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Perché dovresti ascoltare
Questo è il disco che ti salva quando hai dimenticato cosa può fare la musica italiana. “Una lunghissima ombra” (ottobre 2025) è un’opera d’arte totale di 67 minuti che ti cambia mentre la ascolti. Non è un album facile, ma è esattamente quello che serve in un’epoca di playlist da tre minuti.
Andrea Laszlo De Simone ha costruito questa “opera” interamente da solo nel suo studio casalingo a Torino, suonando ogni strumento, producendo ogni arrangiamento orchestrale, creando persino un film visivo che accompagna le 17 tracce. È un artigiano del suono in un mondo di fabbriche musicali, e si sente in ogni secondo. Le sue corde barocche, i piano arpeggiati, i cori angelici e quella voce calda ma filtrata creano un’atmosfera sospesa nel tempo
Il paradosso che rende questo album irresistibile: le melodie sono pure, luminose, quasi gioiose – pezzi come “La notte” hanno l’allegria delle canzoni da spiaggia anni Sessanta – ma i testi scavano nell’oscurità dei “pensieri intrusivi”, della colpa, della perdita, del tempo che scorre inesorabile. È come gli Smiths italiani: canti parole devastanti su melodie che ti fanno volare. “Ho perso il cuore ed un amico vero / ho perso tutti e non ho più nessuno,” canta in “Un momento migliore,” mentre l’orchestrazione ti solleva tra le stelle.

I brani imprescindibili: “Ricordo tattile” (la prima gemma dopo l’apertura oscura, con violini lancinanti e archi generosi), “Non è reale” (il capolavoro sperimentale con synth-wave e voce robotica che smonta la realtà), e la trilogia della colpa (“Colpevole,” “Quando,” “Un momento migliore”) che esplora nascita, rifiuto e accettazione della responsabilità umana con una profondità poetica che richiama Ungaretti e Montale.
Quello che ti porterai dentro: l’album ti accompagna in un viaggio circolare – parte dal buio (“Il Buio”), attraversa sensi di colpa e inadeguatezza, tocca momenti di volo sublime (“Planando sui raggi del sole”), e conclude con la consapevolezza matura del brano-titolo: “quando viene sera proietto una lunghissima ombra.” Ma non è nichilista. Le ombre esistono solo grazie alla luce, e alla fine della notte si dissolvono.
I critici lo chiamano unanimemente “uno degli album italiani più importanti dell’anno,” le riviste francesi lo adorano (De Simone ha vinto il César per una colonna sonora), e ascoltatori scrivono di sentirsi “un po’ vivi, un po’ morti, un po’ sospesi nell’universo.” Richiede dedizione – merce rara oggi – ma ti restituisce bellezza, mistero, e la speranza che la musica italiana sappia ancora stupire. Non è un disco da mettere in sottofondo: è un’esperienza che “ti schiaffeggia in faccia come aria compressa, ti lascia pieno e vuoto,” ti costringe a confrontarti con le tue ombre.
Se hai nostalgia di quando la musica osava, se cerchi qualcosa che vada oltre la superficie, se vuoi sentirti intimamente compreso nella tua fragilità umana mentre galleggi in paesaggi cosmici, questo è il tuo disco.
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