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Protagonisti - Interviste e biografie

Lo spazio della parola, il potere del silenzio

Anatomia di una scomparsa: dai caffè letterari alle agorà digitali, cosa resta dell’intellettuale nel deserto dello spazio pubblico

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Quando il Café Gijón di Madrid è stato venduto a una catena alberghiera nel novembre 2024, nessun quotidiano mainstream ha registrato il fatto per quello che realmente rappresentava: non la fine di un locale storico, ma l’ennesima capitolazione di uno spazio pubblico europeo alla logica estrattiva del capitalismo contemporaneo. Un mese prima, l’Antico Caffè Greco di Roma aveva chiuso i battenti dopo oltre due secoli di attività. Due eventi apparentemente isolati che segnano invece una traiettoria precisa: la trasformazione definitiva delle città europee da ecosistemi culturali a parchi tematici per turismo di massa e consumo atomizzato.

Café Gijón di Madrid

Il caffè letterario — quell’istituzione borghese ottocentesca dove Baudelaire beveva assenzio, Sartre teorizzava l’esistenzialismo e Lorca trovava rifugio dal franchismo — non è semplicemente “in declino”. È stato sistematicamente smantellato da quarant’anni di ristrutturazione neoliberale dello spazio urbano. E il fatto che riviste come Monocle lo trattino come questione di “nostalgia” o di “design intelligente” rivela l’incapacità strutturale della critica culturale mainstream di analizzare i meccanismi economici che stanno trasformando le metropoli europee in deserti relazionali.

Ma questa è solo metà della storia. L’altra metà riguarda chi, in quegli spazi, avrebbe dovuto esercitare la funzione critica: lo scrittore, l’intellettuale, il letterato. Una figura che oggi appare sbiadita, la sua autorità erosa dall’atomizzazione del discorso pubblico, da ferree logiche di mercato e da una diffusa precarietà simbolica delle élite. Il letterato non è più, o non è più soltanto, un vate, ma un attore in un’arena affollata, dove la sua voce è solo una tra le innumerevoli che competono per l’attenzione.

Intellettuali allAntico Caffè Greco di Roma

I. La finanziarizzazione dello spazio pubblico: cronaca di una demolizione annunciata

Il caffè letterario storico funzionava secondo una logica economica radicalmente diversa da quella contemporanea. Come hanno documentato storici dell’urbanistica come Sharon Zukin e David Harvey, questi spazi operavano in quella che l’economista Karl Polanyi definiva “embedded economy”: un’economia incorporata nelle relazioni sociali, dove il valore non era determinato esclusivamente dal profitto estrattivo ma dalla funzione pubblica.

Vienna Café Central

Il Café Central di Vienna, fondato nel 1876, poteva permettersi di ospitare Lev Trotsky per ore davanti a un singolo caffè perché il modello di business non era ottimizzato per il tasso di rotazione dei tavoli. Il Café de Flore a Parigi, frequentato da Sartre, Simone de Beauvoir e Albert Camus durante l’occupazione nazista, funzionava come semi-pubblico — uno spazio liminale tra domestico e istituzionale dove si poteva sostare, discutere, pensare senza l’imperativo capitalista della monetizzazione di ogni minuto di permanenza.

Boris and Michelle Vian Jean Paul Sartre and Simone de Beauvoir a Saint Germain des Pres Paris
Café de Flore inizio 900

Questo modello è stato progressivamente demolito da tre ondate sovrapposte.

La prima ondata, tra gli anni Ottanta e Novanta, ha portato gentrificazione e turistificazione. L’aumento dei prezzi degli affitti nei centri storici ha espulso le attività a basso margine di profitto. Il sociologo britannico Andy Merrifield ha documentato come Parigi abbia perso il 30% dei suoi bistrot tradizionali tra il 1960 e il 2000. A Venezia, città simbolo della turistificazione totale, il numero di residenti è sceso da 120.000 negli anni Settanta a meno di 50.000 oggi, mentre i caffè storici sono diventati attrazioni scenografiche per flussi turistici.

La seconda ondata, negli anni Duemila-Dieci, ha visto l’imposizione di catene globali e standardizzazione. Starbucks, Costa Coffee e altre multinazionali hanno imposto un nuovo paradigma: spazi progettati per il consumo rapido, Wi-Fi gratuito che trasforma i clienti in lavoratori isolati davanti a schermi, menu identici a Lisbona come a Copenaghen. Il filosofo francese Marc Augé ha definito questi “non-luoghi”: spazi interscambiabili dove l’identità locale è cancellata in favore di un’esperienza globale standardizzata.

La terza ondata, dal 2010 ad oggi, ha completato la demolizione attraverso il platform capitalism e l’atomizzazione finale. Uber Eats, Deliveroo e simili hanno completato la distruzione dello spazio conviviale. Perché uscire, perché incontrare estranei, quando il cibo può essere consegnato a domicilio mentre si lavora da remoto? I dati della British Hospitality Association mostrano che nel Regno Unito le consegne a domicilio sono cresciute del 388% tra il 2015 e il 2023, mentre le visite ai ristoranti tradizionali sono calate del 17%.

Il codice QR — quella tecnologia che durante la pandemia ha sostituito i menu fisici — è diventato simbolo perfetto di questa mutazione: anche quando sei fisicamente presente in un locale, interagisci con uno schermo, non con un cameriere, non con altri clienti. L’architetto olandese Rem Koolhaas ha descritto questo processo come “città generica”: la cancellazione di ogni specificità locale in favore di un’esperienza urbana globalmente omogenea e predittivamente controllabile.


II. Tertulias e dissenso: quando il caffè era spazio politico

Il Café Gijón non era semplicemente un posto dove bere caffè. Durante il franchismo (1939-1975), le sue tertulias — circoli letterari clandestini — rappresentavano uno dei pochi spazi semi-pubblici dove era possibile discutere idee dissidenti senza finire arrestati dalla polizia politica. Il drammaturgo Antonio Buero Vallejo, imprigionato per sei anni dopo la guerra civile, usava il Gijón come laboratorio di resistenza culturale. Il poeta Federico García Lorca, assassinato dai falangisti nel 1936, aveva fatto di questi caffè madrileñi il suo quartier generale creativo.

Come ha documentato lo storico spagnolo Santos Juliá in Historias de las dos Españas, i caffè letterari funzionavano come “contro-pubblici subalterni” (per usare la terminologia della filosofa Nancy Fraser): spazi dove le minoranze potevano elaborare discorsi alternativi all’ideologia dominante. Il regime fascista lo sapeva benissimo — non a caso la censura franchista controllava ossessivamente questi luoghi, infiltrandoli con informatori.

Questa funzione politica del caffè letterario ha radici profonde nella storia europea. Il Café Procope di Parigi (1686) ospitò Voltaire, Rousseau e gli enciclopedisti che prepararono ideologicamente la Rivoluzione francese. I Kaffeehaus viennesi dell’Ottocento erano fucine del pensiero socialista e psicoanalitico — Freud discuteva le sue teorie al Café Landtmann, mentre Lenin pianificava strategie rivoluzionarie al Café Central.

Quando questi spazi scompaiono o si trasformano in musei per turisti, non si perde solo “atmosfera” o “charme”. Si perde infrastruttura democratica. Il sociologo Ray Oldenburg nel suo The Great Good Place (1989) li classificava come “terzi luoghi” — né casa né lavoro, ma spazi intermedi essenziali per la coesione sociale e la deliberazione pubblica. La loro scomparsa coincide non casualmente con l’ascesa del populismo autoritario e il collasso della conversazione democratica in Europa.


III. L’intellettuale nell’arena: dal vate al brand

Nel frastuono del dibattito pubblico contemporaneo, la voce dello scrittore è sempre più spesso chiamata a fungere da bussola. Le ragioni di questa preminenza sono molteplici e rivelatrici di una trasformazione profonda del ruolo dell’intellettuale. In un’epoca in cui lo specifico della letteratura è divenuto, per certi versi, “vaporoso” e i suoi confini meno netti — come ha lucidamente analizzato Gianluigi Simonetti nel suo saggio La letteratura circostante — lo status di scrittore si è trasformato in quello che potremmo chiamare un “blasone generico di capitale culturale”.

È per questo che figure come Michela Murgia, Antonio Scurati, Gianrico Carofiglio, Claudio Magris, Paolo Giordano e Sandro Veronesi sono interpellate con regolarità su temi cruciali come l’immigrazione, la scuola o le questioni di genere. Sono popolari, sanno esprimersi con chiarezza e, soprattutto, possiedono gli strumenti per approfondire e argomentare con una complessità che spesso manca altrove.

Il punto critico, tuttavia, è che questo blasone è anche un brand, una merce simbolica che rende l’autore una figura “bancabile” all’interno di un’industria editoriale concentrata, che privilegia nomi riconoscibili rispetto a voci potenzialmente più radicali. Il potere critico intrinseco della letteratura rischia così di essere subordinato alla sua spendibilità mediatica.

Il settore editoriale contemporaneo è infatti caratterizzato da una concentrazione sempre più forte di editori e distributori, che crea oligopoli capaci di dettare le regole. A questa forza si contrappone la debolezza strutturale degli autori, la cui rappresentanza sindacale ha un’influenza molto limitata. In un mercato del lavoro scarsamente sindacalizzato, gli agenti letterari sono emersi come attori centrali per la tutela professionale degli autori. Questa forma di auto-organizzazione professionale è una risposta diretta alla fragilità contrattuale degli scrittori, ma non altera la logica di fondo di un mercato che premia la commerciabilità.


IV. Tre posture: disimpegno, militanza, perturbazione

Di fronte a questo scenario, gli scrittori hanno risposto con posture radicalmente diverse.

La tentazione del disimpegno. Il titolo di un celebre libro di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, cattura perfettamente una postura intellettuale diffusa. La prospettiva nasce da quella che potremmo definire la “fine di un amore” tra letteratura e politica, una sorta di resa di fronte alla complessità del presente. Questa visione trova il suo ancoraggio politico nel famoso slogan thatcheriano TINA (There Is No Alternative), l’idea che non esista alternativa al sistema socio-economico dominante.

Per intellettuali come Piccolo o Alessandro Baricco, il mondo va sostanzialmente accettato così com’è. In un contesto dove il cambiamento sistemico è ritenuto impossibile, l’intelligenza cessa di essere uno strumento di critica collettiva per trasformarsi in una competenza individuale, una forma di problem solving per navigare le sfide della vita personale, piuttosto che per cambiare la società. La loro celebrata “flessibilità dell’intelligenza” assomiglia più a un problem solving aziendale che a una vera funzione critica, suggerendo un’accettazione dello status quo.

La voce della militanza. In netto contrasto con l’accettazione del presente, emerge la figura dell’intellettuale militante. Un esempio potente di questa postura è il discorso dello scrittore e poeta Edoardo Sanguineti sull’“odio di classe”. Ciò che Sanguineti ci ricorda è una verità scomoda: espressioni oggi considerate tabù e quasi impronunciabili non sono semplici slogan, ma veri e propri strumenti di analisi per comprendere la realtà.

Questa prospettiva obbliga a porsi domande dirette che smascherano le ipocrisie del linguaggio comune: perché chi accumula denaro sfruttando sistematicamente il lavoro altrui non dovrebbe meritare il nostro odio? Perché coloro il cui lavoro è sfruttato non dovrebbero essere definiti “proletariato” invece che con l’espressione più neutra di “ceto medio impoverito”?

La letteratura come caos. La terza funzione dello scrittore non è quella di integrarsi né quella di guidare una battaglia politica con certezze ideologiche, ma quella di mettere in crisi l’ordine esistente, di qualunque natura esso sia. Il suo ruolo, in questo senso, è quello di un elemento perturbatore.

La letteratura può spingerci all’odio, degli altri e di noi stessi, e può arrivare a farci dubitare di qualunque verità; serve a mettere ordine nel caos, ma anche caos nell’ordine. Questa visione traccia una linea di demarcazione netta tra lo scrittore e altre figure pubbliche. Per un politico, scatenare l’irrazionalità è pericoloso; per un giornalista, l’ambiguità è un difetto professionale. Per la letteratura, al contrario, l’ambiguità, l’ambivalenza e la suggestione irrazionale sono i suoi strumenti fondamentali, il cuore del suo potere.

Il potere politico della letteratura risiede in quelle che, per altre forme di discorso, sarebbero debolezze. Mentre per un politico la contraddizione è un errore, per uno scrittore è uno strumento. La letteratura si fonda sul “detesto/amo”, sul “sono io/non sono io”, esplorando le zone grigie dell’esperienza e mettendo in crisi ogni verità consolidata. In un contesto dominato dalla narrazione del “non c’è alternativa”, la letteratura agisce come “antifrasi”: uno strumento per creare caos nell’ordine.


V. I nuovi eredi: metamorfosi degli spazi culturali

La domanda è: quali esperienze contemporanee raccolgono l’eredità di questi spazi? E cosa, invece, è andato irrimediabilmente perduto in questa transizione?

Le biblioteche come “luoghi molteplici”

La trasformazione delle biblioteche pubbliche rappresenta una delle risposte più strategiche e tangibili alla necessità di nuovi spazi di aggregazione e dibattito. Da semplici depositi di libri, questi luoghi si stanno evolvendo in “terzi luoghi” polifunzionali, diventando vere e proprie piazze del sapere accessibili a tutti.

Questa evoluzione trova una sintesi efficace nel concetto di biblioteca come “luogo molteplice”, teorizzato dall’architetto Marco Muscogiuri. Secondo la sua visione, le biblioteche del XXI secolo devono superare la loro funzione tradizionale per diventare centri vibranti in cui avvengono molteplici attività: concerti, presentazioni di libri, gruppi di lettura, corsi di formazione. Si tratta di concepire spazi fluidi dove tablet e libri convivono senza soluzione di continuità, luoghi ricchi di stimoli dove è possibile anche solo prendere un caffè con amici. Come sintetizza Muscogiuri: “Le biblioteche devono passare dall’essere luoghi di conservazione all’essere luoghi di conversazione. Un piccolo anagramma, ma è una rivoluzione copernicana.”

Un modello esemplare è la biblioteca Oodi di Helsinki. Il suo stesso nome, che si traduce come “Ode”, incarna la sua missione: essere una celebrazione della cultura, della conoscenza e della democrazia. Progettata per integrarsi nel tessuto urbano, Oodi non è un’istituzione statica, ma una piattaforma in continua evoluzione per l’apprendimento e la crescita personale.

biblioteca Oodi di Helsinki

I principi progettuali che guidano queste nuove architetture del sapere sono chiari e ricorrenti: spazi accoglienti, informali, flessibili, luminosi, colorati. Questi attributi non sono mere scelte estetiche, ma elementi funzionali a favorire l’incontro e la creazione di comunità. L’enfasi sull’informalità e la polifunzionalità non è un mero aggiornamento stilistico, ma un tentativo deliberato di ricreare le condizioni per la serendipità intellettuale e l’incontro casuale che definivano il caffè letterario.

Le agorà virtuali

L’ascesa degli spazi digitali ha inaugurato una nuova era per l’aggregazione culturale, creando agorà virtuali capaci di connettere individui su scala globale. Fenomeni come #Booktok e #Bookstagram non sono semplici hashtag, ma rappresentano vere e proprie community di appassionati che discutono, recensiscono e condividono la propria passione per la letteratura. In questo senso, incarnano una versione dematerializzata del dibattito culturale che un tempo avveniva nei caffè, democratizzando la critica letteraria e creando nuovi canali di influenza dal basso.

Le istituzioni culturali tradizionali stanno imparando a sfruttare le tecnologie digitali per ampliare l’accesso al patrimonio. Le Gallerie degli Uffizi, con la campagna social sulla Primavera di Botticelli, hanno innescato una conversazione virale che ha coinvolto alcuni tra i più grandi musei del mondo, dal Louvre al Prado, dalla National Gallery di Londra all’Hermitage, dimostrando la capacità della rete di creare un dialogo culturale globale e istantaneo.

Le biblioteche con i loro caffè e #BookTok sono due facce della stessa medaglia: rappresentano una transizione fondamentale da una disseminazione culturale verticale e autoritativa (il critico, l’editore) a una creazione di significato orizzontale, guidata dall’utente e basata sulla comunità.

Il dialogo nomade: camminare come pratica di conoscenza

In un’epoca di crescente digitalizzazione, la riconsiderazione dello spazio fisico e del movimento corporeo emerge come una pratica essenziale per generare interazione sociale e narrazioni collettive. Rimettere al centro il corpo e i sensi diventa un atto di riscoperta.

Il camminare, in questa prospettiva, non è un semplice atto motorio. Citando il pensiero di Michel de Certeau, il camminare può essere inteso come una forma di enunciazione, una narrazione verbo-spaziale del luogo. Chi cammina non si limita ad attraversare uno spazio, ma lo “pronuncia”, lo interpreta e, così facendo, se ne appropria, trasformandolo attraverso la propria esperienza.

Laboratorio del cammino

Esperienze come il “Laboratorio del Cammino” trasformano il cammino di gruppo in un dispositivo per una lettura del territorio “dal basso”, per l’ascolto dei luoghi e la raccolta di testimonianze. L’atto di camminare insieme genera interazione sociale e costruisce un patrimonio narrativo collettivo. Questa modalità esplorativa, definita “aptica” dal greco haptikos (relativo al tatto), si fonda sul contatto diretto con i luoghi e le persone. Può essere vista come una forma di caffè letterario itinerante, dove il dibattito non è astratto, ma emerge dall’esperienza condivisa del territorio.

I festival letterari come agorà temporanee

In un’epoca in cui la critica letteraria tradizionale appare assimilata dal mercato e il dibattito pubblico si frammenta sui social network, emerge un nuovo modello di spazio intellettuale: il festival culturale. Manifestazioni come il Festivaletteratura di Mantova, Pordenonelegge, il Salone del Libro di Torino o Più libri più liberi a Roma trasformano intere città in agorà a cielo aperto. La cultura esce dai palazzi e anima piazze, teatri e cortili, generando un dibattito diffuso, accessibile e partecipato che coinvolge autori, lettori e cittadini.


VI. L’eredità frammentata: cosa si è perduto

Nonostante l’emergere di validi eredi funzionali, la transizione dal modello del caffè letterario ha comportato la perdita di alcune qualità essenziali. Queste perdite non riguardano tanto la funzione — la diffusione culturale e il dibattito continuano a prosperare — quanto la natura stessa dello spazio, del discorso e della sua centralità nella vita pubblica.

Dalla co-presenza fisica alla distanza digitale. L’interazione che avveniva in un caffè letterario era intrinsecamente fisica, multisensoriale e, soprattutto, casuale. Il suono delle conversazioni, l’aroma del caffè, la presenza corporea degli altri creavano un ambiente immersivo che favoriva l’incontro fortuito. La comunicazione non verbale, gli sguardi e le posture giocavano un ruolo cruciale. Le comunità digitali, pur essendo straordinariamente efficaci nel connettere persone con interessi comuni, operano attraverso la mediazione di uno schermo. Perdono inevitabilmente la dimensione dell’incontro imprevisto tra persone di diversa estrazione e la ricchezza della comunicazione corporea.

La frammentazione del discorso pubblico. Il caffè letterario era un luogo dove il discorso intellettuale poteva nascere e svilupparsi in modo relativamente libero. Oggi, la voce degli intellettuali si è largamente spostata nell’arena pubblica mediatica, assumendo un carattere spesso dichiarato, spesso militante. Il discorso pubblico si frammenta e si polarizza. La crescente importanza di agenti e logiche di mercato rischia di trasformare l’intellettuale in una “categoria nella merceologia culturale”. Il dibattito, anziché essere un processo di esplorazione, può diventare un prodotto da posizionare sul mercato.

La perdita della centralità. Forse la perdita più significativa è quella di un luogo centrale e unificante. Il caffè letterario, nel suo periodo d’oro, fungeva da epicentro fisico e simbolico del dibattito culturale. Era un punto di riferimento riconoscibile. La realtà contemporanea, invece, è segnata da frammentazione e discontinuità. Non esiste più un singolo sostituto, ma piuttosto una moltitudine di reticoli: una rete dispersa di spazi, piattaforme e pratiche che ne replicano le funzioni in modo frammentato.


VII. La solitudine è redditizia: l’atomizzazione come business model

In Europa, le cene in solitaria rappresentano ormai circa una visita al ristorante su sei. Questo dato viene spesso presentato come curiosità sociologica, quasi una tendenza lifestyle. È invece il sintomo di una patologia sociale profonda.

La sociologa americana Sherry Turkle in Alone Together (2011) ha documentato come le tecnologie digitali promuovano quello che chiama “intimità senza impegno”: connessioni superficiali mediate da schermi che sostituiscono l’interazione faccia-a-faccia. Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han in La società della stanchezza descrive il soggetto neoliberale come “imprenditore di se stesso”: sempre produttivo, sempre connesso digitalmente, ma profondamente isolato.

Questa atomizzazione non è accidentale. È funzionale al capitalismo contemporaneo per almeno tre ragioni.

Individui isolati sono consumatori più efficienti. Una coppia che cucina a casa consuma meno di due persone che ordinano separatamente via Deliveroo. Un gruppo che discute in un caffè per ore sopra un singolo ordine genera meno profitto di singoli individui che comprano caffè da asporto ogni mattina.

L’isolamento riduce la capacità organizzativa. Movimenti sociali, sindacati, partiti politici richiedono spazi fisici di incontro e discussione. La loro scomparsa corrisponde non casualmente al crollo della partecipazione politica tradizionale in Europa.

La solitudine è monetizzabile. App di dating, servizi di streaming, social media, terapia online — un’intera economia si è costruita sulla gestione algoritmica della solitudine di massa. Come ha notato la scrittrice Olivia Laing in The Lonely City, la solitudine urbana contemporanea è diventata un mercato da miliardi di dollari.

I caffè letterari storici funzionavano secondo una logica opposta: facilitavano incontri casuali, conversazioni impreviste, contaminazioni intellettuali. Il loro valore non era estraibile in dati, non era scalabile, non era ottimizzabile. Erano inefficienti secondo la logica capitalista — e proprio per questo erano socialmente essenziali.


VIII. La soluzione non è il “design intelligente”: è la deprivatizzazione

Alcuni suggeriscono che la soluzione stia in “chef-ristoratori new wave” che creano locali di ospitalità ben progettati e multidisciplinari. Maksut Aşkar al museo Fenix di Rotterdam. Il Café Nude al Tanzhaus di Zurigo. Il Keeper’s House di José Pizarro alla Royal Academy of Arts di Londra.

Maksut Aşkar al museo Fenix di Rotterdam
Café Nude al Tanzhaus di Zurigo
Keepers House di José Pizarro alla Royal Academy of Arts di Londra

Questa è esattamente la trappola ideologica che perpetua il problema. Tutti questi esempi hanno tre elementi in comune: sono costosi (accessibili solo a élite urbane), sono inseriti in istituzioni culturali già esistenti (quindi non creano nuovo spazio pubblico ma parassitano quello esistente), e soprattutto sono progettati dall’alto da curatori, chef-celebrità e architetti. Non sono spazi emergenti dalla comunità, ma prodotti culturali brandizzati.

Il filosofo sloveno Slavoj Žižek userebbe probabilmente il termine “ideologia cinica”: sappiamo che il capitalismo ha distrutto i caffè letterari, ma la soluzione proposta è… più capitalismo, solo con migliore estetica. È come rispondere alla crisi abitativa costruendo hotel di lusso con “design sostenibile”.

La vera domanda è più radicale: perché lo spazio pubblico europeo deve essere privatamente posseduto? Perché un caffè deve generare profitto sufficiente a pagare affitti estrattivi ai proprietari immobiliari?

Berliner Ensemble

Esistono modelli alternativi, ignorati dalla narrativa mainstream. A Bologna, città con una tradizione cooperativistica secolare, esistono caffè gestiti collettivamente dove i prezzi sono calmierati e lo spazio è intenzionalmente progettato per la permanenza, non per la rotazione rapida. A Vienna, città con il 60% del patrimonio immobiliare di proprietà comunale, esistono ancora Kaffeehäuser tradizionali che possono permettersi affitti sostenibili perché non sono soggetti alla speculazione immobiliare privata. In Germania, molti teatri e centri culturali hanno caffè interni gestiti come servizio pubblico, non come profit center. Il Berliner Ensemble, teatro fondato da Bertolt Brecht, mantiene un ristorante dove il menu è sussidiato per renderlo accessibile.

Ma questi modelli richiedono intervento pubblico, regolazione del mercato immobiliare, sussidi culturali — esattamente ciò che quattro decenni di neoliberismo hanno sistematicamente smantellato in tutta Europa.


IX. Ripoliticizzare lo spazio, ripoliticizzare la parola

Caffè Fiorio di Torino che

L’appello a “soffermarsi un po’ in un caffè, un bistrot o un pub conviviale” è sintomatico di una insufficienza analitica diffusa. È un invito individuale a comportamenti individuali, che ignora completamente le strutture sistemiche.

Non basta che singoli individui decidano di “soffermarsi” più a lungo nei caffè. Il problema non è psicologico o comportamentale — è economico e politico. Finché i centri storici europei saranno governati dalla speculazione immobiliare, finché gli spazi pubblici saranno proprietà privata ottimizzata per l’estrazione di profitto, finché le piattaforme digitali continueranno a drenare le interazioni sociali verso ambienti controllati algoritmicamente, nessuna scelta di consumo individuale potrà ripristinare la funzione pubblica del caffè letterario.

Serve una ripoliticizzazione dello spazio urbano. Serve riconoscere che la questione non è “come possiamo far rivivere il caffè letterario”, ma “perché abbiamo permesso che lo spazio pubblico fosse completamente privatizzato”.

Le città europee sono a un bivio. Possono continuare sulla traiettoria attuale — centri storici gentrificati abitati da turisti e professionisti dell’economia creativa, periferie abbandonate ai non-luoghi delle catene globali — oppure possono recuperare una visione dello spazio urbano come bene comune, non come merce.

Questo richiederebbe politiche radicali: controllo pubblico degli affitti commerciali nei centri storici, requisizioni di spazi vuoti per progetti culturali comunitari, sussidi per attività a bassa redditività ma alto valore sociale, regolazione aggressiva delle piattaforme di delivery. Politiche incompatibili con l’ortodossia neoliberale, ma necessarie se l’Europa vuole evitare di trasformarsi in un gigantesco museo a cielo aperto dove la cultura è solo scenografia per selfie.


X. Uno spirito reincarnato in forme molteplici

L’analisi delle forme culturali contemporanee rivela che lo spirito del caffè letterario non è svanito, ma si è piuttosto trasformato. Le moderne biblioteche pubbliche hanno ereditato la funzione di agorà fisica, offrendo un luogo pubblico per l’incontro. Le piattaforme digitali, da #Booktok ai forum museali, hanno replicato su scala globale la sua capacità di alimentare il dibattito culturale, seppur in una forma smaterializzata. Le pratiche di esplorazione urbana, come il camminare collettivo, ne hanno recuperato la dimensione esperienziale e corporea. I festival letterari ne hanno catturato l’intensità, anche se compressa in eventi temporanei.

Ciò che è stato irrimediabilmente perduto non è dunque lo spirito in sé, ma la sua forma singolare, centralizzata e fisicamente incarnata. L’idea di un unico epicentro culturale, un luogo fisico riconoscibile da tutti come il cuore del dibattito intellettuale, sembra incompatibile con la struttura reticolare della nostra società. La centralità è stata sostituita dalla diffusione, la co-presenza fisica dalla connessione mediata, il dialogo unificato dalla conversazione parcellizzata.

Ma la funzione critica della letteratura — quella capacità di essere ambigua, antifrastica e radicalmente provocatoria — continua a essere un potente strumento di critica. La sfida futura non risiederà più nel genio solitario dell’autore-vate, ma nella capacità della letteratura di agire come un reagente chimico all’interno di questi nuovi laboratori pubblici, trasformando la lettura da atto di consumo privato a pratica di cittadinanza critica.

Il caffè letterario non tornerà attraverso chef-celebrità e progetti di design intelligente. Tornerà solo quando lo spazio pubblico verrà riconquistato come spazio politico — o non tornerà affatto.

In definitiva, l’eredità del caffè letterario sopravvive oggi non in un singolo luogo, ma in un ecosistema culturale complesso e polimorfo. Lo spirito del dibattito, della comunità e della scoperta intellettuale non è morto; si è reincarnato, assumendo forme molteplici che riflettono la natura frammentata della società contemporanea. Un mondo che non ha più, e forse non cerca più, un unico centro — ma che forse, proprio per questo, ha ancora più bisogno di quella funzione perturbatrice, di quel caos nell’ordine, che solo la letteratura può offrire.


La cultura è l’unico bene che, quando viene distribuito, aumenta di valore.
— Hans-Georg Gadamer


Nota bibliografica

Per approfondire: Sharon Zukin, Naked City: The Death and Life of Authentic Urban Places (2010); David Harvey, Rebel Cities (2012); Marc Augé, Non-luoghi (1992); Sherry Turkle, Alone Together (2011); Byung-Chul Han, Müdigkeitsgesellschaft (2010); Ray Oldenburg, The Great Good Place (1989); Santos Juliá, Historias de las dos Españas (2004); Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante (2018); Marco Muscogiuri, Biblioteche. Architettura e progetto (2009).


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Ennio Martignago