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Quel domani che non vogliamo conoscere — Capitolo 7 (finale) — Disimparare il futuro

Disimparare il mito del progresso. Da Ivan Illich ai Repair Café, dall’impatto ambientale dell’AI al ritorno delle competenze manuali: un programma concreto per vivere consapevolmente in un mondo che ha un timer.

il futuro È la Terra

Le dipendenze invisibili del nostro mondo.

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«Dobbiamo disimparare per poter imparare.»

— Ivan Illich

Questa serie ha raccontato una storia scomoda. Ha documentato le dipendenze invisibili del nostro mondo: dal petrolio che alimenta tutto, ai fertilizzanti che sfamano miliardi; dalle terre rare che rendono possibile la transizione verde, alla fragilità dell’archivio digitale; dalle guerre per le risorse ai confini planetari già superati. Ha mostrato che il mito del progresso è un’invenzione recente, e che le civiltà che ci hanno preceduto sapevano qualcosa che noi abbiamo rimosso: tutto ciò che nasce, muore.

Ma una diagnosi senza indicazioni terapeutiche è solo catastrofismo. E il catastrofismo, come abbiamo visto, è sterile quanto l’ottimismo ingenuo. Questo capitolo finale tenta qualcosa di più difficile: indicare una direzione. Non un programma politico — che richiederebbe un altro genere di scrittura — ma un orientamento esistenziale. Cosa significa vivere consapevolmente in un mondo che ha un timer?

Disimparare: la prima competenza

Ivan Illich parlava di «disimparare» come prerequisito di ogni apprendimento autentico. Non si tratta di ignoranza, ma del suo opposto: la capacità di mettere in discussione ciò che diamo per scontato. Gli studiosi dell’educazione alla sostenibilità parlano oggi di «capacità di disimparare e resistere a pratiche culturali legate alla crescita economica e al capitalismo». È un linguaggio accademico per qualcosa di molto concreto: smettere di credere che di più sia sempre meglio.

Cosa dobbiamo disimparare? Innanzitutto, l’equazione tra consumo e felicità. Poi, l’idea che la tecnologia risolverà i problemi che la tecnologia ha creato. Infine, la convinzione che possiamo delegare ad altri — governi, aziende, esperti — la responsabilità del nostro futuro. Queste tre credenze sono il nucleo del mito del progresso. Disimpararle non è facile, perché sono incorporate nelle strutture stesse della nostra vita quotidiana: nel design delle città, nell’organizzazione del lavoro, nei ritmi che ci vengono imposti.

L’educazione formale raramente aiuta. Come osservano i ricercatori, «l’istruzione superiore si trova oggi di fronte alla sfida di plasmare non solo conoscenze e competenze, ma anche valori e modelli di comportamento, dando maggiore attenzione alla cultura generale, al pensiero critico e alla creatività». Ma questa trasformazione è appena iniziata, e procede contro corrente rispetto a un sistema che premia la specializzazione, la competizione e la crescita.

Recuperare le mani: il ritorno delle competenze

C’è un movimento silenzioso che sta prendendo forma ai margini del mondo industrializzato. Si chiama in molti modi: revival delle competenze tradizionali, autosufficienza, resilienza comunitaria. I suoi protagonisti coltivano orti, riparano oggetti, conservano cibo, costruiscono con le proprie mani. Non sono nostalgici: sono realisti. Sanno che «più si è capaci di fare da soli, meno si è in balia di circostanze imprevedibili».

Le competenze che chiamiamo «tradizionali» — giardinaggio, conservazione alimentare, cucito, falegnameria, riparazione — erano la norma fino a poche generazioni fa. Non erano hobby ma necessità. Le fattorie americane dell’Ottocento dipendevano da un’ampia gamma di abilità pratiche perché i negozi erano lontani, il denaro scarso, e il fallimento poteva significare la fame. Oggi queste stesse competenze diventano strumenti di libertà: chi sa riparare un elettrodomestico non è prigioniero dell’obsolescenza programmata.

Dal 2009, quando aprì il primo Repair Café ad Amsterdam, il movimento è cresciuto fino a contare oltre 2.000 spazi in 37 paesi. Sono luoghi dove volontari e cittadini si incontrano per riparare oggetti rotti: elettrodomestici, vestiti, mobili, biciclette. Nel 2022, la rete globale dei Repair Café ha evitato che oltre 500.000 kg di materiali finissero in discarica, risparmiando 1,3 milioni di kg di emissioni di CO2. Numeri piccoli rispetto all’economia globale, ma il loro significato è altrove: nel ricostruire competenze perdute, nel creare comunità, nel dimostrare che un altro rapporto con gli oggetti è possibile.

L’Unione Europea sta rispondendo con il «diritto alla riparazione»: normative che impongono ai produttori di rendere disponibili pezzi di ricambio e manuali, di progettare prodotti riparabili, di garantire ai consumatori la possibilità di far riparare ciò che comprano. È un primo passo verso un’economia circolare. Ma la vera rivoluzione è culturale: riscoprire che la relazione con le cose può essere di cura, non solo di consumo.

L’elefante nella stanza: l’intelligenza artificiale

Mentre scrivo queste parole, un paradosso mi osserva. Questo testo è stato elaborato con l’aiuto di un’intelligenza artificiale — uno strumento che consuma quantità enormi di energia, acqua e minerali critici. È un paradosso che non intendo nascondere, perché illustra perfettamente la complessità della transizione che ci attende.

I numeri sono impressionanti. Nel 2023, i data center hanno consumato il 4,4% dell’elettricità statunitense — una cifra che potrebbe triplicare entro il 2028. A livello globale, il consumo elettrico dei data center ha raggiunto i 460 terawatt-ora nel 2022, superiore al consumo dell’Arabia Saudita. Uno studio della Cornell University stima che, al ritmo attuale di crescita, l’infrastruttura AI americana produrrà annualmente tra 24 e 44 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2030 — l’equivalente di 5-10 milioni di automobili in più sulle strade.

Non è solo questione di energia. L’addestramento di modelli come GPT-3 ha consumato 1.287 megawatt-ora di elettricità — sufficiente ad alimentare 120 abitazioni americane per un anno — producendo circa 552 tonnellate di CO2. E poi c’è l’acqua: tra il 2024 e il 2030, i server AI negli Stati Uniti potrebbero generare un’impronta idrica annua tra 731 milioni e 1,125 miliardi di metri cubi. E i minerali critici: cobalto, silicio, oro, terre rare, estratti con processi che causano erosione del suolo, inquinamento delle acque, perdita di biodiversità.

L’ironia è che l’AI viene spesso presentata come parte della soluzione ai problemi ambientali. E in effetti può esserlo: algoritmi che ottimizzano il consumo energetico, che mappano le emissioni di metano, che prevedono eventi climatici estremi. Ma come osserva il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, «i governi corrono a sviluppare strategie nazionali sull’AI, ma raramente tengono conto dell’ambiente e della sostenibilità. La mancanza di salvaguardie ambientali non è meno pericolosa della mancanza di altre salvaguardie».

Cosa significa questo per chi, come me, usa questi strumenti? Significa usarli con consapevolezza. Significa preferire modelli più efficienti quando possibile. Significa non delegare all’AI ciò che possiamo fare noi stessi. E significa, soprattutto, non credere che la tecnologia ci salverà dalla tecnologia. L’AI può essere uno strumento utile nella transizione, ma solo se inserita in un quadro più ampio di riduzione dei consumi, non di loro moltiplicazione.

La sobrietà come stile di vita

Il termine «decrescita» spaventa. Evoca privazione, sacrificio, ritorno a un passato idealizzato. Ma i suoi teorici propongono qualcosa di diverso: una società che «mira al benessere di tutti sostenendo la base ecologica della vita». Non meno, ma diverso. Non povertà, ma sobrietà scelta.

Uno studio su 150 paesi ha mostrato che nessun paese riesce a soddisfare i bisogni fondamentali dei propri cittadini mantenendo un uso sostenibile delle risorse. Siamo tutti dentro lo stesso paradosso: o superiamo i limiti planetari, o non garantiamo una vita dignitosa. La «ciambella» dell’economista Kate Raworth — lo spazio tra il fondamento sociale e il soffitto ecologico — resta vuota. Non esistono ancora modelli replicabili di benessere sostenibile.

Ma questo non significa che sia impossibile. Significa che dobbiamo inventarlo. E l’invenzione passa per pratiche quotidiane: cucinare invece di ordinare, riparare invece di sostituire, condividere invece di possedere, camminare invece di guidare, coltivare invece di comprare. Sono scelte individuali, certo, ma diventano politiche quando si aggregano in comunità, quando creano infrastrutture alternative, quando dimostrano che un altro modo di vivere è possibile.

I ricercatori che studiano la «vita della decrescita» identificano cinque sfere di pratica: ripensare la società, agire politicamente, creare alternative, coltivare connessioni, svelare il sé. Non è un programma, è un orientamento. Implica «trasformazioni profonde e irreversibili a livello di agency e strutture», che riguardano «pratiche, stili di vita, relazioni di potere, norme e valori». È, in altre parole, una conversione — nel senso etimologico di «voltarsi».

La trasmissione: insegnare ai più giovani

C’è un aspetto della crisi che viene raramente discusso: la trasmissione intergenerazionale. Le competenze pratiche si perdono in una generazione. I saperi ecologici locali svaniscono con chi li possedeva. La memoria di come si viveva prima dell’abbondanza fossile sbiadisce. Tra vent’anni, chi saprà ancora coltivare un orto senza input chimici? Chi saprà conservare il cibo senza frigorifero? Chi saprà costruire una casa con materiali locali?

L’educazione formale non basta. Servono luoghi dove le generazioni si incontrano e i saperi passano di mano in mano. Servono nonni che insegnano ai nipoti, artigiani che formano apprendisti, comunità che praticano insieme. Servono, come le chiamava Illich, «reti di apprendimento»: strutture che connettono chi vuole imparare con chi sa fare, fuori dalla logica delle credenziali e dei diplomi.

È un compito urgente. Ogni anno che passa, un sapere si perde. Ogni anziano che muore porta con sé competenze che nessun libro può sostituire. La trasmissione non è nostalgia: è assicurazione contro un futuro incerto. Chi sa fare molte cose è più resiliente di chi sa fare una cosa sola. Chi appartiene a una comunità di competenze condivise è più forte di chi dipende interamente dal mercato.

Il genio del luogo

Wendell Berry invitava a «consultare il genio del luogo». Ogni territorio ha le sue caratteristiche: il suo clima, i suoi suoli, le sue acque, la sua storia, le sue tradizioni. L’agricoltura industriale ignora tutto questo e impone lo stesso modello ovunque. L’agricoltura sostenibile, al contrario, adatta il lavoro al luogo. È una metafora che vale per l’intera civiltà.

Ivan Illich

La globalizzazione ha creato un mondo omogeneo: le stesse merci, le stesse architetture, gli stessi stili di vita da Milano a Manila. Ma questa omogeneità è fragile, perché dipende da catene di approvvigionamento lunghe migliaia di chilometri, vulnerabili a ogni perturbazione. La resilienza, al contrario, nasce dalla diversità: economie locali differenziate, adattate alle risorse disponibili, capaci di funzionare anche quando i flussi globali si interrompono.

Riscoprire il genio del luogo significa chiedersi: cosa cresce bene qui? Quali materiali sono disponibili localmente? Quali tradizioni artigianali sono sopravvissute? Quali competenze possono essere recuperate? È un lavoro di archeologia culturale, ma anche di innovazione: non si tratta di tornare al passato, ma di costruire un futuro radicato nel territorio.

La speranza è un obbligo

Questa serie è iniziata con una domanda: cosa accadrebbe se le risorse che diamo per scontate venissero meno? Ha attraversato il petrolio e i fertilizzanti, le terre rare e i conflitti, la fragilità digitale e i limiti planetari, il mito del progresso e le sue alternative. È stata una discesa negli strati profondi della nostra civiltà, là dove giacciono le dipendenze che preferiamo non vedere.

Ma la discesa non era fine a se stessa. Era preparazione per una risalita. Conoscere i limiti non è rassegnazione: è la condizione per agire efficacemente. Sapere che il sistema ha un timer non significa arrendersi: significa usare il tempo che resta per costruire alternative.

Wendell Berry, il poeta-agricoltore del Kentucky, scrive: «Ho speranza perché so che ci sono stati, e ci sono, modi migliori di vita umana rispetto a quello industriale». E aggiunge: «La speranza è un obbligo». Non un sentimento, ma un dovere. Non un’illusione, ma una scelta.

Un Depair Café

Le civiltà sono mortali, come sapeva Paul Valéry. Ma proprio per questo possiamo costruirle bene. I Romani edificarono acquedotti che durano duemila anni perché sapevano che nulla è permanente. Noi, che crediamo nell’eternità del progresso, produciamo oggetti che durano pochi anni e piattaforme che possono sparire in un giorno.

La lezione di questa serie è semplice: disimparare il mito del progresso infinito, recuperare le competenze delle mani, usare la tecnologia con consapevolezza dei suoi costi, praticare la sobrietà come stile di vita, trasmettere saperi alle generazioni future, radicarsi nel genio del luogo. Non è un programma rivoluzionario. È qualcosa di più modesto e più profondo: un modo di stare al mondo che riconosce i limiti invece di negarli.

Il domani che non vogliamo conoscere arriverà comunque. La questione è se lo affronteremo da sonnambuli o da svegli. Questa serie è stata un tentativo di svegliarci. Ora il lavoro vero — disimparare, reimparare, costruire — spetta a ciascuno di noi.

Fine della serie

«Quel domani che non vogliamo conoscere — Le dipendenze invisibili del nostro mondo»


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Ennio Martignago