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Mediazioni

I venditori della conoscenza ai tempi dell’IA

Come ogni generazione costruisce il proprio rapporto con il sapere e i rischi di dipendenza che nascono quando la mediazione incontra il mercato e l’IA.

Highway Post Office Clerks at Work

Esperti, formatori, influencer, intelligenza artificiale: stai scegliendo chi ti emancipa o chi ti rende dipendente dalla sua conoscenza?"

Ci sonotre modi per leggere questo articolo:
Completo (dieci-tredici minuti)
Per concetti (due-tre minuti)💡
Per sezioni autonome(tre-quattro minuti ciascuna)
PARTE I – Il paradosso della condivisione
PARTE II – Gli strumenti che ci plasmano
PARTE III – Verso una conoscenza responsabile
Un punto di partenza(parte finale)


Ogni generazione accede alla conoscenza attraverso strumenti diversi e attraverso figure di mediazione diverse: bibliotecari, insegnanti, algoritmi, influencer, agenti di intelligenza artificiale. Ma quando questi mediatori operano dentro logiche di mercato, usando il sapere per posizionarsi, costruire audience, vendere servizi, il confine tra emancipare e creare dipendenza diventa sempre più sfumato. E quando usano piattaforme digitali invece di libri o incontri diretti, qualcosa cambia ancora più profondamente nella relazione tra chi trasmette e chi riceve. Cosa stiamo davvero trasferendo quando il sapere diventa merce mediata da piattaforme? E siamo consapevoli di questa trasformazione?


PARTE I – Il paradosso della condivisione

Pochi giorni fa, in una conversazione con una persona di un centro studi aziendale, abbiamo discusso del ruolo degli articoli pubblicati su riviste di settore, blog, piattaforme professionali. Questi testi sono ricchi di sapere specialistico e spesso prodotti con rigore metodologico, ma hanno sempre anche una funzione strategica, costruire la reputazione dell’azienda e posizionare chi scrive come esperto autorevole nel proprio settore.

In quel contesto, sono stato definito “un protezionista della conoscenza” rispetto a chi la divulga via articoli o seminari. La definizione mi ha colpito. Non perché mi sentissi accusato, ma perché conteneva un presupposto interessante:che condividere conoscenza sia sempre e comunque un atto neutro, indipendentemente dal contesto in cui avviene e dagli scopi che persegue.

Mi sono chiesto: quando un professionista pubblica contenuti che dimostrano la sua competenza e contemporaneamente costruiscono la sua posizione di mercato, stiamo parlando solo di condivisione? O c’è qualcosa di più complesso in gioco? La domanda non è retorica, né vuole essere una critica. È un tentativo di capirecosa accade davvero quando il sapere attraversa il mercato e si trasforma in prodotto.

💡 CONCETTO CHIAVE

Condividere conoscenza non è mai un atto neutro. Anche quando è ricca di contenuti e prodotta con rigore, può servire contemporaneamente a posizionarsi sul mercato. La domanda non è se questo sia lecito, ma se siamo consapevoli di questa doppia natura.

Pensiamoci un momento:gli influencersono piazzisti, nel senso più letterale e concreto del termine. Come i rappresentanti di una volta che allestivano la loro valigia campionario, oggi mettono in mostra prodotti e servizi sui loro canali social, sugli scaffali digitali che hanno costruito attraverso la propria presenza in rete.

La loro funzione è esplicita:influenzare le scelte di acquisto del loro pubblico, motivarle, guidarle facendo leva sulla reputazione e sulla fiducia che hanno saputo costruire come esperti di quel determinato tema o ambito.

Chi fa cultura, invece, viene chiamato divulgatore. Eppure anche la divulgazione può servire a vendere un libro, un disco, a farsi invitare in un talk show, a raccogliere iscritti alla propria newsletter su Substack. Anche il divulgatore costruisce reputazione, anche lui può monetizzare la propria competenza.

La differenza non sta nel fatto che uno venda e l’altro no. Sta altrove, ed è proprio questo che voglio esplorare.

💡 CONCETTO CHIAVE

Influencer e divulgatori possono entrambi monetizzare la propria competenza. La differenza non sta nel vendere o non vendere, ma nel tipo di relazione che costruiscono: emancipazione o dipendenza?

Il tema del protezionismo della conoscenza merita uno spazio proprio, ci torneremo nei prossimi articoli. Per ora osserviamo questa distinzione, tra chi piazza e chi divulga, tra chi vende e chi condivide, che sembra così netta nei termini che usiamo.

Eppure nella pratica i confini si sfumano continuamente, soprattutto da quando il web ha reso possibile ciò che prima era riservato a pochi: diffondere idee, costruire una presenza, trasformare competenze in offerta accessibile. Tutti possono diventare venditori, non solo di prodotti ma di pensiero, metodo, visione.

Questa possibilità si è moltiplicata all’ennesima potenza. Ma con essa emergono domande sempre più urgenti: quando vendiamo conoscenza, cosa stiamo davvero trasferendo? E soprattutto, siamo davvero consapevoli di star vendendo?

Una precisazione necessaria: in questa riflessione il mondo accademico rimane per ora sullo sfondo. Non perché sia immune da queste dinamiche, anzi, la questione se anche l’accademico sia colpito dalla sindrome ben illustrata dal motto di Goethe citato nella presentazione di questa rubrica merita un’analisi specifica, ma perché le logiche del mercato della conoscenza che voglio esplorare qui riguardano principalmente chi opera al di fuori delle istituzioni universitarie. All’accademia e ai suoi paradossi dedicheremo spazio nei prossimi articoli.

Per rispondere a queste domande dobbiamo fare un passo indietro. Prima di chiederci se siamo consapevoli di vendere, dobbiamo capirecosa significa davvero mediare la conoscenza. Perché è nel momento in cui la mediazione incontra il mercato che nascono le ambiguità, le tensioni, e talvolta le distorsioni che stiamo esplorando.

Il confine sottile tra mediare e commerciare

Proviamo a partire da qui: cosa distingue davvero la mediazione dal commercio della conoscenza?

La mediazione, nel suo senso più profondo, è un atto culturale: prende qualcosa di complesso o distante e lo rende accessibile, traducibile, utilizzabile. È l’insegnante che fa capire un concetto difficile, il formatore che trasmette un metodo, il divulgatore che apre una porta su un mondo nuovo. La mediazione emancipa.

Il commercio della conoscenza può fare esattamente questo. Ma può anche fare altro, come cristallizzare il sapere in formule ripetibili, creare dipendenza invece che autonomia, oppure dosare l’informazione per mantenere la domanda attiva. Può trasformare chi cerca risposte in un consumatore seriale di corsi, webinar, masterclass che promettono sempre “il prossimo livello” ma non arrivano mai a destinazione.

Non è questione di giudicare chi vende formazione, è legittimo, spesso prezioso, talvolta necessario. È questione di consapevolezza del rapporto che si costruisce.

💡 CONCETTO CHIAVE

La mediazione autentica dà strumenti per andare oltre. Il commercio estrattivo frammenta il sapere in pillole che mantengono il bisogno attivo invece di risolverlo.

PARTE II – Gli strumenti che ci plasmano

[Se stai leggendo da qui: nella prima parte abbiamo visto come la “condivisione” di conoscenza possa nascondere logiche di posizionamento, e come la mediazione autentica si distingua dal commercio che crea dipendenza. Ora esploriamo come questa tensione si sia trasformata attraverso le generazioni e i loro strumenti.]

Gli strumenti cambiano, le generazioni si trasformano

Ogni generazione ha costruito il proprio rapporto con la conoscenza attraverso gli strumenti del suo tempo. E con nuovi strumenti sono emerse nuove modalità, nuove possibilità, ma anche nuove dipendenze.

Chi è cresciuto con le enciclopedie cartacee imparava a cercare seguendo indici alfabetici, a confrontare volumi, a fidarsi dell’autorevolezza dell’editore. La conoscenza era stabile, certificata, ma anche limitata e costosa. Mediatori erano bibliotecari, insegnanti, editori: figure che selezionavano e garantivano.

La generazione dei motori di ricerca ha imparato a navigare l’abbondanza. Google ha reso tutto accessibile, ma ha anche introdotto il problema della selezione: quale fonte è affidabile? Come distinguere? Mediatori sono diventati gli algoritmi, che decidono cosa mostrare per primo, e i content creator, che hanno imparato a posizionarsi in cima ai risultati.

La generazione dei social media ha trasformato la conoscenza in flusso continuo. YouTube tutorial, contenuti su X, Stories su Instagram, video su TikTok, streaming su Twitch: il sapere si è frammentato in pillole rapide, facilmente consumabili ma spesso incomplete. Mediatori sono gli influencer, che costruiscono comunità attorno alla propria expertise, vera o presunta.

Oggi le generazioni più giovani crescono con l’intelligenza artificiale conversazionale, con chatbot che rispondono a qualsiasi domanda, con strumenti che sintetizzano e semplificano all’istante. La conoscenza diventa on-demand, personalizzata, ma anche potenzialmente isolante: ognuno può costruirsi la propria bolla informativa senza mai confrontarsi con fonti diverse.

Ogni passaggio generazionale ha portato maggiore accessibilità, ma anche nuove forme di intermediazione e nuovi rischi di dipendenza. 

La biblioteca richiedeva uno sforzo da parte nostra, ma garantiva profondità e certezza delle fonti e degli autori. Google offre velocità, ma richiede maggiore capacità critica. Già nel2008 Nicholas Carrci avvertiva chiedendosi se Google ci stesse rendendo stupidi.

I social promettono comunità ma tendono a chiuderci in bolle informative dove incontriamo prevalentemente chi la pensa come noi. Lo fanno attraverso algoritmi che decidono cosa mostrarci secondo parametri che non controlliamo,privilegiando il nostro coinvolgimento emotivo più che la nostra comprensione. Questi meccanismi operano secondo logiche che ci rimangono opache, determinando quali contenuti e quali autori ottengono visibilità.

L’AI conversazionale personalizza le risposte, diventa il consulente personale sempre disponibile, l’enciclopedia che sintetizza tutto all’istante. Ma proprio questa immediatezza può isolare e indebolire la nostra capacità di pensare e connettere idee autonomamente, di costruire un pensiero articolato a partire da fonti diverse.

Ci illudiamo di diventare esperti con poca fatica, quando in realtà stiamo solo assemblando frammenti di informazioni già digerite da altri.

💡 CONCETTO CHIAVE

Ogni strumento non è neutro: enciclopedie garantivano profondità, Google richiede spirito critico, i social creano bolle algoritmiche, l’AI genera illusione di competenza. Gli strumenti plasmano la forma della mediazione.

Comprendere queste trasformazioni generazionali non è solo una questione storica. È essenziale per rispondere alla domanda che ci siamo posti:quando vendiamo conoscenza attraverso questi diversi strumenti, cosa stiamo davvero trasferendo?

La risposta cambia a seconda che usiamo una piattaforma social, un corso online, una newsletter, o un agente di “intelligenza artificiale”. Gli strumenti non sono neutri: plasmano la forma della mediazione e quindi il tipo di relazione che si crea.

Una tensione reale

Quanti contenuti produciamo davvero per chi li riceve? Quanti invece servono principalmente a posizionarci, a dimostrare competenza, a costruire la nostra vetrina?

Non è una domanda retorica né un’accusa. È una tensione reale e legittima, un professionista ha bisogno di farsi conoscere per poter aiutare qualcuno. Un terapeuta, un formatore, un consulente devono mostrare di saper fare ciò che propongono.

Il problema sorge quando l’informazione diventa prevalentemente vetrina, quando il sapere viene frammentato in pillole che generano bisogno anziché risolverlo.

Ma c’è una tensione ancora più sottile, che riguarda non solo chi produce questi contenuti ma anche chi li consuma.Questi percorsi formativi ci stanno davvero aiutando a maturare come persone, a costruire la nostra via singolare, a sviluppare autonomia di pensiero e responsabilità verso noi stessi e gli altri?

O ci stanno invece trasformando in ingranaggi sempre più efficienti di un sistema competitivo e produttivo, dove ciò che conta non èil nostro sviluppo integrale, animico e responsabile, ma la nostra capacità di essere performanti, ottimizzati, costantemente aggiornati secondo le richieste del mercato?

La formazione può essere strumento di emancipazione o di adattamento.Può aiutarci a diventare più pienamente noi stessi o può insegnarci semplicemente a funzionare meglio dentro meccanismi che non abbiamo scelto.

💡 CONCETTO CHIAVE

I percorsi formativi ci aiutano a diventare più autonomi e responsabili, o ci trasformano in ingranaggi efficienti di un sistema produttivo? La formazione può emancipare o può insegnare solo ad adattarsi.

E questa tensione si amplifica con gli strumenti generazionali: un video TikTok può realmente insegnare qualcosa in 60 secondi o serve principalmente a creare desiderio del “corso completo”? Un contenuto su un social può dare valore o è solo ed unicamente uno spot per il proprio prodotto e per generare una affiliazione?

Quando la mediazione si trasforma in altro

Esiste una figura che si sta diffondendo sempre più: il venditore della consapevolezza incompiuta.

È quello che ti vende sempre il prossimo step. Che ti dice che hai quasi capito, ma ti manca ancora qualcosa. Che costruisce percorsi infiniti dove ogni traguardo rivela un nuovo punto di partenza, mantenendoti in uno stato permanente di“quasi arrivato”, della certificazione continua.

Non sempre lui è consapevole. A volte lui è il risultato di un modello di business che lui ha sposato e che richiede fidelizzazione. A volte è genuina convinzione che il percorso sia davvero infinito. Ma il risultato non cambia,dove c’era promessa di autonomia, si genera dipendenza.

Ed è qui che torna la domanda sulla consapevolezza. In realtàci sono rari casiche chi costruisce questi percorsi infiniti non è consapevole di star creando dipendenza. È convinto di star offrendo un servizio prezioso.La mancanza di consapevolezza non riguarda solo il fatto di vendere, ma la struttura stessa di ciò che si sta vendendo.

Questo meccanismo si è perfezionato attraverso le generazioni tecnologiche. Prima era il “livello avanzato” del corso. Poi è diventato il “gruppo premium” su qualche social. Ora è la “membership esclusiva” con contenuti settimanali. Gli strumenti cambiano, la logica resta: mantenere l’utente in un circuito di consumo continuo.

Alcune domande per orientarsi

Come distinguere allora? Come capire se quella formazione, quel libro, quel servizio ci sta emancipando o vincolando?

Alcune domande possono aiutare:

Dopo questo percorso, sarò più autonomo o più legato a chi me lo offre? Una buona mediazione mi dà strumenti per andare oltre, non mi lega al mediatore.

Le informazioni che ricevo mi rendono capace di agire o mi fanno desiderare il prossimo modulo? C’è differenza tra apprendimento progressivo e frammentazione strategica.

Chi mi vende questo sapere condivide anche i limiti, le alternative, le controindicazioni? O presenta solo la propria soluzione come unica via possibile?

Il prezzo che pago corrisponde al valore che ricevo o sto pagando principalmente il posizionamento di chi vende?

Gli strumenti che mi vengono insegnati mi rendono capace di imparare da solo in futuro? O mi vincolano a una piattaforma, a un metodo proprietario, a una comunità chiusa?

💡 CONCETTO CHIAVE

Domande per distinguere: dopo questo percorso sarò più autonomo o più legato a chi me lo offre? Le informazioni mi rendono capace di agire o mi fanno desiderare il prossimo modulo?

PARTE III – Verso una conoscenza responsabile

[Se stai leggendo da qui: abbiamo esplorato come ogni generazione costruisca il proprio rapporto con la conoscenza attraverso strumenti diversi – dall’enciclopedia all’AI – e come distinguere mediazione che emancipa da quella che crea dipendenza. Ora vediamo quali alternative esistono e cosa significa davvero proteggere la conoscenza.]

Esistono alternative

Non tutto il commercio della conoscenza segue logiche estrattive. Esistono forme generative: cooperative di formatori che mettono in comune competenze, scuole popolari a contributo libero, comunità che documentano saperi senza scopo di lucro, progetti dove il denaro è strumento per realizzare qualcosa di più grande, non il fine.

Esistono professionisti che costruiscono percorsi realmente conclusivi, che ti danno tutto ciò che serve per proseguire da solo, checelebrano la tua indipendenza come successo del loro lavoro.

Esistono ancheprogetti intergenerazionali,dove chi ha imparato con strumenti diversi mette in comune le proprie competenze: l’anziano che conosce la ricerca bibliografica profonda collabora con il giovane che sa navigare i database digitali; chi ha sviluppato pensiero critico sui media tradizionali aiuta chi è nativo digitale a riconoscere le logiche algoritmiche.

Ma richiedono uno sguardo attento per essere riconosciuti, perché spesso fanno meno rumore di chi ha budget per marketing aggressivo e promesse seducenti.

La domanda vera

Perché la domanda vera non è se sia lecito guadagnare dalla conoscenza, lo è. La domanda è: come costruiamo la relazione con chi cerca di sapere, conoscere e scoprire se stesso e il mondo?

La mediazione può aprire porte o costruire dipendenze. Può illuminare percorsi o creare labirinti dove l’uscita è sempre “nel prossimo corso”. Può rendere le persone più capaci o più bisognose.

La differenza non sta nel fatto di vendere o meno. Sta nell’intenzione, nella struttura dell’offerta, nella qualità della relazione che si genera.

E questo vale per chi offre, ma anche per chi cerca. Perchéimparare a distinguere è già un atto di autonomia,il primo passo per non trasformarci da persone che cercano sapere in consumatori di formazione infinita.

Ogni generazione deve reimparare questa distinzione con gli strumenti del proprio tempo. Non basta più insegnare a valutare le fonti come si faceva con i libri. Serve imparare a riconoscere le logiche degli algoritmi, a distinguere contenuto da marketing, a costruire la propria dieta informativa consapevole attraverso piattaforme che sono progettate per catturare attenzione, non per emancipare.

La sfida non è solo personale. È culturale e generazionale,costruire comunità che si aiutano a distinguere, che condividono criteri, che proteggono gli spazi di apprendimento autentico dall’invasione delle logiche estrattive.

Torniamo allora a quella definizione iniziale: “protezionista della conoscenza”. Dopo questo percorso, forse quella parola acquista un significato diverso.Proteggere la conoscenza non significa sottrarla, ma custodire le condizioni che rendono possibile una mediazione autentica.

Significa difendere spazi dove il sapere possa essere trasmesso senza essere immediatamente catturato dalle logiche estrattive del mercato. Significa riconoscere che non tutto ciò che può essere venduto deve essere venduto, e che alcune forme di relazione educativa richiedono tempi, modalità, gratuità che il mercato non può accogliere.

💡 CONCETTO CHIAVE

Proteggere la conoscenza non significa sottrarla, ma custodire le condizioni che rendono possibile una mediazione autentica. Alcune forme di relazione educativa richiedono tempi e modalità che il mercato non può accogliere.

Ma la riflessione sul protezionismo innesca anche un’altra questione fondamentale: quella dellaresponsabilità nel condividere conoscenza.

Perché condividere non è mai un atto neutro,è un atto di responsabilità verso chi riceve, verso gli effetti che quella conoscenza produrrà, verso il tipo di relazione che si genera.Di questo, e di come la responsabilità si intrecci con le forme della mediazione, avremo occasione di parlare nei prossimi articoli.

Perché il sapere può essere merce, ma non deve essere solo merce. E riconoscere la differenza è già sapere. Soprattutto oggi, quando l’abuso dell’intelligenza artificiale generativa rischia di produrreun’illusione di competenza ancora più pericolosadi quella che il web aveva già iniziato a generare.

L’AI generativa rappresenta infatti l’ultima evoluzione di quegli strumenti di mediazione del sapere che abbiamo attraversato in questo articolo: dopo l’enciclopedia cartacea, dopo i motori di ricerca, dopo i social media, eccol’enciclopedia consultabile che si auto-aggiorna e rinnova continuamente. Ma proprio questa sua natura dinamica e apparentemente onnisciente la rende ancora più seducente come sostituto del sapere personale.

Pensiamo a come si usava il web per raccogliere informazioni prima di consultare un medico o un altro professionista: si leggevano articoli, si cercavano pareri, si mettevano insieme frammenti di conoscenza. Questo creava già una base superficiale che poteva far credere alla persona di essere più esperta di quanto realmente fosse. Ma almeno richiedeva uno sforzo: cercare, selezionare, confrontare, assemblare.

Con gli agenti AI conversazionali questo processo si accorcia drammaticamente. Basta porre una domanda per ricevere una risposta articolata, sintetizzata, apparentemente esaustiva. Lo strumento fa tutto il lavoro al posto nostro: cerca, seleziona, sintetizza, presenta.

Il risultatoè una conoscenza che esiste solo finché abbiamo accesso all’agente AI, che non si sedimenta in noi proprio perché non abbiamo fatto il percorso cognitivo necessario per appropriarcene. Una conoscenza che resta sempre esterna – possiamo richiamarla, ripeterla, riformularla attraverso lo strumento, ma non diventa mai parte del nostro modo di pensare autonomo.

E proprio perché le risposte arrivano così complete e autorevoli, l’illusione di aver capito, di essere diventati competenti, è ancora più forte e ingannevole.

Anche di questo, di come l’AI stia trasformando non solo l’accesso al sapere ma la natura stessa dell’apprendimento e il nostro rapporto con la competenza, torneremo a parlare.

💡 CONCETTO CHIAVE

Il libro e l’incontro diretto permettono appropriazione definitiva della conoscenza. Le piattaforme digitali creano accesso continuo ma non possesso. Questa differenza strutturale tra supporti tradizionali e piattaforme trasforma profondamente la natura della mediazione del sapere.

Un’ultima questione resta aperta, e merita una riflessione che approfondiremo nei prossimi articoli:cosa cambia quando i mediatori della conoscenza operano attraverso piattaforme digitali invece che attraverso libri o incontri diretti tra persone?

Il libro cartaceo, una volta acquistato, è tuo per sempre. L’autore non può modificarlo, non può dosare l’accesso, non può creare livelli successivi di contenuti a cui devi iscriverti. Ti dà tutto ciò che ha da dire in una volta, concluso e completo. L’incontro diretto, un seminario, una lezione, un momento formativo faccia a faccia, ha una sua finitezza temporale e spaziale. C’è un inizio e una fine, c’è una presenza fisica che crea responsabilità reciproca.

Le piattaforme digitali invece creano dipendenza strutturale. Non possiedi i contenuti, li accedi finché paghi o finché la piattaforma esiste. I mediatori possono dosare l’informazione, creare percorsi che si estendono nel tempo, monitorare ogni tuo comportamento, personalizzare l’offerta per massimizzare il tuo coinvolgimento.

La piattaforma diventa essa stessa un mediatore invisibileche si interpone tra te e chi produce contenuti, estraendo valore continuamente da entrambi.

Quando parliamo di YouTube, social media, corsi online, newsletter premium, membership esclusive, stiamo sempre parlando di piattaforme chemediano il rapporto tra chi sa e chi cerca di sapere.

E queste piattaforme hanno logiche proprie, algoritmi, metriche di engagement, modelli di business basati sulla fidelizzazione, che plasmano profondamente il tipo di mediazione che può avvenire al loro interno.

Forse la domanda non è solo quali strumenti usiamo per accedere alla conoscenza, mase questi strumenti ci permettono davvero di appropriarcene o ci mantengono in uno stato permanente di accesso senza possesso, di consumo senza interiorizzazione.

💡 CONCETTO CHIAVE

La capacità di distinguere mediazione che emancipa da quella che crea dipendenza non è qualcosa che si acquisisce una volta per tutte, ma un lavoro continuo di costruzione collettiva di criteri. Imparare a vedere le logiche nascoste degli strumenti e delle piattaforme è già praticare quella consapevolezza che ci permette di scegliere, anche dentro vincoli che non controlliamo completamente. Ogni generazione deve reimparare questa distinzione con i propri strumenti, dall’enciclopedia all’intelligenza artificiale.

Un punto di partenza

Siamo arrivati al termine, abbiamo visto come il confine tra condividere ed emancipare e vendere creando dipendenza si sia fatto sempre più sfumato, fino ad arrivare alle piattaforme digitali e all’intelligenza artificiale cheridefiniscono completamente cosa significhi appropriarsi di un sapere.

Abbiamo fatto i primi passi per iniziare a vedere le logiche nascoste dietro le offerte formative, siano esse dei corsi o degli influencer che ci insegnano qualcosa, per distinguere chi ci dà strumenti per maturare la propria esperienza e chi invece ci offre percorsi che ci mantengono fermi.

Ed ecco che quando capiamo che gli strumenti non sono mai neutri, ma plasmano il nostro modo di pensare,stiamo già praticando quella mediazione consapevoleche questo articolo ha cercato di esplorare.

La questione è costruire, generazione dopo generazione, strumento dopo strumento, criteri sempre più affinati che guardino al presente e al futuro con lucidità, forti della comprensione di come funzionavano i sistemi del passato, con i loro pregi, i loro limiti, e gli strumenti che offrivano.

Criteri che ci ricordino continuamente chepossiamo scegliere, anche dentro vincoli che non abbiamo creato noi,anche dentro piattaforme che non controlliamo, anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale che ci promette sapere istantaneo e personalizzato.

La prossima volta che qualcuno ti offrirà in maniera esplicita o ambigua un percorso formativo, un corso, una membership, anche attraverso X, o un post su Instagram o altri social network, che promette di svelarti qualcosa di importante, forse ti ricorderai di alcune domande che abbiamo esplorato insieme. 

Non per giudicare chi ti sta facendo quell’offerta, ma per capire che tipo di relazione stai per costruire. Perché alla fine,di questo si tratta: di relazioni.Tra chi sa e chi cerca di sapere, tra chi media e chi riceve, tra noi e gli strumenti che usiamo per conoscere il mondo, ma anche per comprendere noi stessi.

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Massimo V.A. Manzari
Knowledge broker (mediatore conoscenza) e membro del team ideativo di Il Franti.
Autore
Massimo V.A. Manzari

Knowledge broker e membro del team ideativo di Il Franti. — <a href="https://www.massimomanzari.it">Sito personale</a>