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Il catalogo di Pechino

Droni Wing Loong, missili Sky Dragon, radar mobili: nel Sahel e oltre gli eserciti africani fanno la spesa in Cina. Ma più che una conquista è un mercato affollato, dove Turchia, Russia ed Europa vendono anch’esse, e dove la vera merce in vendita è la dipendenza tecnologica.

Droni, radar e missili cinesi stanno cambiando gli arsenali africani. Più che una conquista, è un affare, con le clausole scritte in piccolo come in ogni contratto che si rispetti

Per mezzo secolo la Cina, negli eserciti africani, ha avuto la faccia di un camion verde oliva. Fucili d’assalto, autocarri, qualche pezzo d’artiglieria: roba robusta, economica, senza pretese, il genere di forniture che non finisce nei filmati di propaganda perché nessuno si emoziona davanti a un pianale. Poi, quasi senza che ce ne accorgessimo, nei video ufficiali dei ministeri della Difesa africani hanno cominciato a comparire droni armati, radar mobili, lanciamissili terra-aria e apparati per la guerra elettronica con la targhetta in caratteri cinesi. Tecnologie che fino a ieri si compravano quasi solo a Mosca, a Parigi o a Washington, e che oggi arrivano da Pechino con tanto di istruttori, ricambi e finanziamento rateale.

I titoli di questi giorni parlano di “conquista”. È una parola che piace a tutti per motivi opposti: a chi teme Pechino perché conferma la paura, a chi tifa per la fine dell’egemonia occidentale perché conferma la speranza. Conviene invece guardare la faccenda per quello che è, cioè un mercato. E i mercati, a differenza delle conquiste, hanno clienti che possono cambiare idea.

Il Sahel cambia fornitore

Il fenomeno è più visibile nel Sahel, la lunga fascia semiarida a sud del Sahara dove negli ultimi anni i governi militari di Mali e Burkina Faso hanno rotto con la Francia, ex potenza coloniale e per decenni tutore armato della regione, e si sono visti ridurre l’assistenza americana. Alle prese con insurrezioni jihadiste che controllano ampie porzioni di territorio, hanno bussato prima alla porta di Mosca, che ha mandato i paramilitari dell’Africa Corps, eredi diretti della Wagner, e subito dopo hanno sfogliato i cataloghi delle aziende di Stato cinesi.

Le tracce non mancano. Ad aprile gli analisti di Janes, la storica testata britannica specializzata in difesa, hanno riconosciuto in un convoglio militare maliano quattro sistemi cinesi di difesa aerea a corto raggio Yitian-L. Cinque mesi dopo è stata la presidenza del Burkina Faso a diffondere di sua iniziativa le immagini di un’esercitazione a fuoco vivo, con un radar mobile di sorveglianza e un lanciamissili Sky Dragon prodotto da Norinco, il colosso statale cinese degli armamenti, la cui firma compare anche sui blindati VN22 e sui lanciarazzi SR5 entrati nel parco mezzi di Ouagadougou.

Sarebbe comodo raccontarla come una storia di regimi golpisti che si consolano con i fornitori dei reprobi. Ma ad agosto anche la Costa d’Avorio, paese in ottimi rapporti con l’Occidente e sede di una base francese fino a pochissimo tempo fa, ha esibito i suoi nuovi droni armati Wing Loong II, acquistati con un contratto firmato nel giugno 2024 con Catic, il braccio esportatore dell’industria aerospaziale cinese. Quando anche i clienti “buoni” fanno la spesa nello stesso negozio dei clienti “cattivi”, forse il negozio offre qualcosa che gli altri non offrono.

Perché Pechino vende

Gli studiosi dell’Hudson Institute di Washington e del SIPRI di Stoccolma, che da anni contano i container più che i proclami, notano che le forniture tradizionali non sono sparite: i camion e i blindati continuano a partire. Semplicemente, accanto a essi viaggia ora merce ad alto valore aggiunto. Le ragioni del successo sono meno misteriose di quanto suggeriscano le analisi più apocalittiche.

La prima è politica, o meglio la sua assenza dichiarata. La Cina vende a chiunque non sia colpito da sanzioni dirette delle Nazioni Unite e si guarda bene dal fare prediche sui diritti umani, sulle elezioni rinviate o sulle giunte militari. Per un governo che ha appena messo alla porta un ambasciatore europeo, un fornitore che non chiede nulla vale oro. Che poi Pechino non chieda davvero nulla è un’altra questione: chi vende senza condizioni politiche spesso le condizioni le mette altrove, nelle concessioni minerarie, nei porti, nei voti all’ONU.

La seconda è commerciale. Le aziende cinesi non spediscono casse e basta: offrono il pacchetto completo, con crediti agevolati, addestramento sul posto, manutenzione e ricambi a prezzi aggressivi. Il pacchetto conveniente, naturalmente, lo è finché si legge solo la prima pagina. I prestiti si restituiscono, gli interessi si pagano, e una flotta di droni ferma a terra per mancanza di un pezzo costa più di una flotta mai comprata. La Giordania, che anni fa aveva acquistato droni cinesi CH-4, li ha messi in vendita dopo un uso deludente: un dettaglio che i depliant non riportano.

La terza è industriale. Norinco ha aperto un ufficio regionale a Dakar, in Senegal, e un centro servizi congiunto nello Stato di Bauchi, nel nord della Nigeria, per le riparazioni e l’assistenza tecnica. È la logica della concessionaria che apre l’officina sotto casa del cliente: non per gentilezza, ma perché il cliente che fa il tagliando da te difficilmente cambia marca.

La quarta, infine, è la più semplice. La Russia, primo fornitore storico del continente, ha dovuto dirottare buona parte della produzione sul fronte ucraino e ha lasciato ordini africani inevasi. In Mali e in Burkina i paramilitari russi restano sul terreno, ma l’hardware pesante lo fattura Pechino. Russia e Cina si stringono la mano nei vertici sulla sicurezza globale e si fanno lo sgambetto nei saloni dell’aeronautica: la geopolitica, vista da vicino, somiglia spesso a una riunione di condominio.

L’ospite che i titoli dimenticano

C’è poi un protagonista che il racconto della “conquista cinese” tende a lasciare fuori dall’inquadratura. È la Turchia, i cui droni Bayraktar TB2 negli ultimi anni hanno girato il continente con un successo che nessun produttore cinese ha ancora eguagliato in termini di notorietà, dalla Nigeria all’Etiopia, dal Togo al Niger, fino allo stesso Mali e al Burkina Faso. Anche Emirati, Israele e Corea del Sud hanno il loro spazio su quegli scaffali. Il quadro reale, insomma, non è quello di una superpotenza che sostituisce le altre, ma di un mercato affollato in cui i governi africani, per la prima volta da molto tempo, possono confrontare i prezzi e scegliere. Che è esattamente il contrario della sudditanza che certi titoli suggeriscono.

La dipendenza come prodotto

Detto questo, c’è un punto in cui l’allarme ha fondamento. Un blindato si ripara in qualsiasi officina con un saldatore e un po’ di pazienza. Un sistema di difesa aerea integrato, uno stormo di droni o una rete radar no. Chi li compra si lega al fornitore per decenni: aggiornamenti software, munizionamento dedicato, ricambi che esistono solo in un magazzino, tecnici formati secondo procedure che parlano una lingua sola. È la stessa logica della stampante venduta sottocosto e della cartuccia venduta a peso d’oro, solo applicata alla sovranità di uno Stato.

Ed è una logica che l’Occidente conosce benissimo, perché l’ha praticata per settant’anni. Chi oggi denuncia la dipendenza tecnologica creata da Pechino descrive, con qualche aggiornamento, il modello con cui Stati Uniti, Francia e Unione Sovietica hanno costruito le proprie clientele militari durante la Guerra fredda.

La morale a corrente alternata

Resta la chiusura preferita dalle analisi di questi giorni: mentre l’Europa si interroga sui propri principi e chiude il credito all’esportazione militare verso i governi non allineati, la Cina incassa commesse e costruisce influenza in un continente decisivo per le materie prime. È vero, ma è vero a metà. L’Europa i suoi principi li applica con un certo senso dell’opportunità: le stesse capitali che negano forniture alle giunte del Sahel continuano a vendere a clienti mediorientali e nordafricani dalla reputazione tutt’altro che immacolata, e l’industria italiana, per restare a casa nostra, piazza elicotteri e aerei addestratori anche in Africa occidentale senza che nessuno organizzi fiaccolate.

Il punto, allora, non è stabilire chi abbia le mani pulite, perché in questo mercato nessuno le ha. È capire che le armi, in Africa come altrove, non comprano soltanto sicurezza: comprano relazioni, debiti, abitudini, fedeltà che durano più a lungo dei governi che le firmano. Pechino lo ha capito con il pragmatismo di un grossista. L’Occidente lo sapeva da tempo e se n’è dimenticato, o ha preferito fingere di non saperlo. Ai governi africani resta il compito più difficile e meno raccontato: non scambiare un nuovo fornitore per un nuovo destino.


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