Fila fila, fila strocca, mejo oggi che di botta, se voi legge veni e guarda, si nun voj scappa ar garda.
Ci ho provato, ma il risultato non convince. Vabbè. Se a questo punto voleste andare via avreste la mia comprensione. Si stava parlando di filastrocche e mi è venuta voglia di improvvisare questo inizio strocco, che forse non fila. Ri-Vabbè.
La carta del titolo, che poi De Andrè ha reso immortale con una sua canzone, stava molto tempo prima dentro una serie di filastrocche taliane e dialettali con titoli e svolgimenti anche parecchio diversi. C’è una versione italica per non dire in lingua dantesca che assomiglia alla de andrè version e che riporto qui di sotto. Somiglia ma è diversa. Una è filastrocca, l’altra è canzone di denuncia sotto forma di strocca.

C’è la donnina che semina il grano Volta la carta e si vede il villano.
il villano che zappa la terra Volta la carta e si vede la guerra,
la guerra con tanti soldati Volta la carta e si vede i malati,
i malati con tanto dolore. Volta la carta e si vede il dottore
il dottore che fa la ricetta. Volta la carta e si vede Concetta
la Concetta che fa i bigodini. Volta la carta e ci sono tanti bambini
i bambini che van per i campi. Volta la carta e si vedono i lampi,
i lampi che fanno spavento Volta la carta e si vede il convento,
il convento coi frati in preghiera Volta la carta e si vede la fiera,
la fiera con burle e con lazzi. Volta la carta e si vedono i pazzi,
i pazzi che cantano a letto. Volta la carta e si vede lo spettro,
lo spettro che appare e va via. Volta la carta e si vede Lucia,
Lucia che fa un vestitino. Volta la carta e si vede Arlecchino,
Arlecchino che fa gli sgambetti. Volta la carta e ci sono i galletti,
i galletti che cantano forte Volta la carta e si deve la Morte,
la Morte che falcia la gente Volta la carta e non si vede più niente.
Essa era fila e anche canzoncina per i bimbi, ma non per farci alcunchè, nè una conta ne una danza, ne un gioco, pare fosse più che altro una tiritera che i piccoli recitavano a memoria per compiacere i grandi. Una “foletta” una via di mezzo tra favola, fiaba e canzonetta. Una strocca per raccontare ai più piccoli storie minime ritmate e giocose, per farli ridere e tenerli buoni. La foletta ha un tono sempre scherzoso, come fosse un gioco, anche quando dice cose gravi. Un gioco di sinestesia – e lo so, non dite nulla vi prego – tra immagini, note e parole. Attenti perchè ora il gioco si complica.
Le campane de Sanbruson
Le campane de Dosson
Le campane de San Simon
Ebbene da quella fila e poi strocca in italico idioma si biforcano, o anche ramificano, diverse per non dire molte, canzoni e file e strocche con titoli diversi e diversi testi, che però in un modo o nell’altro servono a voltare le carte. Che vuol dire, se ve ne foste già dimenticati, raccontare la vita, una strofa alla volta. Quelli riportati qui sopra sono solo 3 dei titoli delle diverse versioni della strocca in voga nel veneto, e nemmeno in tutto il veneto. Ad esempio la versione di san zenon faceva più o meno così.
Din Den Don! le campane de San Zenon le sonava tanto forte
Che ƚe trava giù ƚe porte Ma le porte ƚe jera de fero
Volta la carta e ghe xe un capelo El capelo el xe pien de piova
Volta la carta ghe xe na rosa E la rosa sa da bon
Volta la carta ghe xe un melon El melon xe molto fatto
Volta la carta ghe xe un mato Un mato da legare
Volta la carta ghe xe el mare El mare e la marina
Volta la carta ghe xe na gallina La gallina fa cocodech
A san bruson già cambiavano cose, ad esempio il verso della gallina era molto più solido e decifrabile anche fuori dal veneto nella sua accezione
La galina fa cocodè Volta la carta ghe xé un re Un re e un rearo
Volta la carta ghe xé un peraro Un peraro che fa i fighi
Volta la carta ghe xé i strighi I strighi che fa miao
Volta la carta ghe xé el babao Un babao col bèco rosso
Volta la carta ghe xé un posso Un posso pien de aqua
Volta la carta ghe xe na gata E la gata fa i gatèi
Volta la carta ghe i putèi E i putéi fa ostaria
Volta la carta che la xe finia
E si finisce in bellezza all’osteria che tutte le doglie, – o le dolenti note – come ben si sa, le porta via, soprattutto dopo alcuni bicchieri di buon vino. Per non dire della versione trevigiana che si distacca sul finale dalle altre e vira verso contenuti più nazional popolari.
Volta la carta ghe xe un mato, el mato liga tuti.
Volta la carta ghe xe un mussèto, el musseto de la Maria,
Volta la carta che la xe finia.
Matti e somari arrivano sul finale assieme a Maria e tutto viene portato via. Qualche altro chilometro più a nord arrivano altre variabili del canto, favoletta, strocca.
Volta la carta ghe xera ’a farfàea ’a farfàea xolava sui fiori
Volta la carta ghe xera i signori i signori i ’ndéa a brasseto
Volta la carta ghe xera un galeto el galeto el fea: chicchirichi!
Più morigerati al nord parlano di signori e di galletti e lasciano perdere bacco e tabacco, non indugiano in facili lazzi e strazzi, e non danno retta ad alcuna alcoolica distrazione. A Verona poi le carte spariscono del tutto, e a farla da padrona nella canzoncina popolare, sono le campane. A Vicenza , tornano sui loro passi con un dialetto diverso, e finiscono ancora una volta all’osteria. Nell’ultima versione riscontrata poi, dove il dialetto cambia ancora un poco, finiamo di nuovo all’osteria ma utilizzando espedienti e acrobazie differenti. Peri e coltivatori di pere debuttano, arrivano anche guardie, cavalli, fossi e matte, al femminile stavolta.
Volta la carta ghe xeo el perero. El perero che fa i peri,
volta la carta ghe e son e sbirri. E gli sbirri ghe giocan a pala, volta la carta ghe xeo a cavala. Ea cavala ea colo rosso,
volta la carta ghe xeo el posso. Ed el posso era pien de acqua,
la carta ghe xè la Mata. E la Mata che fa osteria,
eh che bea ghe xè finia!
Per non parlare dell’esempio trentino della solita fila e poi strocca, dove oltre ai soliti riferimenti bucolici per non dire georgici con animali e piante delle campagne e delle fattorie, arrivano improvvisi nuovi ospiti a rimescolare le carte, tanto per rimanere in tema e fare una battuta.
Volta la carta, gh’è ‘na stria gh’è na stria che fila lin,
volta la carta, gh’è en meneghin, gh’è en meneghin che fa spazadore,
volta la carta, gh’è do siore, gh’è do siore che va a spas
volta la carta, gh’è el Tomas, gh’è el Tomas che taia su tela,
volta la carta, gh’è ‘na candela, gh’è na candela che fa su fum,
volta la carta, no gh’è pu nesun.
Qui ci sono streghe, netturbini, signore e milanesi che producono scope, un tale Tommaso, che probabilmente fa il sarto o il tappezziere, visto che taglia una tela, e tutti finiscono per scomparire dentro una nuvola di fumo di candela. Continuando a cercare si trovano svariate versioni della filastrocca e alla fine ci si convince che tale canzoncina per bambini tramandata di bocca in bocca, nella migliore delle tradizioni orali popolari, è una sorta di messaggio nella bottiglia che ognuno aggiusta e sistema a seconda delle sue necessità e per compiacere o far partecipare al gioco il più grande numero di piccoli utenti possibili.
Più lungo il giorno, più tarda la sera, volta la carta ed è primavera’

E potremmo continuare fino a doman de matina, per rimanere nelle terre venete, ma non lo faremo. Viriamo invece stretto, e torniamo da Faber. A lui e al suo gruppo di autori e sodali, chiediamo dunque quando è nata e perchè la versione cantautoresca della celeberrima filastrocca. Il tempo è la fine degli anni ‘70. Il modo, ce lo fornisce uno degli autori, attraverso una sua breve riflessione sul tema. Dice Massimo Bubola:
“È una filastrocca alla quale ognuno potrebbe aggiungere una strofa, come da tradizione, perché l’importante è creare rime. I primi versi appartengono a una filastrocca preesistente che conoscevo – “c’è una donna che semina il grano / volta la carta e viene il villano / il villano che zappa la terra / volta la carta e viene la guerra” e così via. Da lì in poi abbiamo proseguito noi”.
E per il gran finale, un’aggiunta breve, ma ricca assai, dello stesso Fabrizio De Andrè:
“Con l’andare del tempo si scopre che gli uomini sono dei meccanismi talmente complessi che agiscono tante volte in modo indipendente dalla loro volontà”
Sipario e canzone, come solo Faber e, in questo caso, anche Dori, sanno fare.
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