estratto
Dei russi che comprano un pezzo di Stati Uniti e vi fondano una colonia? È già successo: Fort Ross, California, 1812. Non la cacciò nessun esercito — fallì da sola. Ma quando la colonia comprata non marcisce — mezzo Madagascar a Daewoo, un campo cinese accanto a una base USA, un’intera giurisdizione privata in Honduras — succede qualcosa di più strano. Non è più lo Stato che espelle la colonia. È la colonia che fa causa alla nazione. Il nuovo satellite del Franti. → ilfranti.it
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Quattro casi per una sola domanda: la proprietà diventa mai sovranità?
Satellite di «Colonia». Nell’episodio madre avevamo lasciato in sospeso una distinzione — comprare non è conquistare. Qui la mettiamo alla prova su quattro compravendite, e vediamo dove si spezza.
La domanda è secca e conviene tenerla in mano come una bussola, perché ogni caso proverà a farla deviare: comprare un pezzo di territorio significa mai, prima o poi, comprarne anche la giurisdizione? La risposta breve è no, quasi sempre no — ma quel “quasi” è tutto il pezzo.
Cominciamo dal caso che sembra fantascienza e invece è storia, e per giunta la storia esatta che oggi si evoca come incubo. Dei russi che comprano un pezzo di Stati Uniti e vi fondano una colonia: è accaduto. Tra il 1812 e il 1841 la Compagnia russo-americana gestì Fort Ross, in piena California del nord, con forte, cappella ortodossa, coltivazioni e allevamenti. Non la cacciò nessun esercito. Fallì da sola, economicamente: le foche si esaurirono, il grano non rese, e i russi vendettero tutto a un colono, Sutter, per poi ritirarsi. Nessuno “difese” la California, perché non c’era niente da difendere: l’impresa etnica senza un progetto di potenza dietro viene digerita dalla geografia e dal bilancio senza bisogno di eroismi. Prima lezione, la più antipatica per i catastrofisti: la colonia comprata, di per sé, tende a marcire da sola. È quando non marcisce che bisogna guardare.
E non marcisce quando smette di essere piccola. Nel 2008 la sudcoreana Daewoo Logistics negoziò con il governo del Madagascar l’affitto per novantanove anni di 1,3 milioni di ettari — metà della terra arabile dell’isola — per coltivare mais e palma da olio da esportare interamente in patria, senza pagare un canone ma barattando la terra con infrastrutture. Nessuna battaglia della storia ha mai spostato tanto suolo con una firma. La rivelazione della trattativa contribuì a rovesciare il presidente Ravalomanana pochi mesi dopo. Qui però scatta la beffa che rende Daewoo più istruttivo di mille comizi sovranisti: Andry Rajoelina cavalcò l’indignazione contro la “svendita degli avi”, prese il potere, stracciò teatralmente il contratto — e Daewoo, riferirono poi le cronache, continuò a tenersi circa 218.000 ettari. Il difensore della patria come opportunista. Il denaro prende più delle armi, sì; ma anche la difesa dal denaro sa diventare merce, e chi la vende non ha le mani più pulite di chi comprava.
Il caso opposto — la sovranità che colpisce fulminea — è appena più piccolo e molto più recente. Nel 2021 la cinese Fufeng compra 300 acri di terreno agricolo nel North Dakota per 2,3 milioni di dollari. Il problema non è l’agricoltura: quel campo sta a diciannove chilometri dalla base aerea di Grand Forks, cuore di operazioni aeree e spaziali. L’Aeronautica dichiara “minaccia significativa alla sicurezza nazionale”. Il comitato federale sugli investimenti esteri conclude di non avere giurisdizione; ma la città non ha bisogno di espropriare — nega semplicemente permessi edilizi e allacci alle infrastrutture, così Fufeng resta padrona di un terreno su cui non può costruire nulla. È la sovranità che riconquista senza sparare, per soffocamento amministrativo. E qui la lezione taglia dall’altra parte: lo stesso Occidente che per un secolo ha finanziato l’acquisto di terra altrui va in panico per 300 acri, purché a comprarli sia il nemico giusto. Il principio non c’entra mai. Conta chi compra, e contro chi.

Resta l’estremo teorico, il caso in cui la domanda della bussola riceve, per un attimo, un “sì”: comprare non il suolo ma la giurisdizione stessa. È Próspera, la “città-startup” libertaria sull’isola di Roatán, in Honduras — una ZEDE, zona a statuto speciale con corti proprie, polizia privata, voto proporzionale alla proprietà, tasse versate ai gestori e non allo Stato. Per qualche anno una società è stata, letteralmente, il governo di un pezzo di territorio. Poi l’Honduras ha abrogato la cornice legale delle ZEDE, e la Corte Suprema le ha dichiarate incostituzionali. Ma guarda come finisce, perché è il capovolgimento perfetto di tutto: Próspera ha citato lo Stato per quasi undici miliardi di dollari — circa un terzo del bilancio pubblico honduregno — davanti a un tribunale arbitrale della Banca Mondiale, tanto che l’Honduras si è ritirato da quel sistema per non subirne altre. Non è più lo Stato che espelle la colonia. È la colonia che fa causa alla nazione. E il campo di battaglia non è più il confine: è l’arbitrato internazionale, una stanza a Washington dove nessun cittadino honduregno potrà mai entrare.
Rimessi in fila, i quattro casi rispondono alla bussola con una sfumatura sola ma decisiva. La proprietà quasi mai diventa sovranità, perché lo Stato tiene il fucile e lo riesuma quando il nervo scoperto viene toccato — Fort Ross marcisce, Daewoo rovescia ma viene cancellato, Fufeng viene soffocato. L’eccezione è la frontiera dove qualcuno prova a comprarsi direttamente la legge: e persino lì la sovranità reagisce e stronca, solo che la stroncatura si è spostata in un tribunale che non ha bandiera più di quanta ne abbia il capitale che ci si presenta.
Chi crede di aver comprato un pezzo di nazione, insomma, ha soltanto affittato una pazienza. Ma la novità del nostro tempo è che quella pazienza, oggi, si contende in arbitrato — e l’arbitro, guarda caso, siede fuori dallo Stato che dovrebbe proteggerti, in una stanza dove entra solo chi ha i mezzi per pagarsi l’ingresso. La domanda con cui siamo partiti resta aperta apposta: se la sovranità vince ancora, ma solo davanti a un giudice che non risponde a nessun popolo, per quanto ancora possiamo chiamarla sovranità?
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