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Incontri

Incontri III: l’attesa

L’attesa in minuti, lunghi come ore e anche giorni, talora mesi costruisce: Pazienza

©Ugo Mulas fotografa Lucio Fontana: “l’attesa”

Da piccoli si scalpita anche per un gelato veneto, quando lo si ha tra le mani ed i sapori giungono a bocca e narici si è contenti. Si assaporano lentamente, ogni cucchiaino è il precedente di un altro, ogni sapore il suo.

Coi miei amici spesso non c’erano bambole, automobiline, lego, meccano e quant’altro ma terra, erbe, mattoni, pentole rubate agli adulti, alberi sui quali arrampicarsi per il solo gusto di farlo o per raccogliere. Ci fingevamo escursionisti in case abbandonate, giocavamo a guardia e ladri tra giardini, salivamo sulle biciclette alla ricerca di luoghi nuovi, non necessariamente per farne gare. Eravamo essenzialmente degli impazienti, ma capaci di inventiva.

Fermi in un banco fissi su passi e mani dell’insegnante che posa verifiche corrette, alcuni compagni esultano, altri abbassano lo sguardo e tu lì che ancora non sai quante e quali correzioni, quale voto o giudizio? Ogni foglio adagiato prima del tuo già ti insegna l’arte della pazienza.

Come attendere? inizialmente un grande mistero, col tempo si trova un metodo insegnato più con l’esempio che con le parole. Crescendo lo si personalizza.

Gli anziani si fanno lenti per età e malattie, spesso accettano questi ritmi dedicandosi ad attività che contemplano sforzi fisici minimi, l’ascoltare musica in angoli comodi, camminate in ore tiepide delle giornate. I miei nonni, erano così, non abbandonarono ciò che amavano,  lo facevano accettando la lentezza. Con loro in là con gli anni, ad un certo punto, non osavo più domande, anche se ne avevo tante nella testa, comprendevo che per tutti il silenzio era ormai un compagno, un’attesa. La Attesa.

Vicino al più vecchio sul divano ad ascoltare musica, vicini nei corpi e nell’affetto. 

Li ho osservati attenta nel loro quotidiano, così diversi. Con i gesti mi hanno tramandato la loro arte della Pazienza. Li ho nella mente, non servono video, con un balzo nel tempo sono lì, con ognuno. Luci ed angoli quotidiani che mi ricordano foto in bianco e nero, luci soffuse, avvolgenti. Nubi fini di caldo amore.

La donna che più rideva era nonna Regina, la più giovane tra tutti, la Speciale. 

Sempre avvolta dal suo calore umano, dai suoi profumi, da gentilezze improvvise che ogni volta stupivano, sì ti spiazzavano e ti facevano sentire amato. Mai stata una regina di fiabe e racconti, figuriamoci di troni! Sulle sue sedie passava dal cucito, al cucinare; apparecchiava con cura. Passi molto lenti, anche tra le mura domestiche, sulla spiaggia al mare, nei sentieri dei prati. Mi trasmise la pazienza della ricerca dei quadrifogli, vi pare poco? in un bambino sono guizzi di gioia nel vederli e nel raccoglierli. Se non si fosse andate insieme passo passo quelle foglioline non le avremmo trovate.  

Buona, come ho già scritto altrove, un esempio di donna dalle gote rosee. È parte di me, tanti miei gesti sono i suoi. Mi siedo come lei faceva e riprendo la tranquillità, la pazienza aumenta e sorrido come lei, insieme a lei.

I momenti ardui esigono la pazienza dell’attesa. I respiri si fanno lenti e più profondi. 

Non ci si distrae, ci si concentra. I modi? non li devo insegnare a nessuno, siamo così diversi, ognuno col suo mazzo di carte. Bisogna credere che esista. Lo possediamo, cercando abbiamo le figure. Basta crederci. Si può essere sereni nelle intemperie, strano? ci si aggrappa al profondo, all’umano, alla potenza. Si stringono i denti e si resta persino lucidi. 

Alla vita non si può chiedere la perfezione, la mancanza di dolori, siamo come a piedi nudi sulla terra, ma mai soli, mai.

Passo Zen di un uomo accompagnato da un cavallo bianco. Petali scendono.


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