezza estetica fine a se stessa e le lucrative commissioni degli speculatori – per una pratica più lenta, collaborativa e spesso meno visibile.

Smettiamo di essere complici. Iniziamo a essere attivisti. Usiamo le nostre preziose competenze non per servire il mercato, ma per ridisegnare i sistemi. Il nostro compito è trasformare l’architettura da complice della crisi a strumento fondamentale per la giustizia sociale e climatica.


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Ennio Martignago