Sgombriamo subito il campo da inutili fraintendimenti. Il titolo del post odierno è una bufala. Trattasi di falsa apertura, espediente sovente usato nel giornalismo, per richiamare l’attenzione, mentre si parla d’altro. Ora io non so cosa voglia dire quella brutta parola ne ho alcuna intenzione di informarmi tantomeno informarvi. Il titolo odierno, non giriamoci attorno, doveva esse: Puzza. Ebbene non posso, e non per motivi di carattere morale, ma solo per problemi tecnici. Fatte le debite prove di trasmissione mi sono accorto che con puzza sarei andato poco lontano e poi avrei avuto sicuramente anche un calo di zuccheri. A questo punto è arrivata l’lluminazione, apro a caso con un termine altisonante, e poi mi concentro e scrivo di una parola che ripete una delle vocali già in uso, ma ci apre, altresì, le porte e anche le finestre, e altri molteplici scenari. Quello mi piaceva, quello farò, anzi lo faccio. Non vi parlerò di pizzo in quanto uso taglieggiatorio del crimine, sebbene organizzato. Lasciamo perdere quel fronte, troppi ce ne sono di quei fronti e anche di altri fronti da noi e in giro per il mondo. Invochiamo la tregua o meglio ancora la pace e tirammnzz. Il pizzo di cui mi vorrei occupare in prima istanza fa bella mostra di sé già dai titoli e fotoritoli di testa e non di coda. Trattasi di trine e pizzi, acuti e merletti, con SanGalli in aggiunta e svizzeri di scorta che solletica e acuisce, ma non lascia l’amaro in bocca. Come recita il bugiardino a seguire i pizzi sono trame sottili e in genere si conosce anche l’assassino prima di metterli addosso. Lasciamo la parola e lo scritto a Wikipedia:
“Il merletto o pizzo o trina è una particolare lavorazione di filati per ottenere un tessuto leggero, prezioso e ornato. L’operazione non viene effettuata su tessuto, ma è essa stessa la costruzione di un intreccio nel vuoto. Questo tipo di lavorazione richiede l’uso di supporti idonei ad assicurare, e successivamente ornare, i fili che vengono lanciati nelle direzioni richieste dal disegno progettato. I supporti sono: il tombolo, appositi cartoni o il telaio da ricamo, gli strumenti: fuselli, ago, uncinetto, navettine, modano o direttamente le dita come per il macramè. La denominazione “dentelles” non è che la traduzione della parola italiana merletto, in lingua francese”
Avremmo potuto spingere sugli effetti speciali, già dall’immagine in copertina, sollecitando con foto compromettenti la vostra sussuria, anche con la elle o la effe, ma non ci è pieghiamo a questi mezzucci, sappiatelo e segnatevelo. Poi buttatelo. Intanto veloabbiamoditelo, così come si suole e non scarpe. Invece a testimoniare la nostra buona fede e anche il nostro totale e assoluto disorientamento – un classico qui a bottega – abbiamo spolverato le teche e propostovi un grande, assoluto, imprendibile capolavoro di ogni luogo, tempo e dominio – ogni tanto un riferimento al web può far comodo dicheno le AI o iA – del teatro e poi cinema globoterraqueo. Dal testo commedia di Joseph Kesselring al film(one) – senza dubbio alcuno – di Frank e dico Frank Capra, mica latte pastorizzato, con Cary Grant, e ho detto tutto. Perdonate, a questo punto, l’irruzione seria e a gamba tesa, ma non posso liquidare l’argomento senza raccomandarvi – se capitasse – di andare a vedere questo testo a teatro, vero meccanismo a orologeria perfettamente oliato, funziona sempre anche se recitato da una compagnia di bradipi. Stop. Ma non perdiamoci fra i pizzi e le trine, nonchè i merletti, perchè è giunto il momento di recarsi sulla costa calabra.

Intanto sgombriamo il campo a notizie false e tendenziose, Pizzo calabro è sicuramente in Calabria e, deve il suo nome, non a trine e altre strane origini legate a particolari usanze globali, bensì, come recita il sito turismo calabria punto net:
“Il nome Pizzo deriva dalla particolare conformazione geografica del promontorio su cui sorge la città. La denominazione fa riferimento alla forma di becco d’uccello che caratterizza lo sperone tufaceo che si protende sul Mar Tirreno, elevandosi dalla foce del fiume Angitola fino alla spiaggia della Marina. Questa conformazione naturale non solo ha determinato il nome della località, ma ne ha anche influenzato profondamente la storia e lo sviluppo. Il termine descrive perfettamente la morfologia del territorio, rappresentando un esempio di toponomastica descrittiva che ha resistito al passare dei secoli.”
Sgomberato il campo, dobbiamo, anzi, ci corre l’obbligo di sottolineare in modo incontrovertibile che a Pizzo si disloca, trova, inserisce, staziona, origina e trionfa: l’unico, l’irripetibile, il superbo: Tartufo di Pizzo.

Attingiamo al testo in calce, affisso sul sito della gelateria Belvedere di Pizzo calabro, che vi abbiamo pure linkato qui di sopra, per farci raccontare la storia e la leggenda del favoloso gelato caldo/freddo nato qui/ivi/proprio accanto.
“È il 14 giugno 1953, ed il maestro gelataio Giuseppe De Maria conosciuto come “Don Pippo” (all’epoca proprietario di un bar nella piazza centrale di Pizzo) è alle prese con un inconveniente sorto ad un matrimonio dove stava effettuando un servizio di catering gelato: gli invitati sono numerosi e gli stampi per il confezionamento del gelato non bastano per tutti.
Come si dice in questi casi: “Bisogna fare di necessità virtù”!
Don Pippo, trovatosi a far fronte all’inconveniente, fece a meno degli stampi e, procedette sovrapponendo nell’incavo della mano una porzione di gelato alla nocciola ad uno strato di gelato al cioccolato, vi inserì all’interno del cioccolato fuso, ed avvolse tutto in un foglio di carta alimentare da zucchero, per poi farlo raffreddare”.
Dopo una svolta come questa è davvero difficile continuare il post, del resto s’è fatta na certa, e il tempo volge al termine, non mi rimane che segnalare, brevemente, alcune altre accezioni – e la accendiamo – del termine qui e ora: pizzo barba, detto anche pizzetto, e non mi dilungherei, poi c’è il generico: estremità appuntita di qualche cosa; e la diamo per buona, poi c’è il pizzo inteso come picco montano – il pizzo Bernina e suoi derivati – e chiuderei in bellezza con la valenza, trilenza o credenza, dialettale:
“stare in pizzo” o similari
e qui ci possiamo ulteriormente sbizzarrire, con rinnovata arcilogna – inventata ora – mi limito a tre barra quattro significati in tre dialetti diversi: siculo – assittato in pizzo = seduto sul bordo, a disagio, puntiglioso; romanesco – a pizzo = da parte; napoletano – sta o pizzo suojo = stare al propro posto; ma anche “mettere ‘e sorde o pizzo = mettere i soldi da parte.
Ci lasciamo in musica, col superbo Nino Taranto e la canzone comica: Mazza Pezza e Pizzo, una sorta di traditional della comicità napoletana, da ricordare e tramandare, sempre e dovunque, altrochè tik tokker arruffati o influencers stralunati. Copiate lui por favor. CiccioFormaggio. Bye
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