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Esiste una saggezza antica nel riconoscere i limiti del dialogo. Gurdjieff lo sapeva bene quando ammoniva a non discutere di ciò che l’interlocutore non può comprendere, invitando a calibrare le parole sulla capacità di chi ascolta. Non per arroganza, ma per realismo: alcune frequenze semplicemente non risuonano su certi canali.
Da questo principio discende una verità scomoda ma liberatoria: tendiamo naturalmente a circondarci di persone che riteniamo capaci di comprenderci. Non è elitarismo, è istinto di sopravvivenza intellettuale. Cerchiamo specchi in cui riconoscerci, interlocutori con cui il pensiero possa scorrere senza doversi continuamente tradurre in linguaggi più elementari.
Il rischio, certo, esiste ed è duplice. Da un lato, l’isolamento in una bolla di simili, dall’altro la tentazione del disprezzo verso chi resta fuori. Ma esiste un rischio ancora maggiore: quello di dissipare energie preziose nel tentativo ossessivo di convertire chi non vuole o non può essere convertito. L’accanimento missionario diventa allora più che assurdo – diventa autodistruttivo.
La via d’uscita non sta nel proselitismo forzato, ma nella costruzione concentrata. Legarsi più strettamente a chi ci intende, edificare insieme qualcosa di concreto, lasciando agli altri la libertà di osservare e, eventualmente, di avvicinarsi. O di restare dov’è. Max Stirner coglieva questa dinamica quando descriveva Gesù che innalza un muro tra il suo messaggio e il mondo dei sacerdoti, impermeabile alle grida che giungono dall’altra parte – fossero quelle delle masse o dell’establishment.
Quel muro non è necessariamente ostilità. È delimitazione di un campo d’azione, una scelta di dove investire le proprie forze finite. È la consapevolezza che certe opere richiedono intimità di intenti, una complicità che non si può forzare né simulare.
Costruire con chi ci comprende non significa voltare le spalle al mondo. Significa piuttosto accettare che il cambiamento autentico non avviene per imposizione, ma per contagio di esempio. Le opere parlano un linguaggio più eloquente delle prediche. Chi ha occhi per vedere, vedrà. Chi ha orecchi per intendere, intenderà.
Il resto è rumore dall’altra parte del muro. E forse va bene così.
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