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t’amango, Tamango!

un gruppo di ventenni torinesi che inventa parole, suona negli stadi di quartiere e rifiuta il circuito tradizionale costituisce un’anomalia concreta, non un’etichetta da social.

Musica folle tra ensemble e collettivo della collina torinese

Il disco esce a giugno 2026 e si chiamat’amango, minuscolo, come un augurio inventato. Non è un album nel senso in cui l’industria lo intende ancora: è la distillazione su nastro di un organismo collettivo nato a Chieri da tre compagni di liceo — Marcello Maida, Federico Anello, Alberto Tirelli — e cresciuto fino a coinvolgere, a seconda dei giorni, trenta o quarantadue persone tra musicisti, scenografi, sarti, attori e falegnami. Quartier generale in un ex deposito comunale della Colletta, a Torino. Etichetta propria: Rampallonata. Dodici brani, poco più di quarantatré minuti. Il titolo è un gioco di parole sul nome del progetto, che a sua volta ruba a un cocktail locale. Loro stessi dicono di aver “smontato i comodini perché serve legna alla barricata”.

La critica mainstream lo ha registrato con un misto di curiosità e cautela. Repubblica lo definisce “venticello antisistema” e gli assegna tre stelle: troppi ingredienti, sapore a tratti indefinito, citazioni dei Queen inSono gay, slogan che fanno sospettare più teatro che musica pura. L’effetto live, però, è dirompente. La Stampa e altri pezzi di luglio raccontano la stessa cosa da angolature diverse: anarchia futuristica, voglia di distruggere per ricostruire, “Arancia Meccanica girata da Wes Anderson”.Matadorapre con “Guerriglia, rivoluzione, signore e signori, arrendetevi adesso”.Una casa in campagnacomincia con “Ho messo una bomba in campagna”.Claudio Bisioè il terrore di perdere i capelli trasformato in inno.Morire, in Corso Franciaè cruda.Vadoha un sassofono morbido.Donnae i pezzi più intimi ricordano il romanticismo contromano diMaladie d’amour, già circolato anni prima. Non c’è il classico indie italiano. Basi insolite, testi che saltano dal surreale allo struggimento senza chiedere permesso.

Il punto, però, non è solo il disco.t’amangoè quasi un documento di lavoro, la cartolina di qualcosa che esiste soprattutto dal vivo. La Rampallonata 2026 — Torino, Milano, Bologna, Roma, luglio — ha riempito stadi di periferia a quindici euro massimo, con pizza e birra autoprodotte, smontaggio del palco a spettacolo ancora in corso, post-finale che continua mentre le luci si spengono. Nessuna etichetta mainstream li ha comprati; le proposte, a quanto risulta, sono state respinte. L’indipendenza non è posa: è struttura. Il collettivo cura merch, allestimenti, narrazione visiva, cibo. La musica è solo una delle lingue.

Qui sta il dialettica che interessa a un lettore del Franti. Da un lato c’è il rischio reale di confondere l’energia performativa con la sostanza sonora: registrato, il disco può sembrare un collage di colori che non sempre tengono insieme. Dall’altro, in un mercato che premia la ripetizione e la scalabilità, un gruppo di ventenni torinesi che inventa parole, suona negli stadi di quartiere e rifiuta il circuito tradizionale costituisce un’anomalia concreta, non un’etichetta da social. Non è il futuro della musica italiana perché nessuno lo sa. È, al momento, uno dei pochi oggetti che non chiedono di essere misurati con le metriche del presente. Ascoltarlo adesso, a metà agosto, mentre le classifiche continuano a girare gli stessi meccanismi, serve almeno a ricordare che qualcuno, a Torino, sta ancora smontando i comodini.


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