Per la serie proto super ma anche altro, ecco a voi uno spadaccino, quelli del cappa e spada, gli eroi senza superpoteri ma già mascherati del prima dei super, ma ancora e sempre fedeli, meglio dei marines, a grandi e piccini, nell’immaginario e nel collettivo. Il nostro proto eroe con la maschera – tulipano nero – è uno e trino, mica paperelle di gomma. Nel senso che nasce film – nel mio immaginario proto adultico, di bambino –

ma in realtà nel mondo reale delle fiction e dei libri, ri-nasce prima di tutto, da un romanzo di un autore di quelli con la A maiuscola e pure la B e la C. Il tulipano nero è infatti un romanzo – seppur minore – del maestoso, bontà sua, Alexandre Dumas, padre, ed è anche cartone animato, anzi meglio serie tv a cartoni animati. In realtà nella versione a cartoni ci scappano fuori anche manga e forse anime, ma si sa il Giappone ha un rapporto diverso coi propri eroi di cartone o solo di carta, e chi siamo noi per indagare o peggio valutare o ancora peggio criticare, essi paesi con i suoi o loro, paesani nonché abitanti. La cosa che rende ancora più particolare la storia del fiore rarissimo che si fece super eroe ante litteram è che ognuna delle tre drammatizzazioni del personaggio in questione viaggia su binari singoli e nemmeno troppo paralleli a quelli delle altre.

Mentre il Dumas ci scrive un romanzo, certamente cappa e spada, pieno di intrighi da par suo, ma senza un eroe, o meglio con un’eroina al posto dell’eroe, ma nessuna maschera, nessun proto super, ne dinamiche supereroistiche. Gli altri sì, come vedremo, o vedrello. La trama del romanzo del grande scrittore francese ha in realtà pure un valore storico in quanto ambientata in Olanda nell’epoca in cui gli olandesi e i tulipani – i fiori – ancora non si ritenevano apparentati o addirittura assimilati – quanti di voi quando pensano agli olandesi non pensano anche ai tulipani o non li chiamano, gli olandesi, usando il nome dei suddetti fiori? Ebbene lo scritto del Dumas narra proprio, in forma romanzata, di quando i preziosi bulbi arrivarono in Olanda, che all’epoca – siamo nel ‘600 – ancora non era nemmeno solo Olanda ma repubbliche diverse marinare e commerciali tutte sotto re e regine da par loro, anche da par di altri. Uno dei periodi di massima espansione e ricchezza per gli olandesi marinari e commercianti egregi, periodo in cui i bulbi travolsero gli olandesi, rendendoli schiavi della loro bellezza, della loro rarezza o rarità per i puristi, e della loro preziosità o prezzossa. Le cose rare lo fanno. Rendono l’uomo più strano di quanto già non sia. Pensate a quelli che comprano banane – vere – spacciate per opere d’arte, a cifre impronunciabili in aste imprevedibili, solo per poter prendere dette banane – in tutto e per tutto uguali a quelle che costano 1 euro al chilo al mercato sotto casa – e mangiarsele in due bocconi, dopo averle pagate, però, svariati milioni di eurini, invece che pochi spiccioli. L’uomo è strano, che volete farci.

Dumas racconta e romanza l’impazzito mercato olandese dei tulipani e le lotte, anche mortali, per accaparrarsi le varietà più rare del fiore, asiatico di nascita e origine. E racconta pure di un paese che poi coi tulipani costruirà parte della propria identità, molta parte, non trovate? Di super ed eroi mascherati come vedete non c’è traccia, oltretutto l’ambientazione olandese proprio non ha nulla a che vedere con il resto dei tulipani neri di cui parleremo fra sette secondi o anche meno. Nel film del 1964, vero campione – magari senza troppo valore, ma prototipabile e riproducibile quasi all’infinito – dei lungometraggi di genere cappa e spada del periodo, usciti in in Italia e nel mondo. L’eroe c’è addirittura doppio e plurimascherato, bello e dannato, e pure fascinoso e fascinante con lunga sequela di donne svenute e adoranti al seguito. Il tulipano nero del film opera in Francia, più precisamente a Paris, durante la Rivoluzione e contro i nobili e gli aristocratici – sempre loro sono – che tentano di fuggire e sottrarsi alla onda popolare che li sta per travolgere e portare, chi più chi meno, al patibolo. Un avventurone/oso tutto azione, botte e scudisciate, che, prendendo a prestito vere dinamiche politiche e sociali, scatena in noi buoni sentimenti, voglie di giustizie, ebrezza nei tendini – quella sempre – e puro e sano divertimento.
Meno diretto – giapponesi sono – meno sincero, nel senso di facilmente comprensibile, meno cavalleresco anche se ambientato nello stesso periodo, è il tulipano nero jap passato agli onori delle cronache con un altro titolo, o, anche, un’altra denominazione: La stella della Senna. Eroi maschi, meno importanti, eroine femmine, molto di più, in un anime – forse manga – fatto serie tv semplice e pudorata – alle nostre latitudini, – dico pudorata perchè lo sapete no, da loro spesso sono anche spudorate, le meme histoires – dove appunto, si intitola mix e doppio: Il tulipano nero e La stella della Senna.

Essa serie arriva in Jap nel 1975 sull’onda del successo clamoroso e planetario di Lady Oscar, altro prodotto similare di ambientazione storica, che anche da noi ebbe, o forse sarebbe meglio dire, ancora ha, un grande successo su pubblici eterogenei e variegati assai. L’arrivo anche in Italy della serie fioresca, corrisponde, circa dieci anni dopo, che nel suo paese d’origine, anche da noi a reiterare il successo della Oscar di nome Lady, o viceversa, non formalizzatevi. La storia, secondo quanto dichiarato dagli stessi autori – non credo davvero, però dai così fa più figo – riprende il tema e il soggetto del già noto e citato filmone cappa e spada degli anni ‘60. Ovviamente la storia è raccontata alla europea, secondo una visione giapponese, che cambia parecchio le carte in tavola, ma, di contro, – presso un vasto pubblico – piace e parecchio, nonostante le meno europosità, anzi forse proprio per quello.
E’ un po’ il destino di tutti i miti o presunti tali, a cartone, quando vengono reinterpretati o semplicemente adattati al gusto e alle penne e i pennelli di un’altra cinematografia, nonchè, cartoonesesia, nonchè televisioneria e via e via e via. Non so cosa volevo dire. Ci penso, poi magari vi dico. In ogni caso la serie animata è andata in onda da noi in tv per la prima volta nel 1984, composta in tutto da 39 episodi. La protagonista è una dolce pulzella di nome Simone e di cognome Lorene, piccola e fragile, – che nemmeno Drupi – la quale, viene presa sotto la protezione – in quel periodo e nelle fiction in generale succedeva e succede spesso – di un nobile, ricco e potente. Diventa colta, ben educata e superspadaccina, nonostante le sue presunte umili origini, salvo poi scoprire che umile non è. Nel frattempo, Simone, rimane orfana, prima dei suoi genitori umili, e poi pure del suo protettore nobile. Bastalà, sennò poi, che gusto c’è. A questo punto quelli bravi vi sciorinerebbero nomi, date, autori, autrici, percentuali, assi e briscole di ogni tipo. Io passo e mi ritiro di buon grado, consapevole di avervi già sin troppo impegnato. Il bello del digitale è, che allegando e non allagando, quà e là, si possono dire un sacco di cose stando in silenzio. Zot. A tut.
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