Capitolo 18 di Passeggiate con Thay
Estratto
Dicembre, giorni così corti che il buio sembra arrivare prima di essere invitato. La comunità si prepara a una veglia di luce per il solstizio, e il narratore decide che oggi la passeggiata non andrà da nessuna parte: attraverserà ogni soglia della vita quotidiana — una porta, un rubinetto, una finestra — fermandosi a dire una piccola gatha ad ognuna. I bambini, come sempre, imparano la lezione più in fretta di lui, e la portano in un posto che non aveva previsto.
Il sole di dicembre non sale mai fino in cima al cielo. Si affaccia basso e obliquo, come qualcuno che si sporge da una porta senza avere il tempo di entrare, e la luce che arriva fino a terra — anche a mezzogiorno — ha già quel colore stanco che a maggio si vede solo verso le sei di sera. Quella mattina, quando sono uscito, il cortile era ancora in ombra azzurra, e le poche pozzanghere rimaste dalla pioggia dei giorni prima avevano una pellicola sottile di ghiaccio, intatta, perché nessuno l’aveva ancora calpestata. Il fiato usciva dalla bocca in piccole nuvole che si scioglievano prima di arrivare a un metro di distanza. Da qualche parte, dietro la cucina, qualcuno aveva già acceso il fuoco, e un filo di fumo saliva dritto dal comignolo, senza vento a piegarlo.
Sui tetti, la brina non si era ancora sciolta, e restava lì, bianca e sottile, fino a quando il sole — quel poco sole che dicembre concede — non trovava il modo di raggiungerla obliquamente, un tetto alla volta. Da una finestra socchiusa arrivava il rumore di qualcuno che spostava una sedia, poi di nuovo silenzio. In una comunità come questa, l’inverno non ferma niente: cambia solo il ritmo, lo rallenta fino a un punto in cui ogni gesto, per necessità più che per scelta, richiede più attenzione — bisogna guardare dove si mettono i piedi, bisogna aspettare che le mani si scaldino prima di essere davvero utili a qualcosa.
Erano gli ultimi giorni prima del solstizio, e la comunità si preparava a una veglia — una notte in cui si accendono più candele del solito e si resta svegli più a lungo, per accompagnare il momento in cui il buio smette di vincere e comincia, impercettibilmente, a perdere terreno. Nei giorni prima, i segni si vedevano ovunque: ceri appoggiati ad asciugare su un panno in dispensa, rami di abete portati dentro a mazzi che profumavano i corridoi, qualcuno che puliva con uno straccio le lanterne di vetro appese sotto il portico. Nessuno aveva ancora detto ai bambini, formalmente, cosa sarebbe successo quella sera. Ma i bambini, si sa, non hanno bisogno che gli si dica: annusano i cambiamenti nell’aria della casa molto prima di sentirli nominare.
Io, quella mattina, avevo aperto la mia porta come la apro ogni mattina da anni, e avevo detto, sottovoce, quasi per me stesso: Svegliandomi questa mattina, sorrido. Ventiquattro ore nuovissime sono davanti a me. Non lo dico per abitudine vuota. Lo dico perché ho dimenticato così tante volte, nella vita, che ventiquattro ore sono davvero nuove — non ripetizioni di ieri, non un altro giorno uguale da attraversare in fretta — che ho bisogno di qualcuno, anche se quel qualcuno sono io stesso all’alba, che me lo ricordi ogni mattina.
Martina mi ha sentito. Era già fuori, come sempre — non ho mai capito se dorma davvero o se semplicemente aspetti, immobile, l’istante in cui è permesso alzarsi.
— Con chi parli? — ha chiesto, senza nemmeno un saluto prima.
— Con la porta — ho risposto. Che era vero, in un certo senso, anche se sapevo che non avrebbe soddisfatto nessuno.
— Che porta dice qualcosa? — ha insistito, con quella faccia che fa quando ha fiutato una storia e non ha intenzione di lasciarla andare.
— Non la porta. Io, alla porta. Prima di aprirla, le dico una piccola frase. Thay le chiamava gatha — versetti per restare svegli dentro i gesti che di solito facciamo addormentati. Non è una preghiera, non è una regola. È più vicino a un modo per essere sicuro di essere davvero lì, nel momento in cui sto per fare una cosa, invece di essere già tre pensieri più avanti.
— E funziona?
— Non lo so. Ma quando lo faccio, per un secondo, sono qui. E il secondo prima, di solito, non lo ero.
Nel giro di pochi minuti si erano radunati tutti, come capita sempre quando una cosa nuova viene fiutata nell’aria della comunità prima ancora che venga annunciata. Giacomo è arrivato già vestito, stivali allacciati a doppio nodo, con l’aria di chi ha calcolato in anticipo quanto sarebbe durata la mattinata e si è organizzato di conseguenza. Sofia è arrivata per ultima tra i grandi, le braccia conserte, lo sguardo di chi sospetta che gli adulti abbiano sempre in serbo qualche gioco travestito da attività seria. Tommaso trascinava dietro di sé, come sempre, un pezzo di legno raccolto chissà dove, che batteva contro i sassi del vialetto con un ritmo tutto suo. Luca è arrivato per ultimo di tutti, le mani già in tasca, gli occhi bassi, in quella posizione che nella comunità ormai tutti riconoscono come il suo modo di dire sono qui, ma non chiedetemi troppo. Amina si è seduta accanto a me sul gradino, senza dire niente, semplicemente presente, come fa lei, che sembra sempre sapere in anticipo che una cosa vale la pena solo restando ferma abbastanza a lungo da vederla davvero. Aveva le guance arrossate dal freddo, ma non sembrava per questo meno a suo agio: Amina è fatta così, il freddo la rende più quieta, non più infastidita.
— Oggi — ho detto — camminiamo per tutta la comunità. Non usciamo dal cancello. Andiamo in ogni posto dove viviamo ogni giorno: la cucina, il ripostiglio, la legnaia, la biblioteca, la sala grande. E ogni volta che attraversiamo una soglia — una porta, un rubinetto che si apre, una finestra — ci fermiamo un momento e diciamo qualcosa.
— Cosa? — ha chiesto Sofia, con il tono di chi si aspetta già di non essere convinta.
— Lo scoprirete soglia per soglia.
Siamo entrati in cucina che il fuoco scoppiettava già nella stufa a legna, e qualcuno stava tagliando il pane per la colazione senza voltarsi, abituato com’è ai nostri passaggi mattutini imprevedibili. Mi sono fermato davanti al lavandino, ho aperto il rubinetto, e l’acqua è uscita fredda, fredda come solo l’acqua di dicembre sa essere, quella che sembra portare ancora dentro di sé il ricordo della sorgente da cui viene.
— L’acqua viene da alte sorgenti di montagna — ho detto, tenendo le dita sotto il getto finché non hanno cominciato a farmi male dal freddo. — L’acqua scorre nelle profondità della Terra. Miracolosamente, l’acqua arriva a noi e sostiene ogni vita.
Tommaso ha allungato una mano sotto il getto, l’ha ritratta subito, con una smorfia.
— Ma fa malissimo!
— Anche questo fa parte della frase — ho detto. — Anche il male che fa, per un secondo, ti tiene qui.
Non ha risposto, ma ha rimesso la mano sotto l’acqua, questa volta più lentamente, e ce l’ha lasciata più a lungo del necessario, con la faccia concentrata di chi sta verificando qualcosa di persona.
Usciti dalla cucina, nel breve tratto di cortile scoperto tra un edificio e l’altro, Giacomo si è fermato a rifare il nodo a uno stivale che si era allentato. L’ho visto esitare, poi guardarmi, come per chiedere il permesso di includere anche quello.
— Anche allacciarsi le scarpe? — ha chiesto.
— Perché no.
Ci ha pensato un momento, poi ha detto, tutto d’un fiato, con l’aria soddisfatta di chi ha appena risolto un problema pratico: — Nodo dopo nodo, cammino sicuro. Non parto finché non sono pronto.
Non era elegante come le frasi che avevo detto io. Era pratica, diretta, un po’ impaziente — esattamente come lui. Ma quando si è rialzato, ha fatto due passi di prova, come se volesse controllare che il nodo — e forse anche la frase — reggessero davvero.
Sofia, che ci aveva osservato con le braccia ancora conserte, ha scosso la testa. — Ma è solo dire delle frasi. Non cambia niente. L’acqua viene comunque dalla sorgente, che tu lo dica o no. Lo stivale si allaccia comunque, con o senza la poesia.
— Hai ragione — ho detto. Non se lo aspettava, a giudicare dalla faccia. — Le cose succedono comunque. La frase non cambia l’acqua. Cambia solo se io sono lì, nel momento in cui l’acqua arriva, o se sono già altrove con la testa.
Lei non ha risposto subito. Ha continuato a camminare, un passo dietro gli altri, con quella faccia di chi sta rigirando un’obiezione senza trovarne subito la contro-obiezione.
Abbiamo attraversato il tratto scoperto che collega la cucina alla sala grande, quello che d’estate si fa in due passi distratti e che invece a dicembre si affronta a testa bassa, le mani strette nelle maniche, gli occhi socchiusi contro il vento sottile che si incanala tra i due edifici. Giacomo camminava davanti a tutti, come sempre, controllando ogni tanto che gli altri seguissero il passo. Tommaso si era fermato un momento a osservare le proprie impronte nella brina, per vedere quanto durassero prima che il calore del piede le sciogliesse.
Il corridoio che porta al ripostiglio dietro la sala grande è sempre il punto più buio della comunità, anche in pieno giorno, perché non ha finestre e la luce arriva solo dalle due porte alle estremità. Aprendo quella pesante, come faccio sempre in quel punto preciso, ho detto: — La dimenticanza è l’oscurità, la consapevolezza è la luce.
Dentro, sui ripiani, erano allineate decine di candele — alcune già usate, con la cera colata in forme irregolari lungo i lati, altre nuove, ancora dritte e bianche, pronte per la veglia. Amina si è avvicinata senza che nessuno glielo chiedesse, ne ha presa una, e ha chiesto se poteva accenderla, solo per vedere se lo stoppino teneva. Gliel’ho lasciata accendere. La fiammella ha tremato un istante, poi si è stabilizzata, piccola ma ferma, nel buio del ripostiglio.
— Anche questo — ha detto Amina, piano, più a se stessa che a noi — è come prima. Buio, poi qualcuno accende qualcosa, e non è più buio uguale.
Non ha detto altro. Ha soffiato via la fiamma con delicatezza, ha rimesso la candela al suo posto, allineata alle altre, come se niente fosse successo. Ma io ho visto che l’aveva scelta apposta, quella candela, tra tutte le altre — probabilmente per riaccenderla lei stessa, la sera della veglia. Fuori dal ripostiglio, l’aria sapeva ancora vagamente di cera sciolta, un odore dolce e leggermente affumicato che si sarebbe attaccato ai nostri vestiti per il resto della giornata.
Dal ripostiglio siamo passati alla legnaia, e da lì al piccolo recinto dove trascorre le sue giornate Otto, il cane della comunità, che ci ha accolti con quell’entusiasmo totale e immotivato che i cani riservano a chiunque si avvicini con del cibo o senza. Tommaso si è offerto subito di dargli da mangiare — è sempre lui il primo a offrirsi per gli animali, forse perché con loro non deve dire niente, solo fare. Ha versato le crocchette nella ciotola, ha aspettato che Otto si fermasse un attimo a guardarlo — cosa che il cane fa raramente, distratto com’è dal cibo — e ha detto, con la serietà di chi ha preparato la frase per tutto il tragitto:
— Prima di mangiare, guardami. Poi mangia con tutto te stesso.
Otto, naturalmente, non ha guardato per più di due secondi, ed è tornato immediatamente alla ciotola. Ma Tommaso ha sorriso comunque, come se quei due secondi fossero stati sufficienti, come se avesse ottenuto esattamente quello che si aspettava — probabilmente meno di quanto sperasse, ma non meno di quanto un cane possa dare.
Passando davanti al piccolo bagno vicino alla biblioteca, Sofia si è fermata da sola, senza che nessuno gliel’avesse chiesto. Ha aperto l’acqua, ha preso uno spazzolino appoggiato sul bordo del lavandino — non il suo, ma non sembrava importarle — e ha detto, con una serietà che sembrava quasi una parodia, ma non lo era del tutto:
— Trenta secondi per lato. Non uno di più, non uno di meno. Quello che serve, e basta.
Giacomo ha riso. Anche Martina. Ma Sofia non stava scherzando fino in fondo — o almeno, non del tutto. Aveva trovato il suo modo di partecipare senza dover ammettere di essersi lasciata convincere: una frase esatta, misurabile, priva di qualunque sentimentalismo, che però — a pensarci — faceva esattamente quello che le altre frasi facevano. La teneva lì, in quel momento, con quel gesto, invece che altrove con la testa. Amina, passando, le ha appoggiato una mano sulla spalla per un istante, senza commentare — un gesto che tra loro due vale più di qualunque parola.
Nella biblioteca — una stanza piccola, con scaffali fino al soffitto e un tappeto consumato al centro dove ci si siede sempre in cerchio — Martina si è precipitata verso il suo libro del momento, quello con la costola blu che porta con sé da settimane. Prima di aprirlo, però, si è fermata, quasi sorpresa di se stessa, e ha detto:
— Apro questo libro e apro anche una porta che nessuno vede. Dentro c’è un mondo che aspettava solo che qualcuno bussasse.
Nessuno ha riso, questa volta. Nemmeno Sofia, che si era seduta sul tappeto con le gambe incrociate, lo spazzolino ancora vagamente in mano, dimenticato lì per l’entusiasmo della scoperta successiva.
Fuori, il pomeriggio stava già scivolando verso quel grigio-blu che a dicembre precede il tramonto con ore di anticipo. Ci siamo fermati nel corridoio che costeggia la sala grande, dove una fila di finestre alte guarda verso il prato — le stesse finestre da cui, in tante altre stagioni, avevo visto questi bambini guardare fuori mentre aspettavano che qualcosa cominciasse.
Luca si è fermato davanti a una di quelle finestre, più a lungo degli altri. Il vetro era leggermente appannato dal fiato di chi era passato prima di lui, e lui ci ha appoggiato un dito, tracciando una linea lenta, poi un’altra, senza dire niente. Nessuno lo ha disturbato. Nella comunità, ormai, tutti sanno che il silenzio di Luca non è un rifiuto: è un modo di avvicinarsi che ha bisogno di più tempo degli altri. Oltre il vetro, il prato si stendeva grigio e immobile, punteggiato di brina nei punti che l’ombra della sala grande copriva da ore, e più chiaro, quasi dorato, dove l’ultima luce lo raggiungeva ancora obliqua.
Poi, senza guardarci, quasi parlando al vetro più che a noi, ha detto: — Attraverso questa finestra vedo il prato. Il prato non sa che lo sto guardando. Ma io, adesso, lo so.

Non l’ho corretto, non gli ho chiesto di ripeterlo, non ho fatto notare a nessuno quanto fosse insolito — quel gesto, quella frase, in un bambino che di solito lascia che siano gli altri a riempire il silenzio. Ho solo annuito, come si annuisce quando qualcuno ti mostra qualcosa di fragile che ha appena costruito, e che potrebbe rompersi se ci si soffermasse troppo sopra. Ho notato, però, che aveva tenuto la mano sinistra fuori dalla tasca per tutto il tempo — non solo per disegnare sul vetro, ma anche dopo, mentre ci incamminavamo di nuovo, come se se ne fosse dimenticato, o come se, per una volta, non avesse sentito il bisogno di nasconderla.
Quando siamo usciti di nuovo all’aperto, il cielo aveva già preso quel colore che a dicembre dura pochi minuti — un blu così scuro da sembrare quasi viola, con una striscia arancione bassa all’orizzonte, verso ovest, dove il sole se n’era andato senza che nessuno di noi lo vedesse scendere davvero. Qualcuno, dalla sala grande, stava già portando fuori le prime candele per la veglia. Si vedevano le fiammelle muoversi, piccole e ostinate, nel vento leggero che si era alzato.
Dalla sala grande uscivano ora altre persone della comunità, ciascuna con una candela accesa protetta a fatica dal vento con una mano a coppa, dirigendosi verso i punti già stabiliti — sui davanzali, lungo il muretto, ai lati del cancello — dove le luci sarebbero rimaste accese fino a tardi. Nessuno correva. Nessuno alzava la voce. Era il tipo di attività che dicembre, con le sue giornate corte, sembra insegnare da solo: fare le cose una alla volta, perché non c’è comunque tempo per farne due insieme prima che il buio arrivi.
Ci siamo fermati un momento, tutti e sei, più io, sulla soglia del cortile — l’ultima soglia della giornata, anche se nessuno di noi l’ha detto ad alta voce. Nessuno aveva più voglia di aggiungere una frase nuova. Forse perché ne avevamo già dette abbastanza. Forse perché, in quel momento particolare, con il buio che vinceva ancora per poche ore prima di cominciare — impercettibilmente — a perdere terreno, non serviva dire niente: bastava essere lì, sulla soglia, a guardare le prime luci accendersi una dopo l’altra.
Ogni atto può essere una cerimonia, se gli porti la tua piena attenzione. Non l’ho detto ad alta voce. Non ce n’era bisogno: l’avevamo, in un modo o nell’altro, appena attraversata — quella frase — porta dopo porta, rubinetto dopo rubinetto, finestra dopo finestra, senza che nessuno la pronunciasse mai per intero fino a questo momento, sulla soglia buia del cortile, con le candele che cominciavano ad accendersi davanti a noi.
Ho attraversato sei soglie oggi, e forse anche una settima che non so nominare.
Ogni porta apriva su una stanza uguale a ieri, e diversa.
L’acqua era fredda come sempre, e io, per un istante, ero davvero lì a sentirla.
Una candela si è accesa e poi si è spenta, e il buio dopo non era lo stesso buio di prima.
Domani apriremo di nuovo le stesse porte.
Forse le chiameremo soglie. Forse no. Ma sapremo che lo sono.

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