Le dipendenze invisibili del nostro mondo
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Capitolo 1 — Il monologo che nessuno vuole sentire
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C’è una scena, nella serie Landman di Taylor Sheridan, che meriterebbe di essere proiettata nelle scuole, nei parlamenti, nelle redazioni di chi scrive di energia senza capirne nulla. È un monologo. Lo pronuncia Tommy Norris, il faccendiere petrolifero texano interpretato da Billy Bob Thornton, mentre parla con una giovane consulente legale che probabilmente non ha mai visto un pozzo in vita sua.
Non grida. Non fa retorica. Elenca.
Elenca tutto ciò che deriva dal petrolio: la benzina, certo, ma anche la plastica del telefono che hai in mano, i fertilizzanti che fanno crescere il cibo che mangi, l’asfalto su cui cammini, i farmaci che ti tengono in vita, i vestiti sintetici che indossi, il rossetto, le lenti a contatto, i pannelli solari. Sì, anche quelli. Soprattutto quelli.
È un elenco che non finisce, e che a un certo punto smette di essere informazione e diventa vertigine.
La scena dura pochi minuti. Ma contiene una verità che la nostra civiltà ha accuratamente rimosso: non siamo semplicemente “dipendenti” dal petrolio come si è dipendenti da una cattiva abitudine. Siamo fatti di petrolio. La modernità è petrolio solidificato, liquefatto, trasformato, nascosto in ogni oggetto e in ogni processo. Toglilo, e non resta nulla che riconosceresti come il mondo in cui vivi.
La grande rimozione
Proviamo a guardare i numeri, quelli che raramente arrivano al grande pubblico.
Le riserve petrolifere mondiali recuperabili ammontano a circa 1.536 miliardi di barili, secondo le stime più recenti di Rystad Energy. È tanto? È poco? Dipende da quanto ne consumiamo. E ne consumiamo circa 100 milioni di barili al giorno — una cifra che la mente fatica a visualizzare. Significa 36,5 miliardi di barili all’anno. Significa che, ai ritmi attuali, quelle riserve durerebbero tra i 40 e i 50 anni.
Intorno al 2065-2070, se tutto restasse uguale, il petrolio finirebbe.
Ma tutto non resterà uguale. La domanda cresce. I paesi emergenti vogliono la loro quota di modernità, e hanno ragione a volerla. L’India, l’Africa, il Sud-Est asiatico non accetteranno di restare fermi mentre noi, che abbiamo costruito il nostro benessere bruciando idrocarburi per un secolo, facciamo loro la predica sulla sostenibilità. Dunque i consumi aumenteranno, e la data si avvicinerà.

C’è poi un altro dato, meno noto ma più inquietante: le riserve si stanno riducendo più velocemente del previsto. Dal 2019 a oggi sono diminuite di circa 700 miliardi di barili, perché si investe meno nell’esplorazione di nuovi giacimenti. L’industria petrolifera, stretta tra la pressione ambientalista e l’incertezza sulle politiche future, sta smettendo di cercare. È razionale dal punto di vista aziendale. È potenzialmente catastrofico dal punto di vista sistemico.
La corsa ai margini del mondo
Ecco perché si va a cercare petrolio ovunque, anche dove fino a ieri sembrava impensabile.
Il Venezuela — un paese in rovina economica, devastato da decenni di malgoverno e sanzioni — possiede le riserve più grandi del pianeta: circa il 18% del totale mondiale, più dell’Arabia Saudita. È un’ironia atroce: uno dei paesi più poveri siede su uno dei tesori più preziosi. Ed è un tesoro che tutti vogliono. Le tensioni geopolitiche intorno al Venezuela non riguardano la democrazia o i diritti umani, o almeno non principalmente. Riguardano quegli oltre 300 miliardi di barili di greggio pesante che giacciono sotto l’Orinoco.
Si trivella in acque sempre più profonde, in regioni sempre più remote. La Guyana, minuscolo stato sudamericano che fino a ieri nessuno sapeva collocare sulla mappa, è diventata improvvisamente strategica per i suoi giacimenti offshore. L’Artico, man mano che i ghiacci si ritirano, diventa teatro di nuove esplorazioni e nuove tensioni tra Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia. Le sabbie bituminose dell’Alberta canadese, un tempo considerate antieconomiche, vengono sfruttate con tecniche devastanti per l’ambiente.
È una corsa contro il tempo, e contro la geologia. E nessuno ne parla davvero.
Il paradosso che non vogliamo vedere
A questo punto qualcuno solleverà l’obiezione prevedibile: ma le energie rinnovabili? Ma la transizione verde? Ma le auto elettriche?
È qui che il monologo di Tommy Norris diventa profetico.
Per costruire una pala eolica servono tonnellate di acciaio, cemento, fibra di vetro, rame, terre rare. L’acciaio si produce in forni che bruciano carbone o gas. Il cemento richiede processi ad altissima temperatura, alimentati da combustibili fossili. La fibra di vetro deriva dalla petrolchimica. Il rame si estrae con macchinari diesel in miniere che consumano quantità enormi di energia. Le terre rare — neodimio, disprosio, praseodimio, nomi che sembrano usciti da un romanzo di fantascienza — si trovano concentrate in pochi luoghi, soprattutto in Cina, e la loro estrazione è uno dei processi industriali più inquinanti e energivori che esistano.
Poi la pala va trasportata. Con camion. Che vanno a gasolio. Su strade di asfalto. Che deriva dal petrolio.
Lo stesso vale per i pannelli solari: silicio purificato, telai di alluminio, vetro, cavi, inverter — ogni componente ha una storia fatta di miniere, fonderie, fabbriche, trasporti, e quasi nessuna di queste storie può essere raccontata senza petrolio.
E le auto elettriche? Le batterie al litio richiedono litio (appunto), cobalto, nichel, grafite. Il litio si estrae principalmente in Sudamerica, in miniere a cielo aperto o da salamoie che consumano milioni di litri d’acqua in zone desertiche. Il cobalto viene per lo più dal Congo, in condizioni che preferiamo non sapere. La grafite dalla Cina. Ogni auto elettrica “pulita” porta con sé un’ombra di estrazione, trasporto, lavorazione — tutto alimentato dalla stessa fonte che dovrebbe sostituire.
Non è un argomento contro le rinnovabili. È un argomento contro l’illusione che esista una transizione senza costi, senza contraddizioni, senza dipendenze. Stiamo cercando di uscire dal petrolio usando il petrolio. E nessuno ha ancora spiegato come si fa quando il petrolio non ci sarà più.
L’uranio non ci salverà
“E il nucleare?” chiederà qualcun altro.

Le riserve di uranio economicamente estraibili sono stimate per circa 130 anni ai consumi attuali. Sembra tanto. Ma i consumi attuali del nucleare coprono appena il 10% dell’elettricità mondiale — non dell’energia totale, solo dell’elettricità. Se volessimo sostituire il petrolio col nucleare, quelle riserve si esaurirebbero in una frazione del tempo.
E anche costruire centrali nucleari richiede cemento, acciaio, trasporti, infrastrutture. La stessa catena. Lo stesso circolo.
Il mondo che non vediamo
Forse il problema più profondo non è tecnico. È cognitivo.
Viviamo immersi nei prodotti del petrolio senza vederli. Ogni mattina ci svegliamo in case riscaldate (gas, derivato del petrolio), indossiamo vestiti sintetici (derivati del petrolio), mangiamo cibo prodotto con fertilizzanti chimici (derivati del petrolio), saliamo su mezzi di trasporto (alimentati dal petrolio), lavoriamo su computer fatti di plastica (derivata dal petrolio) e silicio (estratto e lavorato con energia fossile), comunichiamo attraverso reti che corrono in cavi di plastica e si appoggiano a server raffreddati con elettricità prodotta in gran parte da fonti fossili.
E poi, la sera, qualcuno ci dice che stiamo andando verso un futuro “green”, “sostenibile”, “a zero emissioni”. E ci crediamo. Perché è più comodo crederci. Perché l’alternativa è un pensiero che preferiamo non pensare.
È la grande rimozione del nostro tempo. Non una cospirazione, non una menzogna deliberata. Qualcosa di più sottile e pervasivo: un’incapacità collettiva di vedere le fondamenta della nostra esistenza. Come pesci che non sanno cos’è l’acqua.
E poi c’è il digitale
Qui il discorso si apre su un territorio che esploreremo nei prossimi capitoli, ma che vale la pena anticipare.
Ci hanno raccontato che il futuro è la “dematerializzazione”. Che l’economia digitale ci libera dalla pesantezza delle cose. Che il cloud è leggero, etereo, immateriale — lo dice il nome stesso.
È una delle menzogne più eleganti del nostro tempo.

Il cloud non è una nuvola. È un capannone pieno di server, in qualche luogo che non vediamo, che consuma elettricità giorno e notte, che richiede sistemi di raffreddamento, che si regge su infrastrutture di cavi, che dipende da una catena di produzione e manutenzione interamente materiale, interamente energivora, interamente legata — ancora una volta — a quelle fondamenta fossili che preferiamo ignorare.
E c’è di peggio: abbiamo trasferito nel digitale la nostra memoria. I nostri archivi, i nostri documenti, le nostre foto, i nostri libri, la nostra cultura. Abbiamo costruito la biblioteca più vasta della storia umana — e l’abbiamo resa dipendente da un’alimentazione elettrica continua. Se si spegne, scompare.
Ma di questo parleremo. Per ora basti questo: il domani che non vogliamo conoscere non è fatto solo di pozzi che si prosciugano. È fatto di un’intera civiltà che ha dimenticato su cosa poggia.

Una domanda, per cominciare
Questo non è un articolo catastrofista. Non è un invito al panico, né una profezia di sventura. È qualcosa di più semplice e forse più difficile: un invito a guardare.
Guardare quello che c’è sotto i nostri piedi, sotto i nostri oggetti, sotto le nostre certezze. Guardare le condizioni materiali di una civiltà che si è raccontata come post-materiale. Guardare il timer che scorre, non per terrorizzarci, ma per capire chi siamo davvero e su cosa si regge il mondo che diamo per scontato.
Nei prossimi capitoli esploreremo queste fondamenta una per una. Il petrolio come matrice di tutto. Il paradosso delle energie alternative. La fragilità del nostro archivio digitale. E infine, la domanda più grande: cosa significa vivere sapendo che il progresso non è un destino, ma una condizione — e che le condizioni possono cambiare.
Per ora, una sola domanda. Quella che Tommy Norris, con la sua voce roca e il suo sguardo da uomo che ha visto troppo, sembra porre a tutti noi:
Siete sicuri di voler sapere?
Fine del primo capitolo della serie “Quel domani che non vogliamo conoscere”. La prossima settimana approfondiremo un altro aspetto.
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