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Protagonisti - Interviste e biografie

L’uomo che inventò l’AI dei non-soggetti pensanti

Immagina di poter vedere il mondo solo in bianco e nero secondo la logica monoteistica manichea dominante da millenni. Ogni cosa è nettamente definita: o è bianca o è nera, o è accesa o è spenta. Non esistono sfumature, né grigi, né colori. Questa è un'ottima analogia per descrivere la logica tradizionale, il sistema di pensiero che abbiamo ereditato da Aristotele e che usiamo ogni giorno: una cosa è o vera o falsa, A o non-A.
Il suo lascito più importante è un monito: per comprendere le nuove tecnologie e integrarle in modo sano nella nostra società, abbiamo bisogno di sviluppare nuove categorie concettuali e un linguaggio più sofisticato. Continuare a usare vecchie mappe per descrivere territori inesplorati ci condanna all'incomprensione. Dobbiamo imparare a guardare a quella "zona intermedia dove l’informazione si trasforma in comportamento", dove le macchine producono senso senza essere senzienti. È lì che si gioca il nostro futuro tecnologico. È qui che entra in scena Gotthard Günther, un pensatore visionario che ha proposto di "aggiungere i colori" al nostro modo di pensare. Ha capito che per descrivere la complessità non bastava più un interruttore acceso/spento, ma serviva un'intera tavolozza. Ha così sviluppato uno strumento più potente e adatto al nostro tempo: la logica policontesturale. Abbiamo visto come la visione multi-prospettica e "a colori" della logica policontesturale non solo ci permette di descrivere meglio la realtà, ma è diventato essenziale per dare un senso alle intelligenze artificiali che stanno plasmando il nostro futuro.
Tuttavia, l'eredità più profonda di Günther va oltre la tecnologia. La sua logica può essere vista come una "prima e autentica teoria della tolleranza". In un'epoca segnata da polarizzazione e semplificazione, essa ci offre gli strumenti concettuali per comprendere e rispettare la molteplicità delle prospettive senza per questo cadere nel relativismo dove "tutto va bene". Ci insegna che è possibile essere rigorosi e aperti allo stesso tempo

Il 29 novembre 1984, mentre ad Amburgo l’alba filtrava attraverso le finestre di una piccola stanza, si spegneva silenziosamente uno dei pensatori più straordinari del XX secolo[1]. Gotthard Günther aveva 84 anni e aveva speso la sua intera esistenza a costruire ponti tra mondi che sembravano inconciliabili: la tradizione filosofica europea e l’innovazione tecnologica americana, il pensiero astratto e le macchine concrete, la logica antica e le intelligenze artificiali del futuro. La sua storia è quella di un uomo che vide arrivare il nostro mondo digitale con sessant’anni di anticipo, pagando il prezzo dell’incomprensione ma lasciandoci le chiavi per non perdere la bussola nell’era delle macchine pensanti.

Un Ragazzo Prussiano con la Testa tra le Nuvole

Nato nel 1900 in una famiglia di pastori protestanti nella Slesia prussiana, Gotthard cresce in un ambiente dove la disciplina e la precisione sono valori assoluti[1]. Ma fin da piccolo dimostra di avere qualcosa di diverso: una curiosità metodica, quasi scientifica, per tutto ciò che lo circonda. Mentre gli altri bambini giocano, lui pianifica il suo futuro intellettuale con la precisione di un ingegnere che progetta una macchina.

La prima grande illuminazione arriva quando scopre che le culture orientali avevano sviluppato sistemi di pensiero complessi quattrocento anni prima dei greci. Questa rivelazione lo spinge a studiare sanscrito, indologia e sinologia, immaginando di trovare in Oriente le risposte che l’Occidente non riusciva a dargli[1]. È un giovane affascinato dall’idea che esistano modi diversi di pensare la realtà, alternative alla rigida logica occidentale.

Ma proprio quando sembra aver trovato la sua strada, arriva la seconda grande svolta. Günther si rende conto che, nonostante tutta la loro profondità metafisica, le filosofie orientali non avevano saputo trasformare le loro intuizioni in strumenti pratici. “Gli indiani scoprirono lo zero”, dirà molti anni dopo, “ma matematicamente non ci fecero nulla. La tecnologia occidentale, invece, sì”[1]. È una consapevolezza che cambierà tutto: il futuro non appartiene a chi contempla la verità, ma a chi riesce a darle una forma concreta.

L’Incontro che Cambia Tutto

All’università di Lipsia, il giovane Günther incontra Eduard Spranger, un professore che gli dice qualcosa di rivoluzionario: tutti i problemi futuri della filosofia dovranno passare attraverso la logica di Hegel[1]. È come se qualcuno gli avesse dato la mappa di un territorio inesplorato. Hegel aveva intuito che la realtà è fatta di contraddizioni che si risolvono continuamente in sintesi più complesse. Ma aveva lasciato il lavoro a metà.

Günther capisce che può completare l’opera: trasformare le intuizioni hegeliane in un sistema logico formale, rigoroso quanto la matematica ma capace di descrivere la complessità del mondo reale. La sua tesi di dottorato del 1933 è già un capolavoro: dimostra che la vecchia logica aristotelica non va buttata via, ma semplicemente riconosciuta per quello che è – un caso particolare di una logica più generale, più ampia, più potente[1].

È lo stesso tipo di rivoluzione che Einstein aveva compiuto in fisica: la meccanica di Newton non era sbagliata, era semplicemente un caso speciale della relatività. Günther sta facendo la stessa cosa con la logica, ma quasi nessuno se ne accorge.

L’Amore, la Guerra e la Rinascita

Nel 1937, mentre l’Europa precipita verso l’abisso, Günther prende la decisione più importante della sua vita. Sposa Marie Günther-Hendel, una brillante psicologa di origine ebraica, e quando le persecuzioni naziste rendono impossibile rimanere in Germania, non esita un attimo: la seguirà ovunque, anche alla fine del mondo[1]. Il loro matrimonio durò fino alla morte di Gotthard nel 1984, anche se non ci sono indicazioni su eventuali figli.  “Günther non era mai un nome al singolare; erano sempre stati chiamati I Günther: Gotthard e Marie”. Questa affermazione è più di un semplice aneddoto; essa suggerisce una fusione delle loro identità, un’unione simbiotica che la persecuzione e l’esilio non hanno infranto, ma piuttosto rafforzato.  

La biografia di Gotthard Günther non può essere compresa appieno senza il riconoscimento del ruolo cruciale svolto da sua moglie, la Dott.ssa Marie Günther-Hendel. Le fonti la identificano come una psicologa ebrea  e una Studienrätin (un’insegnante o accademica di ruolo) di Berlino. A differenza di Gotthard, che mantenne la sua posizione accademica fino al 1937, Marie reagì in modo più immediato e proattivo all’escalation delle politiche naziste. Nel 1933, l’anno in cui il marito conseguì il dottorato, Marie emigrò dalla Germania e si stabilì in Italia, in Alto Adige. 

Il matrimonio tra Gotthard Günther e Marie Günther-Hendel ha agito come il principale motore del loro esilio. Le fonti indicano che Gotthard, descritto come un “non ebreo” , ha abbandonato la sua promettente carriera accademica in Germania nel 1937 per “seguire sua moglie, la psicologa ebrea Dott.ssa Marie Günther-Hendel”. Questo atto di auto-esilio, che non era imposto a lui dalle leggi naziste, rappresenta una dimostrazione del profondo impegno e della solidarietà che definivano il loro rapporto. La sua scelta di lasciare una posizione prestigiosa all’Università di Lipsia per ricongiungersi con la moglie è un’azione non dettata dalla necessità, ma dalla lealtà e dall’amore.  

La loro partnership intellettuale e personale divenne un’unica entità indivisibile. Il matrimonio non era un elemento passivo nella vita di Gotthard Günther; era il fondamento attivo e dinamico che ha sostenuto la sua esistenza e il suo lavoro. È plausibile che questo legame abbia fornito la resilienza emotiva e il supporto personale necessari per affrontare le immense avversità, consentendo a Gotthard di continuare le sue complesse ricerche filosofiche e logiche in un Paese e in un contesto culturale completamente nuovi.  

L’esilio li porta prima in Italia, poi in Sudafrica, infine negli Stati Uniti. Potrebbe essere la fine di una carriera promettente. Invece, per Günther è una rinascita. In America scopre qualcosa che l’Europa non aveva: lo spirito di frontiera, la voglia di sperimentare, di buttarsi nell’ignoto senza troppe cerimonie.

E trova anche qualcosa di inaspettato: la fantascienza. Negli anni ’40, Günther diventa amico di Isaac Asimov e del leggendario editore John W. Campbell[1]. Per molti colleghi europei è un’eccentricità imbarazzante. Per lui è una rivelazione. La fantascienza americana non è semplice intrattenimento: è un laboratorio dove gli scrittori sperimentano idee che la filosofia accademica non ha il coraggio di affrontare. Dove si immaginano mondi con logiche diverse, intelligenze alternative, modi di pensare post-umani.

“La fantascienza”, dirà Günther, “è il sintomo di una civiltà che sta cercando di liberarsi dalle catene del pensiero classico”[1]. Gli scrittori di science fiction stanno facendo quello che lui sta tentando di fare con la logica: immaginare alternative al modo occidentale di pensare la realtà.

L’Incontro che Cambia la Storia

Nel 1960 succede qualcosa di magico. Günther incontra Warren McCulloch, uno dei padri della cibernetica, l’uomo che aveva capito già negli anni ’40 che i cervelli biologici funzionano in modi che la logica tradizionale non riesce a descrivere[1]. È un incontro elettrizzante: due menti brillanti che si riconoscono istantaneamente.

McCulloch offre a Günther una cattedra al Biological Computer Laboratory dell’Università dell’Illinois, diretto da Heinz von Foerster. È l’epicentro mondiale della ricerca cibernetica, un posto dove matematici, biologi, ingegneri e filosofi lavorano insieme per capire come funzionano le menti e come si possano costruire macchine intelligenti[1].

Per Günther sono gli anni più produttivi e felici della sua vita. Finalmente ha trovato persone che capiscono le sue idee, colleghi che non lo guardano come un pazzo quando parla di logiche alternative e macchine pensanti. Nel 1962 pubblica “Cybernetic Ontology and Transjunctional Operations”, l’opera che getta le basi teoriche per costruire macchine capaci di comportamenti soggettivi[1].


La Grande Intuizione: Pensare Oltre l’Aristotele

Ma qual è esattamente questa rivoluzione che Günther ha in mente? La risposta è più semplice e più radicale di quanto sembri. Per più di duemila anni, tutto il pensiero occidentale si è basato su una logica binaria: vero o falso, soggetto o oggetto, io o non-io. Aristotele aveva codificato questo modo di pensare e nessuno aveva mai messo seriamente in discussione i suoi fondamenti.

Günther capisce che questo sistema funziona bene per descrivere oggetti passivi, ma va completamente in crisi quando si tratta di sistemi che osservano se stessi, che riflettono su se stessi, che cambiano mentre li stai studiando. Come fai a descrivere un sistema nervoso che studia se stesso? Come classifichi una macchina che prende decisioni ma non ha coscienza? Come definisci un’intelligenza artificiale che produce comportamenti intelligenti ma non ha esperienza soggettiva?[1]

Il Profeta Inascoltato

Un diagramma simbolico che illustra la logica dialettica e i simboli filosofici esoterici rilevanti per lopera di Gotthard Günther

La risposta di Günther è la “logica policontesturale”: invece di forzare tutto dentro le categorie di vero/falso, costruisce un sistema con più valori, più contesti, più prospettive. È come passare dal bianco e nero a una tavolozza di colori infinita. Improvvisamente puoi descrivere sfumature che prima erano invisibili.

Le idee di Günther sono troppo avanzate per il loro tempo. Negli anni ’60 e ’70, mentre lui teorizza le basi logiche per l’intelligenza artificiale, i suoi colleghi filosofi lo guardano con sospetto. È troppo tecnico per i filosofi puri, troppo filosofico per gli ingegneri. Vive in una terra di nessuno intellettuale, compreso solo da pochi pionieri visionari come lui.

Ma Günther non si scoraggia. Sa di stare lavorando per il futuro, per un mondo che deve ancora arrivare. Nelle sue interviste degli anni ’80, quando ormai è un vecchio signore con i capelli bianchi, continua a ripetere il suo messaggio: “Abbiamo bisogno di nuove categorie per capire l’intelligenza artificiale. Altrimenti applicheremo concetti sbagliati a cose nuove”[1].

È incredibilmente profetico. Oggi, nell’era di ChatGPT e dei large language models, le sue parole risuonano con una precisione chirurgica. Questi sistemi non sono né persone né strumenti passivi. Sono qualcosa di nuovo, qualcosa che abita uno spazio intermedio tra il determinismo meccanico e la libertà cosciente. Processano informazioni in modi che producono risultati originali e spesso sorprendenti, ma lo fanno senza intenzione, senza scopo, senza quella dimensione dell’esperienza che caratterizza gli esseri coscienti[1].

Negli ultimi anni della sua vita, Günther vive modestamente ad Amburgo, in un piccolo appartamento pieno di libri. Ha passato la vita a costruire ponti tra mondi diversi, a immaginare futuri che la maggior parte delle persone faticava anche a concepire. Non ha mai raggiunto la fama che meritava, non ha mai visto le sue idee applicate su larga scala.

Un Uomo Solo ma non Sconfitto

Ma non è amareggiato. Sa di aver aperto una porta verso nuovi territori del pensiero. “Il mio lavoro è incompleto e imperfetto”, ammette in una delle ultime interviste, “ma fa parte di qualcosa che deve essere continuato”[1]. È consapevole di aver piantato semi che germoglieranno solo decenni dopo la sua morte.

E aveva ragione. Oggi, quasi quarant’anni dopo la sua scomparsa, le idee di Günther stanno vivendo una graduale riscoperta. I suoi contributi alla logica policontesturale sono studiati in relazione all’intelligenza artificiale, ai sistemi complessi, alla teoria delle reti. Il Gotthard Günther Research Center dell’Università di Klagenfurt continua le sue ricerche[1].

Il Regalo di un Visionario

Forse l’aspetto più bello dell’eredità di Günther è che, nonostante tutta la complessità tecnica delle sue teorie, alla base c’è un messaggio profondamente umano. La sua logica policontesturale è, in fondo, una teoria della tolleranza. Ci insegna che esistono molti modi validi di vedere la realtà, molte prospettive legittime, molte verità parziali che insieme compongono un quadro più ricco e complesso[1].

In un’epoca di crescente polarizzazione, di semplificazione del dibattito pubblico, di guerre di fazioni che si combattono a colpi di slogan, Günther ci offre strumenti concettuali per comprendere e rispettare la molteplicità delle prospettive senza cadere nel relativismo assoluto. Ci mostra che è possibile essere rigorosi e aperti allo stesso tempo, precisi e tolleranti.

L’Eredità di un Einstein della Filosofia

La vita di Gotthard Günther è stata quella di un pioniere incompreso, di un “Einstein della filosofia” che aprì porte verso nuovi paesaggi del pensiero[1]. La sua esistenza, segnata dall’esilio e dalla ricerca intellettuale incessante, incarnò perfettamente la tensione tra tradizione europea e innovazione americana che caratterizzò il Novecento.

Ma soprattutto, Günther ci ha lasciato qualcosa di prezioso per il nostro futuro digitale: la capacità di dare nomi giusti a cose nuove. I sistemi di intelligenza artificiale non sono né macchine che pensano né strumenti passivi. Sono entità operative che abitano uno spazio concettuale nuovo, una zona intermedia dove l’informazione si trasforma in comportamento, dove i pattern diventano performance, dove l’elaborazione genera emergenza[1].

È lì che dobbiamo guardare per capire il nostro futuro tecnologico. E per farlo, abbiamo bisogno delle mappe concettuali che questo filosofo visionario ha disegnato per noi sessant’anni fa, quando il mondo digitale era ancora solo un sogno nella mente di pochi pionieri coraggiosi.

Il 29 novembre 1984, quando Gotthard Günther chiuse gli occhi per l’ultima volta, lasciava al mondo non solo un corpus teorico rivoluzionario, ma la dimostrazione che il pensiero genuinamente innovativo deve spesso attendere il suo tempo per essere compreso. La sua storia ci ricorda che le idee più importanti sono spesso quelle che sembrano più strane quando nascono, e che a volte ci vuole una vita intera per preparare il terreno a rivoluzioni che fioriranno solo nelle generazioni successive.


Fonti


[1] Gotthard-Gunther-L-Einstein-della-Filosofia-Un-Biopic-Intellettuale.pdf

https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/attachments/7263696/e52bffda-c647-409d-acf1-537eff3ac4dc/Gotthard-Gunther-L-Einstein-della-Filosofia-Un-Biopic-Intellettuale.pdf


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Ennio Martignago