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Figure in Blue e la Spiritualità Jazz di Charles Lloyd

L’album Figure in Blue segna la recente rinascita creativa del celebre musicista jazz Charles Lloyd, evidenziandone l’evoluzione stilistica che lo ha portato ad un’intensa produzione anche in età avanzata. Lloyd, a dispetto della sua lunga carriera, rifiuta la nostalgia, continuando a pubblicare opere esplorative e spirituali con etichette come Blue Note. Il suo doppio album più recente è un lavoro intimo e vario che unisce il sassofonista con il pianista Jason Moran e il chitarrista Marvin Sewell. Nel lavoro si nota unacoerenza e la profondità emotivache predilige atmosfere pensierose e cosmiche rispetto al virtuosismo ostentato. In definitiva questo il lavoro di Lloyd rappresenta una continuazione della sua ricerca spirituale, un dono sorprendente che dimostra come l’età sia irrilevante per la sua arte.

Charles Lloyd a 87 anni dà lezioni sulla creatività che avevamo dimenticato

Nel mondo della musica, esiste un’idea diffusa, quasi una regola non scritta: gli artisti, raggiunta una certa età, tendono a vivere di rendita. Si affidano ai loro successi passati, ripropongono formule collaudate, trasformando la loro arte in un elegante esercizio di nostalgia. È un percorso comprensibile, quasi fisiologico. Ma ogni tanto, arriva qualcuno a rompere le regole con una grazia disarmante.

Charles Lloyd è questa eccezione. A 87 anni, un’età in cui la maggior parte dei suoi coetanei ha da tempo appeso lo strumento al chiodo, il leggendario sassofonista non solo è ancora attivo, ma ha appena pubblicato un nuovo, acclamato doppio album: Figure in Blue. Un’opera densa, profonda e piena di nuove idee che scuote le nostre certezze sull’invecchiamento artistico.

Questo album non è solo un’altra pregevole aggiunta a una discografia monumentale. È una fonte di lezioni sorprendenti sull’arte, sulla collaborazione e, soprattutto, sull’ascolto. Figure in Blue ci sfida a riconsiderare cosa significhi creare, dimostrando che la fiamma della ricerca può ardere più intensamente che mai, proprio quando ci si aspetterebbe che si affievolisca. Esploriamo insieme i punti più affascinanti e contro-intuitivi di questo piccolo miracolo sonoro.

1. Non si vive di ricordi, si crea il futuro

Il concetto centrale che anima l’ultima fase della carriera di Charles Lloyd è un categorico rifiuto della “modalità nostalgia”. Laddove molti giganti del jazz si adagiano nel suonare i classici per “incassare l’assegno”, Lloyd continua a esplorare, a comporre, a produrre musica che è una continua ricerca spirituale. Invece di guardare al passato, usa la sua immensa esperienza per plasmare il suono del futuro.

Figure in Blue è la prova più recente e potente di questa vitalità. Arriva dopo una serie di lavori molto apprezzati con l’etichetta Blue Note, come le collaborazioni in Vanished Gardens, il meditativo Tone Poem e la serie dei Trios, confermando un’accelerazione creativa che ha del sorprendente. Questo doppio album, etereo nel suono ma denso di idee, è una dichiarazione d’intenti che sembra dire:

Ehi, a 87 anni, chi ha bisogno di riposare?

Questo approccio sfida radicalmente la nostra percezione dell’età e della creatività. Lloyd ci propone un modello in cui la carriera artistica non è una parabola discendente, ma un’incessante ricerca, un viaggio che si arricchisce di significato con il passare del tempo invece di esaurirsi.

2. Il trio perfetto: quando tre voci diventano una sola

Per questo album, Lloyd ha scelto il formato del trio: sassofono, pianoforte (Jason Moran) e chitarra (Marvin Sewell). Sulla carta, una combinazione del genere potrebbe essere la ricetta perfetta per duelli sonori e scontri di ego, una gara a chi suona l’assolo più muscolare. Invece, accade l’esatto contrario.

Lloyd, Moran e Sewell sovvertono ogni aspettativa, creando un dialogo sonoro perfettamente equilibrato in cui “nessuno monopolizza il palco”. Non si tratta di un solista con due accompagnatori, ma di un intreccio di tre voci che contribuiscono con pari dignità, respirando all’unisono. Ognuno ha un ruolo preciso: Lloyd è la guida spirituale, la voce che traccia la rotta; Moran, al piano, è un maestro nel creare spazio, applicando la sua filosofia di “lasciare che il solista si appoggi al muro, poi togliere il muro” per generare tensione e sostegno senza mai essere invadente; e Sewell è la “carta selvaggia”, l’elemento che porta il colore viscerale e terreno del blues.

Questo approccio è affascinante perché dimostra che la vera maestria non risiede nell’ostentazione virtuosistica, ma nella capacità di ascoltare e di dare spazio agli altri. Il risultato è un’unità organica superiore alla somma delle sue parti, una conversazione musicale di rara intelligenza e sensibilità.

3. Due anime in un disco: la meditazione e il blues primitivo

Figure in Blue è un album caratterizzato da una profonda dualità sonora. Da un lato, troviamo brani eterei, quasi trascendentali, che esplorano i territori del jazz spirituale e della meditazione. Pezzi come “Hina Hanta, the way of peace”, che invoca le sue radici Choctaw, o “Hymn to the Mother, for Zakir” lasciano grande spazio al silenzio, al respiro, invitando l’ascoltatore a un raccoglimento profondo.

Dall’altro lato, emerge un’anima più terrena, fisica, radicata nel blues più “primitivo” e “sporco”. Questa energia si incarna in brani come “Chulahoma” e “Blues for Langston”, dove la chitarra bottleneck di Marvin Sewell tira fuori un suono viscerale che ancora la musica saldamente a terra, alle radici profonde del Sud americano.

Lungi dall’essere una contraddizione, questa è la sintesi perfetta della visione di Lloyd. L’album ci mostra come la ricerca spirituale più elevata e le radici terrene del blues non siano in conflitto, ma siano due facce della stessa, profonda indagine sull’esperienza umana, due linguaggi per esprimere la medesima verità.

4. Conversazioni con i fantasmi: un dialogo con la storia del jazz

L’album è intriso di omaggi e riferimenti ai grandi maestri che hanno segnato la vita musicale di Charles Lloyd. Non si tratta però di un’operazione museale o di semplici citazioni, ma di un dialogo vivo e pulsante con la storia, una reinvenzione del proprio rapporto con questi “fantasmi” musicali.

I tributi più significativi includono:

• Duke Ellington: A cui è dedicato “Figure in Blue, Memories of Duke”, un samba delicato che si gonfia e si ritrae, oltre alle riletture commoventi dei suoi brani “Heaven” e “Black Butterfly”.

• Billie Holiday: Evocata nella suggestiva “The Ghost of Lady Day”, un’elegia che si muove tra ombra e riverbero.

• Zakir Hussain: Al grande percussionista è dedicata la trascendentale meditazione “Hymn to the Mother, for Zakir”, un momento che suona come un lutto lirico e una sospensione emotiva.

Attraverso questi dialoghi, Lloyd non si limita a ricordare il passato, ma lo interroga, lo reinterpreta e lo rende parte integrante della sua narrazione presente. È una conversazione continua con la tradizione, che viene onorata non mummificandola, ma facendola respirare nel qui e ora.

5. Un capolavoro che chiede pazienza (e un orecchio aperto)

Bisogna essere chiari: Figure in Blue non è un album per chi cerca l’impatto immediato. Non ci sono fuochi d’artificio, virtuosismi urlati o ritmi travolgenti. La sua coerenza e il suo tono prevalentemente meditativo potrebbero far sbadigliare chi cerca i fuochi d’artificio del virtuosismo.

Ma è proprio questa la sua forza. L’album non si concede facilmente; è un invito esplicito ad “ascoltare con orecchio aperto”, a trovare la bellezza nelle sfumature, nello spazio tra le note, nel peso del silenzio. È un’esperienza che si svela a poco a poco, ascolto dopo ascolto, premiando la pazienza dell’ascoltatore.

La vera magia di Lloyd risiede qui: non ha bisogno di urlare per incantare.

La vera lezione non è nella musica, ma nell’ascolto

In definitiva, Charles Lloyd, a 87 anni, non ci regala solo un grande album di jazz. Ci offre qualcosa di molto più prezioso: un promemoria che la creatività non è una meta da raggiungere, ma un processo continuo di ricerca, esplorazione e, soprattutto, ascolto. Ascolto dei propri compagni di viaggio, della storia che ci ha preceduto e del silenzio da cui nasce ogni suono.

Figure in Blue è la dimostrazione che la vecchiaia, in musica come nella vita, può essere “una benedizione invece che una maledizione”: non il tramonto dell’energia, ma un momento di sintesi in cui si può ricomporre la propria storia con una saggezza e una profondità nuove.

In un mondo che corre sempre più veloce e urla sempre più forte, non è forse questa la lezione più grande che un maestro del jazz può insegnarci: l’arte di fermarsi, respirare e ascoltare davvero?


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