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Alabaster DePlume, il Visionario del Jazz Cura l’Anima

Questi suoni sono stati concepiti come un “grido per Gaza” e, pur essendo stati catturati durante la lavorazione di Cremisan, sono diventati un elemento centrale e documentario del suo successivo EP del 2026, Dear Children Of Our Children, I Knew: Epilogue (in particolar modo nel brano It’s Only Now Once (Elbit Systems Windowpane)), utilizzati non come semplice sottofondo, ma come prove tangibili dell’umanità che persiste in quei territori

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1. Il Silenzio che Urla

Viviamo in un’epoca definita da una profonda “mancanza di voce” (voicelessness), un’impotenza cronica che si manifesta nel silenzio assordante di fronte alle crisi geopolitiche globali. In questo panorama di frammentazione, Alabaster DePlume (alias di Angus Fairbairn) emerge non come un semplice esecutore jazz, ma come un poeta-filosofo che brandisce la musica come strumento di guarigione e azione civile. Il suo lavoro non è un raffinato esercizio estetico, bensì un atto di presenza radicale; è il rifiuto dell’escapismo a favore di una “urgenza etica” che trasforma il suono in un manifesto di resistenza umana e spirituale.

2. La Metafora della “Lama”: Perdonare sé stessi per essere Interi

Il pensiero di DePlume è attraversato da un paradosso fondamentale che trova il suo fulcro nell’album A Blade Because A Blade Is Whole (2025). In una società ossessionata dal perfezionismo e dalla performance, Fairbairn utilizza l’immagine della lama — un oggetto che per definizione separa e ferisce — come simbolo di integrità. La guarigione non è intesa come un lusso mercificato, ma come il processo di accettazione delle proprie ferite per tornare a essere “uno”.

“A blade, because a blade is whole, it has forgiven itself… We can only forgive each other once we forgive ourselves. We can only heal each other while we heal ourselves.”

Questa riflessione suggerisce che la dignità e l’autodeterminazione siano prerequisiti necessari per la cura collettiva. Solo quando la lama accetta la propria natura e “perdona sé stessa”, può diventare uno strumento utile per liberarsi dalle catene dell’oppressione sistemica.

3. Dare Voce a chi non ne ha: Il Jazz come Documento Geopolitico

La genesi dell’EP Dear Children of Our Children, I Knew: Epilogue (2026) rappresenta la risposta viscerale di DePlume al senso di vuoto percepito durante il tour americano del marzo 2025. In quelle date, l’artista ha intercettato la frustrazione dei suoi ascoltatori riguardo alle brutali politiche migratorie dell’ICE e ai conflitti in Medio Oriente. Per trasformare questa “voicelessness” in testimonianza, DePlume si è rintanato nello studio Figure 8 Recording di Brooklyn insieme a una sezione ritmica d’eccezione: il bassista Shahzad Ismaily e il batterista Tcheser Holmes.

Il risultato è un’opera che non cerca il consenso estetico, ma agisce come un mezzo per “consegnare la voce” alla collettività. Registrato sull’onda di un’intesa immediata sviluppata sul palco, l’EP documenta l’urgenza di un mondo che sta finalmente risvegliandosi alla realtà che già abitava.

4. Oltre il Sottofondo: Il Suono della Normalità in Cisgiordania

L’impegno di DePlume si concretizza nell’uso dei field recordings come prove documentarie di umanità. Nel brano centrale “It’s Only Now Once (Elbit Systems Windowpane)”, l’artista integra suoni originariamente catturati a Betlemme durante la creazione del precedente Cremisan EP.

  • Evidenza dell’Umano: I campionamenti includono le grida di bambini che giocano e i rumori della vita quotidiana nella West Bank.
  • Contrasto Politico: Questi frammenti di “normalità” agiscono come un atto di resistenza contro le strutture di oppressione evocate dal titolo, che cita il colosso della difesa Elbit Systems.

Il sassofono di DePlume, definito dalla critica “tremolante e dolcissimo”, agisce qui come una guida ascetica. Non sovrasta i suoni della Palestina occupata, ma li attraversa, utilizzando il “windowpane” (il vetro della finestra) come metafora di una barriera tecnologica e militare che deve essere infranta per vedere davvero l’altro.

5. L’Arte dell’Imperfezione: Il Metodo “Peach” e la Vulnerabilità Radicale

La metodologia di Fairbairn sfida ogni accademismo. Autodidatta che ha approcciato il sassofono “nel modo sbagliato” solo nel 2007, ha trasformato i suoi limiti tecnici in una cifra stilistica unica: un soffio sussurrato che privilegia il respiro rispetto alla proiezione pura. Al Total Refreshment Centre di Londra, ha istituzionalizzato il metodo “Peach”: sessioni con musicisti a rotazione (spesso diversi ogni giorno) e prove ridotte all’osso per catturare la chimica spontanea.

Il suo controllo del ritmo e del respiro è profondamente influenzato dal jiu-jitsu, disciplina che DePlume pratica per ricercare la propria “dignità sovrana”. Concetti come il “Kuzushi” (lo squilibrio dell’avversario) si riflettono nel suo modo di destrutturare il tempo musicale.

I pilastri del suo stile:

  • Sassofono “sussurrato”: Un minimalismo melodico che trasforma il fiato in preghiera.
  • Rifiuto del 4/4: Una predilezione per strutture cicliche e mantriche ereditate dal suo passato punk.
  • Improvvisazione come cura: Un processo collettivo di supporto reciproco che rifiuta la gerarchia del bandleader tradizionale.

6. La Testimonianza Visiva: Hasan Jawad Abudayyeh

L’integrità del messaggio di DePlume culmina nell’apparato visivo di Epilogue. La copertina del disco non è un’immagine astratta, ma la riproduzione di un disegno di Hasan Jawad Abudayyeh, un ragazzo di 13 anni di Gaza. L’opera è accompagnata da una dedica in arabo che recita: “Dedicato alla madre del martire/testimone Obaida Ahmed al-Qiram. Che tu possa riposare in pace. Dal tuo studente, l’artista Hasan Jawad Abudayyeh”.

L’apertura dell’EP con il brano “Bringing Up The Nakba” ancora ulteriormente l’opera al contesto storico e civile, forzando l’ascoltatore a confrontarsi con la memoria collettiva del popolo palestinese. DePlume utilizza la sua piattaforma non per parlare al posto degli oppressi, ma per lasciare che le loro testimonianze — visive e sonore — occupino lo spazio dell’arte.

7. Il Sound come Atto di Presenza

Dalle radici punk nei bassifondi di Manchester al decennale impegno nel sociale — dove insegnava il “community humming” (ronzio comunitario) ad adulti con disabilità per favorire la socializzazione — la traiettoria di Alabaster DePlume è un viaggio verso la vulnerabilità radicale. La sua musica è l’antitesi dell’escapismo: è un invito ad abitare la realtà con dignità, accettando che la guarigione è un processo doloroso e necessario.

Se il suono è l’ultimo baluardo di verità quando le parole falliscono, resta a noi l’interrogativo finale: “Se la guarigione collettiva richiede prima l’accettazione della nostra stessa lama interiore, quanto siamo pronti a essere davvero interi?”

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