Playlist del 27 febbraio 2026: tra fantasmi che cantano, papponi del capitalismo e strumentali che non risolvono nulla — esattamente come la vita
C’è un momento preciso, ogni settimana, in cui la musica smette di essere intrattenimento e diventa diagnostica. È il momento in cui sedici brani finiscono nella stessa playlist e, senza volerlo, disegnano una radiografia del presente — con tutte le sue fratture esposte. Quella del 27 febbraio 2026 è una di quelle lastre che il medico guarda in silenzio prima di dire qualcosa di importante. La diagnosi? Viviamo in un’epoca in cui i morti cantano meglio dei vivi, il jazz è più punk del punk, e a Sanremo l’atto più coraggioso è non mettere il ritornello.

Sette minuti di tensione irrisolta
Gli Archive aprono Glass Minds — tredicesimo album in trent’anni, uscito oggi su Dangervisit/[PIAS] — con “Broken Bits”, quasi sette minuti di strumentale che non concede nulla. Corni lontani come corne da nebbia, un sintetizzatore che drone e non smette di dronare, un arpeggio da manuale Archive che entra dopo un minuto e mezzo di agonia deliberata. Poi la seconda metà vira verso l’elettronica e non risolve la tensione. Non la risolve mai. È un brano che si rifiuta strutturalmente di darti soddisfazione, il che lo rende — paradossalmente — il pezzo più soddisfacente della settimana.
Il collettivo londinese fondato nel 1994 da Darius Keeler e Danny Griffiths a Croydon continua a essere il segreto meglio custodito della musica britannica: headliner da quindicimila posti a Parigi, praticamente invisibili in patria. Glass Minds — settantotto minuti, dodici tracce, registrato tra Brighton e Londra, mixato a Parigi, con artwork dell’artista della Saatchi Gallery Alaric Hammond — è stato descritto dalla stampa tedesca come “spaventosamente coerente”. Keeler cita l’ispirazione dell’Enigma Variations di Elgar per gli arrangiamenti di ottoni, e dichiara che il punto di partenza è stato il brano “Patterns”, che gli ha ricordato il minimalismo del debutto Londinium del ‘96. In un’epoca in cui la coerenza artistica viene scambiata per immobilismo, gli Archive dimostrano che restare fedeli a un’ossessione sonora per tre decenni non è conservatorismo — è resistenza.
Austin, Texas: dove il remix è un dialetto locale
“Goldmine” nella versione KONGOS/Dirty Texans Remix è un oggetto strano e rivelatore. Il brano originale appartiene a Jane Leo — duo art-pop di Austin composto da Jane Ellen Bryant e Daniel Leo, coppia nella vita e nel suono, il cui secondo album Creature of Destruction (settembre 2025) ha virato verso un disco-dance di matrice synth-pop che la stessa band definisce il proprio “capitolo techno-dance”. I KONGOS — quattro fratelli sudafricani trapiantati prima in Arizona, poi ad Austin, noti per quel “Come with Me Now” che vi perseguita dal 2014 — avevano già remixato un loro brano nel 2022. I Dirty Texans, dal canto loro, si autodefiniscono “Underground House meets Backwoods Honky Tonk”, il che è già una dichiarazione poetica.
Tre entità della stessa città, tre visioni del ritmo, un solo brano smontato e rimontato. È il modello Austin: una scena dove la collaborazione non è strategia di marketing ma prossimità geografica trasformata in linguaggio comune. Il risultato è dance con polvere texana nelle pieghe, e funziona proprio perché nessuno ha cercato di farlo funzionare.
L’assenza del ritornello come atto politico
Al Festival di Sanremo 2026, Enrico Nigiotti porta “ogni volta che non so volare” — e non ci mette il ritornello. A Sanremo. La patria del ritornello. Il tempio dell’inciso che ti entra nel cranio e non esce più. Nigiotti ha scritto un flusso di coscienza con Pacifico — uno dei parolieri più rispettati del panorama italiano — e con Fabiano Pagnozzi, e l’ha definita “una delle canzoni più importanti che abbia mai scritto”. Nata in una notte d’insonnia, a letto senza potersi muovere per non svegliare chi ti dorme accanto, è un monologo interiore che attraversa il tempo, i ricordi, la fragilità, la paternità. “Il tempo vola maledetto / veloce come un pizzicotto” — e anche in un orologio rotto, aggiunge.
La critica si è divisa con prevedibile simmetria: Rockol gli dà 5, Sky TG24 gli dà 7, All Music Italia parla di “cantore d’altri tempi” e di testo “stupendo”. Il problema di Nigiotti — se problema è — è che la sua sincerità non ha ganci. Non è instagrammabile. Non è virabile. È un uomo di Livorno che paragona sé stesso a un alimentari di quartiere, e probabilmente ha ragione. L’album Maledetti Innamorati esce il 13 marzo: undici brani, etichetta Columbia/Sony, e la consapevolezza — rara, quasi commovente — che “una carriera non è un singolo giorno”.
L’ultimo sguardo luminoso
Poi c’è la voce che non dovrebbe esserci. Naâman — Martin Mussard, da Dieppe, Normandia, “le petit prince du reggae français” — è morto il 7 febbraio 2025 per un tumore al cervello. Aveva trentaquattro anni. “Toi et moi” è uscita il 25 febbraio 2026, giorno in cui ne avrebbe compiuti trentasei. È il suo secondo singolo postumo, dopo “Freebird”. Ed è una delle sue rarissime composizioni in francese, lui che aveva sempre cantato in inglese
La produzione è essenziale: Fatbabs alla chitarra — il suo produttore di sempre —, i Deep Rockers, Manu Eveno dei Tryo. Il video, girato nell’ottobre 2024 sulla spiaggia di Granville, è l’ultimo che abbia mai filmato. “Toi et moi, c’est tout que mon cœur voit” canta, e poi: “Toujours vivant, je veux cueillir le soleil derrière ton sourire.” La direzione artistica del suo lascito è affidata a Karishma Bhasin, sua moglie, secondo le volontà dell’artista. La piazza dove ha tenuto il suo ultimo concerto a Dieppe ora porta il suo nome. Non c’è ironia possibile qui. Non ce n’è bisogno. Ci sono brani che non si recensiscono: si attraversano.
Il principiante con venti Grammy
Pat Metheny ha settantun anni, venti Grammy in dieci categorie diverse, e il coraggio di dichiarare: “In molti sensi, sento di essere appena all’inizio.” Side-Eye III+ esce oggi sulla sua nuova etichetta Uniquity Music — primo album in studio in sei anni — e “Make a New World” è il suo centro gravitazionale: dieci minuti che partono da una citazione quasi-beatlesiana (“Here, There and Everywhere”), rallentano, accelerano, aggiungono delay e synth, e poi si aprono in un ensemble vocale di nove voci guidato da Mark Kibble dei Take 6. Il critico di Qobuz parla di “fusione spaziale”; UK Jazz News nota aromi brasiliani e la gioia pura del suono.
Il trio base — Metheny, Chris Fishman al piano, Joe Dyson alla batteria — si è espanso in studio con quindici musicisti aggiuntivi, inclusa l’arpista Brandee Younger. Metheny l’ha detto chiaro: “la musica chiedeva qualcosa di più grande”. E quando uno che ha suonato con Ornette Coleman, Joni Mitchell e David Bowie dice che questo è uno dei migliori dischi che abbia mai fatto, o è autoinganno senile o è verità. Il dubbio metodico suggerisce la seconda.
Il pappone più grande dell’anno
Jill Scott torna dopo undici anni di silenzio discografico con To Whom This May Concern — diciannove tracce che spaziano dal neo-soul al trip-hop al big band — e nel mezzo piazza “BPOTY”, acronimo di “Biggest Pimp of the Year”. Con Too $hort, leggenda del rap di Oakland, come personaggio satirico. Il “pappone dell’anno” non è una persona: è il sistema. L’industria farmaceutica che ti tiene malato per venderti le cure. Il predicatore che svuota le tasche della congregazione. Il capitalismo che ti trasforma in “a ho on a track”. Too $hort entra come “esperto di pimpologia” e il ribaltamento è completo: la metafora del pimp diventa critica strutturale, con un funk sporco di chitarra e batteria che puntella il tutto.
Variety la chiama “la poetessa residente dell’R&B moderno”; Soul In Stereo dice che nessun suo album precedente “si sente così vitale per il momento”. Fantano le ha dato 9. Scott ha spiegato l’assenza decennale con tre parole a Elle: “I’ve been livin’, honey.” Il che è più programmatico di qualsiasi comunicato stampa.
Il resto del mondo, in breve
La playlist non finisce qui, e il resto è un catalogo di fantasmi e rinascite. The Cure riportano in streaming per la prima volta il mix ‘86 di “Boys Don’t Cry” — Robert Smith che ri-canta la propria giovinezza con “più tono e più emozione”, rimasterizzato nel 2026 da Matt Colton, quarant’anni dopo. Morrissey copre “Amazona” dei Roxy Music per il controverso Make-Up Is a Lie, e sceglie Phil Manzanera come santo protettore. I Gorillaz con “The Moon Cave” da The Mountain riesumano le voci di Bobby Womack e Dave Jolicoeur dei De La Soul — entrambi morti — da sessioni inedite dell’era Plastic Beach, mescolandole con Asha Puthli, Jalen Ngonda e Black Thought: un séance in forma di canzone.

A Sanremo, Levante con “Sei Tu” cerca l’empatia fisica e Raf con “Ora e per Sempre” trasforma una promessa scritta a macchina nel 1996 a Cuba in ballata autobiografica — la voce tiene ancora a sessantasei anni, il che non è poco. Bruno Mars torna solista dopo un decennio con The Romantic e “On My Soul” è esattamente quello che vi aspettate, il che è sia il suo pregio sia il suo limite. Kaskade e MKLA si fanno remixare dai Disciples dal loro undux. Iron & Wine pubblica Hen’s Teeth su Sub Pop — gemello oscuro del precedente Light Verse — e “Paper \u0026 Stone” è pennellata acustica con la figlia Arden ai cori. Lala Lala apre Heaven 2 con “Car Anymore”, sassofono e MIDI, Destroyer incontra Kraftwerk. E Ludovico Einaudi regala “Memory One”, unica composizione nuova nella retrospettiva Solo Piano — “la canzone di chi eravamo, trasformata da chi siamo diventati”.
Sedici frammenti rotti, nessuna risoluzione
Il filo che lega questi sedici brani non è un genere, non è un’estetica, non è una generazione. È qualcosa di più sottile e più scomodo: l’ostinazione a esistere in un mondo che preferisce l’algoritmo al gesto. Archive che non risolvono la tensione. Nigiotti che non mette il ritornello. Naâman che canta dall’altra parte. Jill Scott che chiama il capitalismo pappone. Metheny che a settantun anni dice “sto cominciando adesso”. Nessuno di loro sta cercando il vostro consenso. Il che, per il Principio Franti, è l’unica forma di arte che valga la pena ascoltare.
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