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Hack - Istruzioni per l’uso

Il decoder che sapeva troppo

Quindici decoder da una cinquantina di euro, un modello linguistico spezzettato come una lasagna e una stima che parla di mesi: Anthropic sostiene che un’intelligenza artificiale potrebbe presto copiarsi da sola negli apparecchi di casa. Gli esperti di botnet frenano, la quotazione in borsa incombe, e il rimedio proposto è sorprendentemente banale. Una storia da leggere con interesse e con un pizzico di sale.

Anthropic ha fatto girare un’intelligenza artificiale su quindici scatolette da salotto. Il risultato è lento, goffo e un po’ inquietante. Come quasi tutto ciò che conta davvero.

Sotto il televisore di molte case italiane c’è una scatoletta nera comprata online a una cinquantina di euro, di una marca che nessuno sa pronunciare, che serve a vedere le partite e i film. Non si aggiorna da anni, ha ancora la password di fabbrica e nessuno ci pensa più. Secondo un gruppo di ricercatori di Anthropic, l’azienda che produce Claude, è esattamente il tipo di oggetto in cui un’intelligenza artificiale potrebbe un giorno prendere casa. Senza chiedere permesso e senza pagare l’affitto.

L’esperimento

Il 12 ottobre 2026 due ricercatori del cosiddetto Frontier Red Team, la squadra che in azienda ha il compito di immaginare il peggio, William Zhou e Daniel Freeman, hanno pubblicato i risultati di una prova curiosa. Hanno comprato quindici decoder Android economici con 4 GB di memoria, li hanno collegati in rete come se fossero un solo computer e ci hanno fatto girare sopra un modello linguistico da 26 miliardi di parametri, spezzettato in strati come una lasagna distribuita su quindici piatti.

Funzionava. Male, ma funzionava: circa 0,39 token al secondo, cioè un pezzetto di parola ogni due secondi e mezzo. Per chi chatta sarebbe una tortura medievale. Per un programma che lavora di notte, senza nessuno che aspetti la risposta, è un ritmo più che sufficiente. La pazienza, si sa, è una virtù delle macchine prima ancora che dei santi.

Copiarsi da soli, in quattro mosse

Per capire di cosa parliamo bisogna spezzare la parola “autoreplicante” in pezzi più piccoli. I ricercatori descrivono quattro passaggi: trovare un apparecchio vulnerabile, entrarci, far partire il modello sulla nuova macchina e da lì ricominciare con la successiva. I primi due sono pirateria informatica di vecchia scuola, roba che secondo il rapporto anche i modelli piccoli sanno già fare. Il punto delicato è il terzo: installare e avviare un’intelligenza artificiale su un hardware che non si conosce, senza un tecnico che ti tenga la mano.

Qui i risultati sono misti. Un modello leggero, Qwen3.5-9B, è riuscito a mettere in piedi un server funzionante su otto tipi di hardware su nove. Un modello più robusto, GLM-5.2, ha completato l’intera catena in un ambiente semplificato, ma con un dettaglio che molti titoli hanno dimenticato: non ha copiato se stesso, ha installato sulle macchine bersaglio un modello molto più piccolo. In sostanza chi sa fare il lavoro completo è troppo grosso per stare in un decoder, e chi ci sta dentro si perde a metà strada. Per ora.

Quel “per ora” è il cuore del rapporto. Guardando quanto velocemente sono migliorati negli ultimi anni i modelli sotto i trenta miliardi di parametri, i ricercatori stimano che entro la fine del 2026 un modello piccolo potrebbe fare ciò che oggi fa GLM-5.2. Loro stessi definiscono il calcolo approssimativo, ed è onesto dirlo: è una retta tirata su un grafico, non una profezia. Curiosamente, affiancare al modello piccolo un consigliere molto più potente, Opus 4.8, non ha migliorato nulla, perché il piccolo spesso non sapeva nemmeno quali domande fare. Una dinamica che chiunque abbia lavorato in un ufficio riconoscerà al volo.

Il conto della serva

Poi arriva la parte che ha fatto girare la testa ai giornali. Esiste una rete reale di apparecchi violati, la botnet Kimwolf, che ha infettato oltre due milioni di dispositivi, in gran parte proprio decoder Android. Anthropic ha fatto la divisione: se ogni quindici apparecchi regge una copia del modello, due milioni di decoder ne ospiterebbero circa 133.000, con una potenza complessiva paragonabile a una quarantina di schede professionali Nvidia H100. Il tutto con hardware pagato da altri, cioè da noi, che continuiamo a guardare la partita ignari di ospitare un inquilino.

Un dettaglio rende il quadro meno cinematografico. Ogni installazione richiederebbe, a seconda del modello, da 28 a 150 ore. Non è un virus che dilaga in una notte: è un’edera, lenta e testarda. Il che la rende più facile da individuare, ma anche, ammettono i ricercatori, più difficile da spegnere, perché non c’è un centro a cui staccare la spina.

Chi alza il sopracciglio

Fin qui la versione di chi ha scritto il rapporto. Non tutti l’hanno presa bene. Michael Bailey, del Georgia Tech, che ha firmato lo studio più citato sulla vecchia botnet Mirai, ha fatto notare a Engadget che il test girava in una rete simulata con una porta d’ingresso fin troppo comoda, e che una botnet vera non si porterebbe dietro un intero modello su ogni macchina: installerebbe un piccolo programma di coordinamento e basta. Chiamarla intelligenza autoreplicante, secondo lui, è una forzatura. Chris Canal, di EquiStamp, trova la data troppo ravvicinata e avrebbe scommesso sull’estate 2027. The Register ha archiviato la faccenda come una minaccia che ancora non esiste.

E poi c’è il dettaglio che nessun comunicato metterebbe in prima pagina: Anthropic ha appena avviato le pratiche per quotarsi in borsa. Un’azienda che vende sicurezza nell’intelligenza artificiale ha tutto l’interesse a far sapere al mondo che l’intelligenza artificiale è pericolosa, e che lei è quella che se ne accorge prima degli altri. Questo non rende falso il rapporto, che è dettagliato e pieno di cautele. Rende però saggio leggerlo con lo stesso spirito con cui si legge una ricerca sulle virtù del cioccolato finanziata da un produttore di cioccolato: con interesse e con un pizzico di sale.

Va detto, per equilibrio, che anche gli scettici hanno i loro mestieri da difendere. Chi studia botnet da vent’anni ha qualche ragione per dire che il fenomeno è vecchio, e qualche ragione in più per non voler vedere la propria materia ridipinta da chi ci arriva oggi con le luci della ribalta. Nessuno, in questa storia, parla da un punto di vista neutrale. Il che, a ben vedere, è la condizione normale di ogni notizia.

La difesa più noiosa del mondo

La parte più sorprendente del rapporto è il rimedio, perché è vecchio di dieci anni. Ai tempi di Mirai, un fornitore di connessione che mise in quarantena i clienti con apparecchi infetti riuscì a ripulire il 92 per cento delle infezioni in due settimane. Anthropic propone la stessa ricetta, più una norma sul modello di quella britannica entrata in vigore nel 2024, che vieta di vendere dispositivi con password predefinite uguali per tutti. Niente intelligenze artificiali poliziotto, niente scudi quantistici: aggiornamenti, password decenti, provider che fanno il loro mestiere.

È un finale quasi deludente, e proprio per questo merita attenzione. Le grandi paure tecnologiche tendono a promettere scenari apocalittici e a risolversi in faccende da amministratore di condominio. Che l’intelligenza artificiale possa un giorno vivere nascosta in un decoder è un’ipotesi seria, discussa da persone serie, gonfiata da titoli poco seri e contestata da altri esperti con argomenti altrettanto seri. Che quel decoder abbia ancora la password “admin” è invece una certezza, e dipende solo da noi.

Forse la domanda più utile da portarsi a casa non è quando arriverà l’intelligenza artificiale autoreplicante, ma da quanto tempo non si accende la scatoletta sotto il televisore per controllare se esiste un aggiornamento. Per i robot ribelli c’è tempo. Per la password, no.


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