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Cover Stories - Temi di riflessione

La banca di tutti, il buco di qualcuno

Tre milioni di conti congelati, il governatore della banca centrale dimesso, otto dirigenti fermati: in poche ore il crollo di Ueno Bank in Paraguay è diventato l’ennesimo “avvertimento per tutta la Terra”, con tanto di invito a comprare oro. La storia vera, fatta di porte girevoli tra banca e vigilanza, soldi dei pensionati e prestiti agli amici, è più istruttiva di quella virale. E parla anche di noi, da Etruria in poi.

Il crollo di Ueno in Paraguay è davvero un avvertimento. Solo che non dice quello che gli fanno dire i social, e nemmeno quello che giurano i comunicati ufficiali

All’alba di martedì 3 novembre quasi tre milioni di paraguaiani hanno aperto l’app della propria banca e hanno scoperto che la banca, in un certo senso, non c’era più. Ueno, il primo istituto interamente digitale del Paese, quello che prometteva operazioni dal telefono ventiquattr’ore su ventiquattro per trecentosessantacinque giorni l’anno e si presentava con lo slogan «el banco paraguayo de todos», la banca paraguaiana di tutti, era stato messo in risoluzione durante la notte dal Banco Central del Paraguay. Carte rifiutate, bonifici fermi, filiali chiuse e presidiate dalla polizia. Poche ore dopo, sui social di mezzo mondo e quindi anche sui nostri, girava un messaggio scritto con abbondanza di maiuscole: tre milioni di persone, il sessanta per cento degli adulti del Paese, hanno perso l’accesso a tutto, conti e pensioni; il presidente della banca centrale, legatissimo alla banca crollata, si è dimesso; otto dirigenti sono stati fermati, fondatore compreso; la gente è in piazza. Seguiva la morale, che in questi testi arriva puntuale come il conto al ristorante: è il modello che Milei e la «classe Epstein» vogliono imporre a tutti, può succedere ovunque, mettete i risparmi in oro e argento fisici.

La cosa curiosa è che quel messaggio è quasi tutto vero. Ed è proprio per questo che è quasi tutto fuorviante: i fatti sono giusti, è il disegno che li unisce a essere sbagliato. Vale la pena di rimetterli in fila uno per uno, perché la storia vera di Ueno è più istruttiva di quella virale e ci riguarda molto più da vicino di quanto sembri a undicimila chilometri da Asunción.

Che cosa è successo, tolte le maiuscole

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La risoluzione bancaria non è un fallimento in tribunale ma una procedura amministrativa: l’autorità di vigilanza prende il controllo della banca, ne congela l’operatività, trasferisce o rimborsa i depositi e liquida quel che resta per pagare i creditori. Il Banco Central l’ha avviata all’unanimità perché l’indice di solvibilità di Ueno, cioè il rapporto tra il capitale e gli attivi pesati per il rischio, era sceso al 5,56 per cento, meno della metà del minimo legale del 12. Le ispezioni avevano imposto rettifiche contabili per oltre 1,6 bilioni di guaraní, circa 270 milioni di dollari, e la banca non era riuscita a ricostituire una riserva obbligatoria da 70 milioni. All’origine di tutto, secondo il regolatore, c’erano soprattutto i prestiti concessi a società legate agli stessi proprietari: il modo più antico del mondo di trasformare i risparmi altrui in capitale proprio, che le leggi bancarie limitano severamente proprio perché è irresistibile.

Colpisce la velocità. A marzo Ueno aveva collocato sui mercati internazionali obbligazioni per 350 milioni di dollari, la più grande emissione societaria nella storia del Paraguay, salutata dalla stampa economica locale come un’impresa senza precedenti. Fitch, nell’assegnare il rating, ne lodava la buona qualità degli attivi, la redditività solida e una capitalizzazione adeguata. In ottobre gli stessi titoli valevano 87 centesimi per dollaro e la stessa Fitch aveva girato in negativo le prospettive, citando una crescita troppo rapida del bilancio e il peso eccessivo degli attivi immateriali. Pochi giorni prima della chiusura il gruppo proprietario aveva annunciato un aumento di capitale d’urgenza da cento milioni, che non è bastato a fermare l’orologio. Otto mesi da Wall Street al commissariamento: le agenzie di rating, che della finanza dovrebbero essere i fact checker, si confermano capaci di leggere i bilanci con una puntualità invidiabile, cioè sempre un attimo dopo.

Le porte girevoli di Asunción

Ueno nasce dalla vecchia Financiera El Comercio del Grupo Vázquez, conglomerato di famiglia con oltre settant’anni di storia, diventa marchio digitale nel 2022, ottiene la licenza bancaria alla fine del 2023 e nel 2024 assorbe lo storico Visión Banco, diventando la banca con più clienti del Paese pur restando soltanto la sesta per volume di depositi. Il dettaglio non è secondario: tanti conti piccoli, molto marketing, sponsorizzazioni a pioggia, dalla federazione calcistica, al cui stadio nazionale aveva dato il proprio nome, fino alla tappa paraguaiana del mondiale di rally.

Alla guida della finanziaria, prima che diventasse banca, c’era Carlos Carvallo. Nel 2023, appena insediato, il presidente Santiago Peña lo nomina a capo del Banco Central, cioè dell’ente chiamato a vigilare anche sulla sua ex azienda. La banca centrale assicurava che Carvallo si astenesse dalle decisioni che riguardavano Ueno, il che equivale a mettere il cuoco a dirigere l’ispettorato d’igiene raccomandandogli di non assaggiare i propri piatti. Peña, dal canto suo, era rimasto socio d’affari del Grupo Vázquez fino al marzo 2025, attraverso la holding Ueno; la banca precisa che il presidente non è mai stato azionista dell’istituto in sé, una distinzione che ha l’eleganza di certe clausole notarili. Secondo documenti interni della banca centrale pubblicati in ottobre dal quotidiano ABC Color, la banca aveva pagato milioni in servizi proprio a quella holding. E la porta girava anche nell’altro senso: il presidente di Ueno, Juan Manuel Gustale, fermato in questi giorni insieme al fondatore Miguel Vázquez, che si è consegnato da sé alla polizia, aveva lavorato al Banco Central come direttore giuridico della Soprintendenza alle banche. Il controllore che diventa controllato, il controllato che diventa controllore: un valzer che nessun coreografo avrebbe saputo disegnare meglio.

Per chi ama le stranezze, c’è un dettaglio da incorniciare. Nella sua presentazione istituzionale Ueno si vantava di essere la prima e unica entità vigilata dal Banco Central ad aver ottenuto il Sello de Integridad, il bollino di integrità rilasciato dalla Segreteria nazionale anticorruzione insieme al ministero dell’Industria. Non c’è prova migliore che i certificati di virtù, come le pagelle delle agenzie di rating, misurano soprattutto la capacità di compilare bene i moduli.

Chiamato a spiegare, Carvallo ha confermato che i primi allarmi riguardavano proprio i prestiti alle società degli azionisti e che un’ispezione più approfondita aveva fatto emergere irregolarità più gravi, da segnalare alla magistratura; ma ha anche attribuito una parte della colpa agli articoli di stampa che avrebbero indebolito una banca già fragile. È la vecchia strategia del termometro: se la febbre sale, si rompe il termometro. Va detto, per amore del dubbio, che nemmeno il termometro era del tutto neutrale. Le carte arrivavano da fughe di documenti interni del regolatore, finite su un quotidiano che non ha mai nascosto la propria ostilità verso il cartismo, la corrente del Partido Colorado da cui Peña proviene, mentre già a settembre erano stati esponenti della stessa area di governo a chiedere informazioni formali sulla banca. In Paraguay, come altrove, la verità finanziaria esce spesso dalle guerre di potere. Il che non la rende meno vera, ma ricorda di chiedersi sempre chi avesse interesse a farla uscire proprio allora.

Soldi pubblici, banca privata

Qui la storia smette di essere un semplice crac e diventa politica. Ueno gestiva tra 800 e 850 milioni di dollari di denaro pubblico, compresi circa 380 milioni investiti dall’IPS, l’istituto statale che amministra pensioni e assistenza sanitaria dei lavoratori dipendenti. Già alla fine del 2024, secondo i conti ricostruiti dalla stampa locale, i fondi statali depositati nella banca superavano di quasi il novanta per cento il suo patrimonio disponibile. Una banca privata cresciuta in fretta, di proprietà dell’ex socio del presidente, guidata fino a poco prima dall’uomo poi messo a sorvegliarla, che raccoglie i soldi dei pensionati pubblici: non serve un complottista per trovare la vicenda interessante, basta un ragioniere.

Il messaggio virale parla di pensioni congelate, e qui conviene distinguere con calma. Le pensioni di novembre, ha spiegato la responsabile finanziaria dell’IPS, saranno pagate regolarmente perché il denaro destinato agli assegni mensili si trova in un’altra banca, mentre i circa 32.000 pensionati che riscuotevano attraverso Ueno vengono trasferiti altrove. Il rischio vero non riguarda l’assegno di questo mese ma il capitale dell’istituto, cioè le pensioni future di chi oggi lavora, e dipenderà da quanto si riuscirà a recuperare dalla liquidazione. L’IPS ha annunciato azioni legali e, una volta pagata la garanzia ai depositanti, nella fila dei creditori viene prima l’istituto previdenziale e poi i grandi risparmiatori.

Tre milioni di persone, ma non tutte nella stessa barca

I tre milioni di clienti e il sessanta per cento della popolazione adulta sono cifre fornite dalla banca stessa, che le esibiva con orgoglio; l’agenzia EFE parla di 2,9 milioni. Numeri veri, ma di marketing: contano clienti, non risparmiatori, e dietro molti di quei conti c’erano pochi soldi, una carta per i pagamenti, uno stipendio che transitava. È per questo che il fondo di garanzia dei depositi, che copre fino a 75 salari minimi, circa 38.000 dollari per persona, secondo le autorità rimborserà per intero il 97 per cento dei depositanti, circa 2,8 milioni di persone. Restano scoperti, almeno in parte, circa 87.000 clienti con saldi più alti, la cui sorte dipenderà dall’esito della liquidazione.

Il Congresso ha approvato in un giorno, e Peña ha promulgato il 4 novembre, una legge d’emergenza che anticipa a ciascun depositante fino a 40 salari minimi, circa 20.000 dollari, da versare entro pochi giorni con bonifico su un conto presso un’altra banca o, per chi non ne ha, in contanti. Il primo annuncio del Banco Central parlava di un anticipo di appena dieci milioni di guaraní, meno di 1.700 dollari: la piazza ha ottenuto in quarantotto ore un acconto dodici volte più grande, che è forse la notizia politica più sottovalutata dell’intera vicenda. Mentre scriviamo, giovedì 5 novembre, i primi accrediti sono attesi entro la fine della settimana.

I veri perdenti, dunque, sono altri: chi aveva più del tetto garantito, l’istituto previdenziale, chi aveva comprato le obbligazioni, la cui negoziazione è stata sospesa, una decina di calciatori della nazionale che hanno annunciato cause per i propri risparmi, e la credibilità di uno Stato che negli ultimi anni si era presentato agli investitori come un’isola di stabilità e tasse basse nel mare sudamericano.

C’è poi un paradosso che il messaggio virale non può permettersi di vedere. Il blocco dei conti, presentato come l’esproprio dei poveri, in una risoluzione serve a impedire che i più svelti, quelli con l’app sempre aperta e il bonifico già pronto, svuotino la cassa a spese degli altri. È una misura odiosa, ma è l’unica che tratta tutti nello stesso modo. Questo non toglie nulla alla rabbia di chi in quei giorni non poteva pagare l’affitto o la spesa. Le proteste davanti al Pantheon degli Eroi e al Congresso, gli scontri con la polizia, gli slogan contro il presidente sono reali, così come la richiesta di impeachment depositata con 35 firme, tra cui quelle di colorados dissidenti, i fermi degli otto dirigenti e i sequestri preventivi sui loro beni e su quelli delle società azioniste.

Milei, Epstein e altri ospiti non invitati

Peña è un alleato dichiarato di Javier Milei, e tanto è bastato a una parte della stampa argentina vicina al kirchnerismo per titolare sulla caduta della banca legata all’alleato che Milei indicava come modello per la regione, e a qualche testata della sinistra latinoamericana per presentare il presidente paraguaiano come «amico di Trump e Milei». Sui social il passaggio successivo è stato automatico: modello Milei, classe Epstein, piano globale.

Peccato che la trama di Ueno somigli poco a un esperimento libertario. Una banca che cresce raccogliendo i soldi di un ente previdenziale pubblico, guidata da un manager poi promosso a capo della vigilanza, di proprietà dell’ex socio del presidente, che presta denaro alle aziende dei propri azionisti: è il capitalismo di relazione più tradizionale, quello che lo stesso Milei nei comizi chiama «la casta» e promette di abbattere a colpi di motosega. E il salvataggio dei piccoli risparmiatori, se così lo si vuole chiamare, l’hanno fatto una banca centrale, cioè proprio il tipo di istituzione che Milei vorrebbe abolire, e un fondo pubblico di garanzia. Su Milei si può discutere quanto si vuole, a favore o contro; Ueno, semplicemente, non è un argomento né per l’una né per l’altra tesi.

Quanto a Epstein, nella storia di Ueno non compare da nessuna parte. Il suo nome è diventato un aggettivo universale, una colla buona per attaccare qualunque cattivo a qualunque scandalo, e funziona come tutte le colle universali: tiene insieme tutto e non ripara niente. Quando ogni potente diventa «classe Epstein», i potenti con nome e cognome, che in questo caso sono imprenditori e funzionari di Asunción con una passione molto provinciale per il prestito agli amici, tornano a casa sollevati, perché la loro colpa si è dissolta nel cosmo.

Il conforto dell’oro

Resta il consiglio finale, oro e argento fisici. Chi scrive non vende né lingotti né conti correnti, e può quindi permettersi di guardare la faccenda con una certa freddezza. In Paraguay, questa settimana, a proteggere davvero i risparmi della grande maggioranza dei clienti di Ueno non è stato il metallo giallo ma il fondo di garanzia dei depositi, cioè proprio un pezzo di quel «sistema» da cui il messaggio invita a fuggire. L’oro non paga interessi, va custodito, e una cassaforte in casa è una banca senza fondo di garanzia, con un solo dipendente e nessuna polizza contro i ladri. Il suo prezzo, inoltre, oscilla parecchio: chi lo comprò al picco del gennaio 1980 dovette aspettare il 2008 per rivederne il valore nominale, e l’argento ha nervi ancora più fragili. Nelle crisi vere, chi ha bisogno di vendere in fretta vende al prezzo del compratore, e in farmacia nessuno accetta il resto in grammi. Come parte di un patrimonio diversificato il metallo ha una logica antica e rispettabile; come rifugio unico è soltanto un modo di sostituire un rischio con un altro, scegliendo quello che luccica di più.

E da noi?

In Italia la rete di sicurezza esiste ed è più larga di quella paraguaiana: il Fondo interbancario di tutela dei depositi garantisce fino a centomila euro per depositante e per banca, come previsto dalle regole europee. Ma la trama di Ueno non ci suona affatto esotica. Nel novembre 2015 quattro banche, Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara, finirono in risoluzione; gli obbligazionisti subordinati, tra cui molti pensionati convinti di aver comprato titoli tranquilli, persero i risparmi, e alla vicepresidenza di Etruria sedeva il padre di una ministra in carica. Due anni dopo toccò alla Popolare di Vicenza e a Veneto Banca. Stessi ingredienti: crescita aggressiva, rapporti stretti con la politica locale e nazionale, una vigilanza che arriva quando il buco è già diventato cratere, e una comunicazione ufficiale che fino all’ultimo parla di casi isolati.

La lezione di Asunción, dunque, non è che il digitale sia diabolico né che l’oro salvi. Una banca che sta dentro un’app non è di per sé più fragile di una con il marmo all’ingresso; lo diventa quando concentra in un solo punto i soldi di mezzo Paese e quando la fiducia può evaporare alla velocità di un tocco sullo schermo, come si vide nel 2023 con la Silicon Valley Bank, svuotata dai propri clienti in poche ore senza che nessuno facesse la fila. La lezione è più noiosa e proprio per questo più utile: chiedersi chi possiede la propria banca, se cresce troppo in fretta, se paga interessi molto sopra la media, se spende più in sponsorizzazioni che in trasparenza, se chi la guidava è finito a sorvegliarla, se si tengono più di centomila euro nello stesso istituto. Sono domande che non fanno impazzire gli algoritmi, ma sono le uniche che funzionano tanto contro il comunicato rassicurante, quello del «caso isolato» e del sistema «solidissimo», quanto contro il messaggio in maiuscolo che annuncia la fine del mondo e ne vende la soluzione in lingotti.

La banca di tutti

Alla fine lo slogan di Ueno si è rivelato profetico, anche se non nel senso che intendevano i pubblicitari. La banca paraguaiana di tutti lo è diventata davvero: il conto lo pagheranno un po’ tutti, attraverso un fondo di garanzia alimentato dai contributi delle banche, cioè dei loro clienti, attraverso un istituto previdenziale che appartiene a tutti i lavoratori, attraverso la credibilità di uno Stato che fino a ieri si vendeva come il primo della classe. Non è il complotto planetario che qualcuno ha visto dietro il crollo. È qualcosa di molto più antico, molto più locale e molto più diffuso: il prestito all’amico, la nomina dell’amico, il silenzio dell’amico. Un modello, sì, che può davvero succedere ovunque. Anche, e forse soprattutto, dove nessuno lo chiama «classe Epstein».


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