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Cover Stories - Temi di riflessione

SPECIALE: Il Declino dell’Internet della Conoscenza

Economia dell’attenzione: come i social divorano l’informazione
Social vs. approfondimento: i numeri del declino cognitivo italiano
News allo 0,2% su Facebook, 535 miliardi di views per entertainment su TikTok. Anatomia della superficialità digitale italiana nei dati 2024-2025.
L’86% degli italiani sui social, solo 21,7% legge giornali. I dati CENSIS 2025 sul paradosso dell’abbondanza informativa e l’estinzione della lettura profonda.

In Franti sull’in differenza

Vogliamo RACCONTARVI di quelle ragioni che fanno del Franti – e di quelli come noi – la voce che predica nel deserto. Contrariamente a quanto sostengono in molti, ovvero che sia tutta colpa dei computer e Degli smartphone, dobbiamo dire che le cose non stanno affatto così, che da quando potevano scrivere solo quelli che avevano il coltello dalla parte del manico e gli amici in paradiso, le cose alla fonte non sono cambiate granché. Sono quelle a valle, il tipo di consumo ad essere cambiati. Questo articolo non vuol essere una lamentazione, ma piuttosto uno specchio dove chi vuole potrà riconoscersi, perché, come cantava il profeta Lucio Dalla, “(La commozione) rimise D’ACCORDO tutti / i belli con i brutti / con qualche danno per i brutti / che si videro consegnare / un pezzo di specchio / così da potersi guardare”
Abstract

Esiste in Italia una profonda crisi dell’informazione, dove l’economia dell’attenzione favorisce il consumo di contenuti effimeri a discapito dell’approfondimento tematico. I dati mostrano un crollo storico della lettura dei quotidiani e una crescente dipendenza dai social network, dove l’intrattenimento domina e le notizie rappresentano solo una frazione marginale del traffico. Questa transizione digitale sta compromettendo la capacità di lettura profonda e alimentando fenomeni critici come la polarizzazione algoritmica, la sfiducia nei media e l’evitamento volontario delle notizie. Nonostante il declino strutturale della blogosfera e della stampa tradizionale, emergono modelli virtuosi basati su abbonamenti e qualità, che tentano di contrastare un ecosistema volto alla mercificazione dei dati comportamentali. In definitiva, il panorama italiano riflette un paradosso dove l’accessibilità illimitata ai dati si scontra con una povertà informativa alimentata da piattaforme che premiano la viralità rispetto allo stimolo a riflettere, al pensiero.

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L’Involuzione di Internet: Dalla Conoscenza all’Economia della Distrazione

L’86% degli italiani scorre i social ogni giorno. Solo il 21,7% apre ancora un giornale. Tra questi due numeri si apre una voragine che racconta la metamorfosi cognitiva di un intero paese.
I dati 2024-2025 di CENSIS, AGCOM e Reuters Institute compongono un ritratto impietoso: le notizie rappresentano lo 0,2% di ciò che gli utenti visualizzano su Facebook. Su TikTok, l’entertainment totalizza 535 miliardi di visualizzazioni — i contenuti educativi esistono, ma relegati nelle fasce orarie marginali, quando nessuno guarda. Il 13,2% degli italiani legge solo i titoli; appena il 4,6% condivide contenuti informativi.
Mentre il consumatore medio dedica 5 ore e 39 minuti quotidiani allo scroll compulsivo tra meme, comedy e video di gattini, gli spazi di approfondimento si estinguono uno dopo l’altro. I giornali cartacei hanno perso il 45% dei lettori dal 2007. I telegiornali sono crollati dal 42,3% al 22,5% tra i giovani. La blogosfera italiana agonizza, con un “soft ceiling” di 20.000 iscritti per le newsletter più brillanti — un ritardo imbarazzante rispetto a Spagna e Francia.
Il paradosso è strutturale: mai nella storia l’accesso all’informazione è stato così facile, eppure mai il consumo profondo è stato così raro. Il 63% degli italiani si dichiara dipendente dalla tecnologia, ma solo il 29% si fida dei media. L’attenzione è diventata merce: estratta, impacchettata, venduta al miglior offerente. E chi paga il prezzo finale è la capacità collettiva di comprendere il mondo.
Le eccezioni esistono — Il Post dimostra che il giornalismo di qualità può sopravvivere con il 75% dei ricavi da abbonamenti. Ma il trend macro è inequivocabile: stiamo costruendo una società di scrollatori seriali incapaci di leggere più di 280 caratteri consecutivi
.

I dati più recenti rivelano una profonda contraddizione. Mentre la lettura dei quotidiani cartacei crolla al minimo storico del 21,7% — un tracollo del 45% dal 2007 — il 63% degli italiani si dichiara dipendente dalla tecnologia e un sorprendente 65,6% avverte il bisogno di disconnettersi. Nonostante questo desiderio di fuga, trascorriamo online una media di 5 ore e 39 minuti al giorno, un tempo che alimenta un ecosistema digitale costruito non per informare, ma per catturare la nostra attenzione.

Cerchiamo di comprendere come la nostra “dieta mediatica” sia cambiata in modi che spesso non percepiamo, con conseguenze dirette sulla nostra capacità di comprendere il mondo.


1. Le Notizie Sono Praticamente Invisibili nel Tuo Feed

Il primo dato è forse il più scioccante e demolisce l’idea dei social media come piazze informative. Secondo il report ufficiale di Meta, le notizie rappresentano appena lo 0,2% di tutti i contenuti visualizzati su Facebook. È una frazione così piccola da essere quasi invisibile, un rumore di fondo in un oceano di altri stimoli, per di più su una piattaforma che solo nel 2024 ha perso 1,9 milioni di utenti in Italia.

Questo dato assume ancora più forza se contrapposto alle categorie di contenuti che dominano realmente le piattaforme. Su TikTok, la categoria “entertainment” da sola genera 535 miliardi di visualizzazioni. Su YouTube, le due categorie principali che monopolizzano l’attenzione sono la musica (20-25% del totale) e l’intrattenimento generico (25%). L’ecosistema social è strutturalmente costruito per privilegiare l’engagement istantaneo e l’intrattenimento leggero, lasciando l’informazione di qualità ai margini del nostro campo visivo.


2. Il Tuo Cervello Sta Davvero Cambiando (e Perdendo la Lettura Profonda)

L’impatto del consumo digitale non è solo una questione di tempo, ma ha conseguenze cognitive misurabili. Le nostre abitudini stanno letteralmente “riprogrammando il cervello”, come sostiene la ricerca di Maryanne Wolf (UCLA), che da anni documenta il declino del deep reading, la capacità di lettura profonda, critica e immersiva.

Dati concreti confermano questa tesi. La ricercatrice Naomi Baron ha quantificato come l’85% degli studenti americani faccia multitasking durante la lettura digitale, compromettendo gravemente la comprensione del testo. La situazione è così evidente che la Svezia, un tempo pioniera della digitalizzazione scolastica, sta facendo marcia indietro: dopo aver osservato un calo nei punteggi di lettura degli studenti (scesi da 555 a 544 nei test internazionali), il paese sta reintroducendo i libri di carta e la scrittura a mano nelle scuole. Questo punto è cruciale: in un ambiente progettato per la distrazione continua, la nostra capacità di concentrazione e di ragionamento inferenziale è a rischio.


3. Stiamo Attivamente Scegliendo di Evitare le Notizie

Questo ricablaggio cognitivo non influenza solo come leggiamo, ma anche cosa scegliamo di leggere—o, sempre più spesso, cosa scegliamo di evitare. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, di fronte a un’offerta informativa potenzialmente illimitata, un numero crescente di persone sta facendo una scelta radicale: evitare attivamente le notizie.

In Italia, il dato è particolarmente significativo: la “news avoidance” è aumentata di 7 punti percentuali solo nel 2024, registrando uno degli incrementi più alti a livello globale. Non si tratta di apatia passiva, ma di un attivo meccanismo di difesa contro la duplice pressione del sovraccarico informativo e della negatività percepita. Il fenomeno si lega a un crollo verticale della fiducia: solo il 29% degli italiani si fida dei media, uno dei livelli più bassi registrati in tutta Europa.


4. La Colpa non è (Solo) degli Algoritmi

È diventato un luogo comune dare la colpa agli algoritmi per averci intrappolato in “bolle informative” (filter bubble) che ci mostrano solo contenuti in linea con le nostre idee. Tuttavia, la ricerca scientifica offre una visione più sfumata e contro-intuitiva.

Una revisione della letteratura condotta dal Reuters Institute ha scoperto che, in media, la selezione algoritmica può portare a un consumo di notizie leggermente più diversificato rispetto a quello che sceglieremmo da soli. Il vero problema, secondo la ricerca, non risiede tanto nell’algoritmo, quanto nell’auto-selezione di una minoranza altamente partigiana che crea attivamente e consapevolmente le proprie camere dell’eco (echo chamber “opt-in”). La polarizzazione non è quindi solo un problema tecnologico, ma soprattutto comportamentale. Un dato lo conferma: i tweet con un linguaggio fortemente partigiano hanno il 70% di probabilità in più di essere ritwittati. Questo rivela che la vulnerabilità più grande non risiede nel codice della macchina, ma nella psicologia umana che la piattaforma è progettata per sfruttare.


5. Un Modello Diverso è Possibile (e Sta Già Funzionando)

Dopo aver dipinto un quadro preoccupante, è fondamentale chiudere con una nota costruttiva. Un modello di informazione alternativo, basato sulla qualità e non sulla caccia al click, non solo è possibile, ma sta già dimostrando di funzionare. Il caso de Il Post è un’anomalia straordinariamente positiva nel panorama italiano.

Mentre la categoria ‘news’ in Italia ha subito una contrazione media del 7% nel 2024 rispetto all’anno precedente, Il Post ha registrato una crescita di traffico del +53%. Ancora più importante è il suo modello di business, che ha generato 9,4 milioni di euro di ricavi con una redazione di 70 persone (di cui 40 giornalisti): il 75% di questi ricavi proviene dagli abbonamenti, non dalla pubblicità. Questo dimostra che esiste un pubblico consistente disposto a pagare per un giornalismo approfondito, accurato e svincolato dalle logiche dell’engagement a tutti i costi.

🏁 Chi “finanzia” oggi Il Post
✔ I suoi stessi lettori, con membership e abbonamenti (modello volontario e ripetibile). 
✔ Ricavi da pubblicità e attività collegate (podcast, eventi). 
✔ Investitori privati storici, in particolare Banzai S.p.A. negli anni successivi al lancio. 
❌ Non dipende in modo significativo da grandi gruppi editoriali esterni o da finanziamenti pubblici diretti. 
🧠 Fondamenta economiche
Il Post è un quotidiano online edito da Il Post Srl, una società a responsabilità limitata con sede in Italia. La testata nasce come iniziativa privata di Sofri e viene poi ricapitalizzata nel 2013 con l’ingresso come azionista di riferimento di Paolo Ainio, allora amministratore delegato di Banzai.
Nel 2016, quando Mondadori acquisisce i portali Banzai, Il Post viene esplicitamente escluso dall’operazione e prosegue con un percorso autonomo, separandosi dal gruppo e mantenendo un assetto indipendente. La proprietà è quindi distribuita fra fondatore e soci privati e non risulta controllo da parte di grandi gruppi editoriali o industriali.
1. I lettori paganti (membership/subscribers)
Il core dei finanziamenti del giornale oggi non sono grandi oligarchi o sponsor misteriosi, ma abbonamenti e membership volontarie: chi paga per avere contenuti extra, podcast, newsletter e accesso senza pubblicità finanzia gran parte dell’operazione. Secondo dati recenti, oltre il 70 % dei ricavi deriva dai lettori che pagano una quota (modello simile a quello del Guardian). 
2. Pubblicità ed eventi
Una parte consistente dei ricavi continua a venire dalla pubblicità e da eventi/attività collegate, ma non costituisce la quota dominante come un tempo. 
📈 Storia dei finanziamenti (capitale iniziale)
All’avvio del progetto (2010), la nascita e la sostenibilità di Il Post non sarebbero state possibili senza l’ingresso di alcuni investitori privati (capitale di avvio):
– vari investitori silenti (persone o piccoli fondi) hanno messo capitale iniziale;
Banzai S.p.A. (all’epoca un grande player digitale italiano) ha operato come partner tecnico e ha avuto una quota di partecipazione societaria significativa negli anni successivi alla fondazione, con Paolo Ainio (allora CEO) alla presidenza.  
Le cifre precise delle quote societarie (es. percentuali dettagliate) non sono pubblicate esplicitamente sul sito o nella documentazione corrente, ma fonti dell’epoca indicano che Banzai ha posseduto una quota rilevante, condividendo la proprietà con Sofri e altri soci. 
🏛️ Finanziamenti pubblici?
Il Post non risulta tra le testate che ricevono contributi editoriali pubblici diretti sotto la legge italiana per i finanziamenti alla stampa (tipici di alcune testate cartacee o cooperative). La struttura di business basata su membership e pubblicità ha reso marginale – o del tutto assente – l’accesso a questa forma di sostegno pubblico.

Il Post

Il quadro che emerge non è una collezione di tendenze slegate, ma un sistema coerente. La marginalità delle notizie, il declino della lettura profonda, la fuga dall’informazione e la polarizzazione auto-inflitta sono tutti sintomi di un’economia progettata per estrarre valore dalla nostra distrazione.

L’architetto di questo sistema, come descritto dalla studiosa di Harvard Shoshana Zuboff, è il Capitalismo della Sorveglianza. La sua diagnosi del nostro ruolo al suo interno è tanto brutale quanto illuminante:

“non sei il prodotto; sei la carcassa abbandonata”

Se l’economia dell’attenzione è una caratteristica intrinseca del sistema e non un suo errore, quale singola abitudine potremmo cambiare oggi per iniziare a reclamare la nostra?

L’economia dell’attenzione divora l’informazione italiana

La dieta mediatica degli italiani è radicalmente mutata: l’86% usa i social network quotidianamente mentre solo il 21,7% legge ancora giornali cartacei—il minimo storico, crollato del 45% dal 2007. I dati 2024-2025 di CENSIS, AGCOM e Reuters Institute rivelano un paradosso strutturale: l’accesso all’informazione non è mai stato così facile, eppure il consumo profondo non è mai stato così scarso. Le news rappresentano appena lo 0,2% dei contenuti visualizzati su Facebook, mentre TikTok raggiunge 535 miliardi di visualizzazioni nella categoria entertainment. Il 63% degli italiani si dichiara dipendente dalla tecnologia digitale, con il 46% che trascorre oltre quattro ore al giorno sui device— tempo che alimenta un ecosistema costruito sull’engagement istantaneo, non sull’approfondimento.


Il dominio del contenuto effimero sui social media

I dati globali e italiani del 2024-2025 mostrano una gerarchia del contenuto cristallizzata attorno all’intrattenimento leggero. Su Facebook, il 60,2% delle visualizzazioni nel feed proviene da contenuti di amici e gruppi, seguiti da meme, contenuti religiosi e di celebrità. Le notizie giornalistiche rappresentano una frazione residuale: secondo il Meta Transparency Report, i contenuti di news domain costituiscono appena lo 0,2% di tutte le visualizzazioni. In Italia, Facebook ha perso 1,9 milioni di utenti nel 2024 (-6,6%), scendendo a 26,1 milioni, segnale di una piattaforma in declino demografico.

TikTok rappresenta il polo opposto della crescita: 20,9 milioni di utenti italiani over-18 (+22% YoY), con un engagement rate medio del 5,95%—il più alto tra tutte le piattaforme. La tassonomia dei contenuti più performanti è dominata da entertainment (535 miliardi di visualizzazioni degli hashtag correlati), dance (181 miliardi), beauty/skincare (162 miliardi) e comedy. I contenuti educativi registrano miliardi di visualizzazioni, ma dominano le fasce orarie mattutine—marginalizzati nei picchi serali dove trionfano comedy e trend virali. I video sotto i 90 secondi vengono completati dal 50% degli utenti; quelli tra 31-60 secondi ottimizzano la reach al 2,11%.

Su Instagram, i Reels hanno conquistato il 50% del tempo trascorso sulla piattaforma, con una reach del 30,81%—il doppio rispetto agli altri formati. Il 55% delle visualizzazioni dei Reels proviene da non-follower, confermando la logica algoritmica che premia la viralità sopra la relazione. L’engagement rate complessivo della piattaforma è crollato dal 2,94% (gennaio 2024) allo 0,61% (gennaio 2025), indicando saturazione e diluizione dell’attenzione. L’Italia conta 27 milioni di utenti Instagram (+3,1%).

YouTube mantiene la penetrazione più alta: 42,8 milioni di italiani raggiungibili (72,8% della popolazione). Le categorie dominanti sono musica (20-25%), entertainment generico (25%) e People & Blogs (19%). In Italia, le ricerche più frequenti sono “canzoni” e “musica”, mentre i creator di punta come PANDA BOI (36,7M iscritti) e Davie504 (13,3M) operano nei segmenti comedy e musica.


La tassonomia del consumo: chi vince e chi perde

Analizzando le categorie di contenuto trasversalmente alle piattaforme, emergono pattern distintivi:

CategoriaPerformanceNote
News (mainstream)Marginale (0,2% Facebook)Il 26% degli americani si informa su YouTube; in Italia TG in crollo dal 42,3% al 22,5% tra i giovani
Comedy/MemeDominante535 miliardi su TikTok; top 4 su YouTube; 60%+ engagement Facebook
Entertainment/FilmMolto alta25% YouTube, Reels Instagram dominanti
Contenuti personaliAlta60,2% Facebook (amici/gruppi), 19% YouTube (People & Blogs)
EducationalMedia-altaMiliardi su TikTok ma concentrati in fasce orarie marginali; top 4 YouTube
Animal/Pet contentAltaEngagement elevato cross-platform
AI-generatedEmergente62% consumatori meno propensi a engagement (percezione negativa)
Contenuti erotici/suggestiviLimitataRestrizioni policy su tutte le piattaforme principali

Il dato italiano più significativo proviene dal CENSIS 2025: il 13,2% degli utenti smartphone legge solo i titoli delle notizie, mentre solo il 25,4% legge gli articoli integralmente. Il 12,1% si limita ai video, l’8,1% guarda solo le immagini. Solo il 4,6% condivide contenuti informativi.


Il traffico web non-commerciale: declino generalizzato con eccezioni virtuose

Il panorama dei siti non-commerciali italiani mostra una tendenza discendente con alcune controtendenze significative. La categoria news ha registrato una contrazione media del -7% nel 2024 rispetto al 2023, con un declino progressivo trimestre dopo trimestre.

Il caso Il Post emerge come anomalia positiva: +53% di traffico year-over-year, €9,4 milioni di ricavi (+24%), di cui il 75% da abbonamenti— un modello che dimostra la sostenibilità del giornalismo indipendente di qualità quando svincolato dalla dipendenza pubblicitaria. Il quinto anno consecutivo di utili con 70 dipendenti e 40 giornalisti rappresenta un benchmark per l’industria.

Le testate indipendenti mostrano performance divergenti:

  • Fanpage.it: 113 milioni di pageview mensili, leader nel posizionamento digitale
  • Il Fatto Quotidiano: 69 milioni di pageview
  • Citynews (network 58 siti locali): 224 milioni di pageview, leadership nell’informazione locale

Il traffico dai social media rappresenta ormai un amplificatore cruciale: in media +57% di audience incrementale per gli editori italiani, con picchi del +108% per i contenuti sportivi e +46% per le news. A luglio 2024, durante lo shift estivo verso i social, l’incremento ha toccato il +70%.

Wikipedia Italia segue il trend globale negativo: gli accessi mondiali sono scesi da 84 a 76 miliardi di click nel 2024, probabilmente impattati dall’emergere di ChatGPT come fonte alternativa per informazioni fattuali. Le pagine più visitate in Italia nel 2024 riflettono l’attualità: Jannik Sinner (5 milioni di visualizzazioni), SSC Napoli (2,8 milioni), RAI (2,4 milioni).

La blogosfera italiana è in declino strutturale, con migrazione verso format newsletter. Il panorama Substack italiano cresce “lentamente ma gradualmente” secondo il report 2024, con un soft ceiling attorno ai 20.000 iscritti per le newsletter più brillanti— ritardo significativo rispetto a Spagna e Francia.


Il framework dell’attention economy e le sue conseguenze cognitive

La ricerca accademica recente (2024-2025) ha consolidato un corpus critico sull’economia dell’attenzione con implicazioni dirette per il consumo informativo italiano.

Maxi Heitmayer (Oxford, 2025) propone l’attenzione come “valuta simbolica universale”, distinguendo tra attenzione “calcificata” (abitudine) e “fluida” (engagement attivo). L’attenzione diventa “la valuta definitiva che muove individui, scambi e molti altri elementi della società”. Morten Hansen (2024) estende il framework ai sistemi AI, introducendo il concetto di “cognitive lock-in”: gli utenti continuano a usare piattaforme non perché migliori, ma perché la familiarità riduce il carico cognitivo.

I dati quantitativi sono inequivocabili:

  • Le notizie false si diffondono 6 volte più velocemente di quelle vere su Twitter (MIT)
  • Ogni uso di linguaggio che identifica l’outgroup (“i liberali”, “i conservatori”) aumenta la probabilità di condivisione del 67% (PNAS 2021)
  • I tweet altamente partigiani hanno il 70% di probabilità in più di essere ritwittati
  • Il volume globale di dati raggiungerà 394 zettabyte entro il 2028
  • Il 76% della forza lavoro globale riporta stress quotidiano da sovraccarico informativo

Il declino del deep reading è documentato da Maryanne Wolf (UCLA): le abitudini digitali “riprogrammano il cervello”, diminuendo la capacità di lettura profonda. Uno studio Columbia ha rilevato che bambini 10-12 anni leggono “più profondamente su carta” che su schermo. Naomi Baron ha quantificato che l’85% degli studenti americani fa multitasking durante la lettura digitale (vs. 26% su carta), con comprensione inferiore per domande che richiedono ragionamento inferenziale. La Svezia, dopo aver osservato il crollo dei punteggi di lettura (da 555 a 544 nei test internazionali), sta reintroducendo libri cartacei e scrittura a mano nelle scuole.


Le echo chamber algoritmiche e la polarizzazione italiana

Lo studio PNAS di Cinelli et al. (2021) ha analizzato oltre 100 milioni di contenuti su Gab, Facebook, Reddit e Twitter, confermando che il clustering omofilico domina le interazioni su Facebook e Twitter. Reddit mostra pattern di esposizione più diversificati.

La Reuters Institute Literature Review offre però una sfumatura: la selezione algoritmica generalmente porta a un consumo di news “leggermente più diversificato”—contrariamente all’ipotesi filter bubble. Il problema risiede nell’auto-selezione di una minoranza altamente partigiana che crea echo chamber opt-in. La polarizzazione affettiva è aumentata in alcuni paesi; quella ideologica è diminuita nel lungo periodo in molti contesti europei.

L’Italia presenta specificità preoccupanti: solo il 29% degli italiani si fida dei media—tra i livelli più bassi d’Europa (Pew Research). Il 64% si informa sui social media, il 50% quotidianamente. La polarizzazione italiana, secondo uno studio PLOS ONE (2019), si concentra su temi come immigrazione, sicurezza nazionale e nazionalismo, con forti legami tra fonti di disinformazione e comunità di destra/conservatrici, particolarmente la Lega.

Il dato più allarmante riguarda la news avoidance: l’Italia ha registrato un incremento di +7 punti percentuali nel 2024, tra i più alti a livello globale insieme a Irlanda (+10), Spagna (+8). Il 39% degli utenti globali evita le notizie “spesso o qualche volta”— in crescita dal 29% del 2017.


Il divario generazionale nel consumo digitale italiano

I dati CENSIS e Pew Research delineano fratture generazionali profonde:

Gen Z (14-29 anni):

  • Il 64,2% usa TikTok (vs. 35,4% popolazione generale)
  • Instagram al 78,1%, YouTube al 77,6%
  • Il consumo di TG è crollato dal 42,3% (2021) al 22,5% (2024)
  • TikTok (29,7%) e Instagram (31,2%) sono le principali fonti di news
  • Il 46% usa i social per ricerche (vs. 42% media generale)
  • Il 31% usa AI per ricerche (vs. 20% totale)
  • Il 71% di chi ha 16-17 anni si dichiara dipendente dalla tecnologia

Millennials:

  • 2,5+ ore/giorno sui social
  • 9,2 account social in media (il più alto)
  • Il 96% considera il video importante nelle decisioni

Gen X e oltre:

  • Il 39% guarda 1-3 ore di TV tradizionale al giorno
  • Il 65% usa Facebook regolarmente
  • Maggiore fiducia nei media tradizionali (TV 69,1%)

La transizione è strutturale: il consumo televisivo in prime time è calato del 17,4% rispetto al 2020; le copie di giornali vendute del 32,2%. L’età mediana del pubblico TV si alza progressivamente mentre i giovani migrano verso piattaforme algoritmiche.


La critica al modello di business delle piattaforme

Shoshana Zuboff (Harvard) definisce il capitalismo della sorveglianza come “rivendicazione unilaterale dell’esperienza umana come materia prima gratuita per la traduzione in dati comportamentali”. Nel suo paper 2022 “Surveillance Capitalism or Democracy?”, argomenta che questo modello “fallisce qualsiasi test ragionevole di stewardship globale responsabile” e rappresenta “la meta-crisi di ogni repubblica perché ostacola le soluzioni a tutte le altre crisi”.

Tim Wu in “The Attention Merchants” traccia la commodificazione dell’attenzione dai penny newspapers del 1830 a Google/Facebook: “diversione gratuita in cambio di un momento di considerazione, venduto al miglior offerente”. Il modello è sostanzialmente invariato da 200 anni.

Le conseguenze sono misurabili: il 62% dei consumatori è meno propenso a interagire con contenuti AI-generated, segnale di crescente diffidenza. In Italia, il 44,9% ora si fida meno dei contenuti online a causa dei deepfake. Il 60,5% ha visto almeno un deepfake.

La risposta regolatoria europea (Digital Services Act) richiede trasparenza algoritmica alle grandi piattaforme, ma la ricerca suggerisce che la regolamentazione di processi “intrinsecamente catastrofici” potrebbe non produrre gli esiti desiderati. Uno studio su Scientific Reports (2024) dimostra matematicamente “l’impossibilità di rompere l’effetto echo chamber tramite regolamentazione”.


L’abbondanza informativa

I dati convergono verso una diagnosi chiara: l’Italia presenta un caso paradigmatico di economia dell’attenzione matura, dove l’abbondanza di accesso (86,2% delle famiglie online) coesiste con la povertà del consumo informativo profondo. Il tempo medio online (5 ore e 39 minuti) alimenta principalmente contenuti effimeri—comedy, entertainment, interazioni social—mentre le news rappresentano una frazione residuale dell’attenzione collettiva.

Le eccezioni virtuose esistono: Il Post dimostra che il giornalismo di qualità può costruire sostenibilità economica attraverso abbonamenti. Ma il trend macro è inequivocabile: la fiducia nei media crolla (34% in Italia), la news avoidance cresce (+7pp), il deep reading declina, le echo chamber si consolidano. Il 63% degli italiani si dichiara dipendente dalla tecnologia, eppure il 65,6% sente il bisogno di disconnettersi.

Il paradosso dell’informazione—accesso illimitato, consumo superficiale—non è un bug del sistema digitale, ma una feature del suo modello di business. Come scrive Zuboff, “non sei il prodotto; sei la carcassa abbandonata”. La sfida per l’informazione indipendente italiana è costruire alternative che competano non per l’attenzione istantanea, ma per quella “calcificata”—l’abitudine alla profondità.


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Ennio Martignago