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Il Pescatore

White room bianca bianca

facciamo come dice il poeta, sgomberiamo la mente, proviamo a non pensare a niente, troviamo la concentrazione necessaria, se necessario, chiudiamo gli occhi e poi…

In una stanza bianca con tende nere vicino alla stazione
Paese senza tetto, senza marciapiedi dorati, storni stanchi
Cavalli d’argento correvano lungo i raggi di luna nei tuoi occhi scuri
La luce dell’alba sorride alla tua partenza, la mia contentezza 

Jack Bruce musicista, lo ha composto Pete Brown poeta, lo ha scritto, l’anno era il 1967, il disco uscì nell’68, il successo fu planetario, ma questo si può dire di quasi tutti i brani dei Cream. Il supergruppo, dei supergruppi, supergruppato anzichenò, della musica inglese nel periodo in cui era essa, e soltanto essa, a influenzare tutti e tutte ocunque e pure ovunque e in ogni dove, se ancora non si fosse capito. Dappertutto. E anche di più. 

Poi ci sono anche un ristorante e un negozio di abbigliamento, e questo solo in Italia, e pure un b&b, figuratevi se cercassimo sul globo, quello terracqueo per capirsi. I white room dicevo, eh!

Aspetterò in questo posto dove il sole non splende mai
Aspetto in questo posto dove le ombre corrono da se stesse

A proposito dei testi della canzone Pete Brown, un giorno, ha detto, pressapoco così: 

“Mi trovavo in questa sorta di periodo di transizione dove vivevo realmente in questa stanza bianca e stavo tentando di riuscire ad accettare diverse cose che stavano succedendo. È un posto dove mi sono fermato, ho smesso di prendere qualsiasi tipo di droga e bevanda alcolica, in quel periodo nel 1967, come risultato dello stare nella stanza bianca. Quindi è stato una sorta di periodo spartiacque. Quella canzone è come una sorta di strano e piccolo film: cambia prospettiva continuamente. Questo è forse il motivo per cui ha continuato ad essere ascoltata – ha una sorta di mistero in sé”.

Hai detto che nessuna corda ti avrebbe potuto assicurare alla stazione
Biglietto di piattaforma, motori irrequieti, finestre dell’addio
Sono entrato in un momento così triste alla stazione
Mentre uscivo, sentivo il mio bisogno solo all’inizio 
Aspetterò in coda quando i treni torneranno
Mentire con te dove le ombre corrono da sé stesse 

La stanza bianca, un’ immagine per definire altre cose in un’epoca in cui le sostanze – per non dire altro, ma se volete si potrebbe anche, – insieme agli alcolici, influenzavano non poco le percezioni – le doors direbbero e non si riferirebbero solo al gruppo rock –  farsi un viaggio era una frase molto in voga, un trip, – una gita direbbero i meno accorti, ma non senza avere una certa attinenza per non dire attinosità –  stati di percezione alterata, tranche, sogno/i/um. O ancora, facendo un omaggio e anche un inchino e pure una riverenza, al grande regista e ai di lui significativi attori: Stati di alterazione progressiva. Scartatelo se ancora lo conservate nella stagnola di qualche server o disk rigid, e suggetelo brano a brano in una notte piovosa, non ne rimarrete delusi. 

Alla festa era gentile nella dura folla
Consolazione per vecchie ferite ora dimenticate
Tigri gialle accucciate nelle giungle dei suoi occhi scuri
Lei si sta vestendo, addio finestre, storni stanchi 

Jack Bruce, ha dichiarato in più di un’occasione e, anche, direttamente – beato lui che ha potuto farlo –  allo stesso collega interessato, in primis e in secundis, di essere stato fortemente per non dire grandemente, ispirato da Jimi Hendrix, dal suo modo di suonare e anche di comporre; quando scrisse il brano. E – narrano le leggende – ha ricevuto in risposta  dal chitarrista sommo  lui medeismo,   il più bel complimento potesse mai pensare di ricevere. Leggende vorrebbero che Hendrix  disse o dicette di  essere stato lui condizionato per non dire influenzato dal brano dei Cream. Non viceserva. Ispirati te che mi ispiro io, e, mi raccomando, non smettere se no soffochi. Tradotto per menti sempliciottiche come la mia. Lo stesso chitarrista di Seattle è stato uno dei coverizzatori  del pezzo dei Cream, assieme a mezzo, o forse tre quarti del mondo musicale di prima, dopo e durante, le feste consentite e anche oltre. Per dire King Crimson, o anche Jeff Beck, e chi ne ha più ne metta o ne tolga o ne scavalchi alla bisogna.  

Ma poi non si può, né si deve dimenticare l’innovazione profonda proprio nella e sulla musica che la composizione – testo a parte – portò con sé, mettendo insieme un mix di blues, psichedelia e jazz, che fecero da prolusione – per non dire tappetino quasi un preghiera per dirla con i persiani – all’arrivo del movimento prog – quella musica progressive si direbbe in italico – che arriverà proprio due minuti dopo con band clamorose di cui non faccio il nome per pudore, ma che voi conoscete ben bene. 

Io dormirò in questo posto che la folla solitaria
Steso nel buio dove le ombre corrono da sé stesse 

Perché poi di white room abbiamo anche un balletto di un coreografo giovane e napoletano di origine che si chiama Adriano Bolognino che non si ispira ai Cream ma ad un dipinto di Giovanni Segantini che si intitola il ritorno dal bosco. E, ovviamente, anche uno studio di registrazione sito in Milano, quello non poteva mancare, come, forse, non poteva mancare pure una sala di posa, questa dislocata a Modena, del resto per creare:  cosa ci può essere di meglio di una tabula rasa, detta anche stanza bianca. . Ma della solita white room  ci ritroviamo ad avere anche una versione cinematografica. Trattasi di un film canadese poco noto degli anni ‘90 titolato proprio così, scritto e  diretto da Patricia Rozema e interpretato da Maurice Godin, Kate Nelligan e – qui mi si eccitano i replicatori e citatori – Margot Kidder. Ora a voi persone per bene non si accenderà alcuna luce all’arrivo del nome e pure del cognome di detta attrice, poi nel ‘90 e passa. Ma al me fumettista e supereoista la Margot, anche se qualche anno dopo i suoi più eclatanti successi, non può non far scattare la superman mnemonic reminiscent orchestra. La nostra era e sarà per sempre, la Lois e pure Lane di tutta la saga cinematografica del Superman degli anni ‘80 quello che aveva le fattezze e la voce di Christopher Reeve. Agevolo la kidder in white room se mi riesce, in genere si, e porgo i saluti più cordiali a tutti. Bye

margot kidder white room

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