Nacque a tratti selvaggia, anche ribelle, alle elementari pativa le regole, lo stare ferma nel banco, così stretto, diceva alle gambe ballate o saltate. Gli intervalli erano attesi con conti alla rovescia mentali, spesso poi vissuti con noia, perché pochi avevano fantasia. Si immaginava di poter tessere brevi recite, di scendere un giorno a giocare nel grande cortile, gli scambi di merenda erano il massimo. Le maestre erano più a loro agio nei corridoi, questo lo si comprendeva subito.
Scorrendo qualche anno in avanti si chiese più volte perché le sue coetanee avessero più successo di lei coi ragazzi, anche quando questi si fermavano a scherzare spesso proprio con lei, la poco ironica, che capiva però le battute argute.
Ai loro occhi pareva un “palo”? schiettamente al suo fianco non immaginavano luci rosse, momenti incandescenti, il fuoco!
Eppure di fiamme ce n’erano, le regole le rendevano poco ossigenate.
Non alimentava tanti suoi gesti, anche il classico: “vieni a prendere un caffè?” diventava un “no grazie”, anche se l’uomo in questione aveva tutte quante le caratteristiche per rispondere un bel grazie deciso, con sorriso convincente. E si parla di bei giovani, interessanti e simpatici, persino amanti di parte del suo esteso mondo interiore. Almeno quello sapeva di averlo, non per essere spocchiosa, ma perché pulsava e la rendeva viva al di là del grigiore intorno, di ansie e umori che a tutti risultavano depressi.
I freni a motore sapeva da dove arrivavano, scrollarseli di dosso un’impresa eroica.
Nacquero in lei idee di fuga, che fossero lampanti agli occhi di tutti, sì qualcuno doveva capire assolutamente che era altro! in lei i fermenti c’erano, per lei il sesso non era peccato ma naturale desiderio, altro che castità. Eppure i sensi di colpa vagolavano per questo e per molto altro. La perfezione, l’essere buona, gentile, femminile, cattolica fervente ecc. ecc.
Finì in modo quasi scontato: entrò nelle chiese solo per ammirarne l’arte, pregò con preghiere nate da se stessa o da scritti perlopiù filosofici, non divenne atea, Forze immense c’erano e le sentiva in sé, anche come Guide.
Un anno partì per un mese all’estero, telefonando una sola volta, naturalmente avrebbe potuto far squillare il telefono di casa anche ogni giorno. Il babbo capì bene cosa la figlia cercasse di comunicare ed il perché. Al ritorno si fece raccontare, nessun rimprovero.
Fu la volta di un altro viaggio, sempre sola per un mese, per dimostrare che se la cavava e per respirare sana indipendenza. Di nuovo: un solo squillo, qualche lettera.
Come si stava bene a camminare col suo corpo nelle strade, a mangiare vegetariano nelle piazze, osservare visi, sguardi, universitari su libri e cicche tra le mani, giovani mamme, giocatori di basket in campi quasi improvvisati. Perdersi nei musei era un’avventura fatta di stupore innanzitutto ed apprendimento. Le foto erano le compagne: quelle ammirate e quelle scattate. Acquistò tra le strade cartoline in bianco e nero per poi scoprire che dietro l’obiettivo c’erano artisti famosi in tutto il mondo.
Quanto fascino nelle persone delle varie nazionalità, nei loro lavori umili, nella loro capacità di presentare la frutta, le sciarpe multicolori, i braccialetti con la scritta “peace” o con la terra in miniatura.
Mangiò principalmente frutta fresca, riso bollito e formaggi.
Colazione alla francese, col caffè rigorosamente italiano, ristretto ed anche senza zucchero, il vero caffé. Per il resto mai cibo tipico italiano, doveva sperimentare, gli indiani vinsero.
Nei quartieri ricchi, camminavano signore imbellettate, coi colli ingessati, portinai perfetti con nomi scontati, forse inventati, dirigenti tutti vestiti allo stesso modo, segretarie che parevano uscite dall’intelligenza artificiale, indossavano persino anelli di fidanzamento identici, e sì mangiavano gli stessi cibi, almeno a pranzo. Forse nel tempo qualcuno la reputò una donna col collo alla Modigliani col naso all’insù, non lo potrà mai sapere.
Lì si muoveva con scarpe da ginnastica gialle, una minigonna di cotone e t- shirt sempre semplici o molto colorate. Camminava senza tregua, doveva vedere ed assorbire l’intorno, in realtà tenne anche un diario, solo per sé. Quella era lei, come da bambina, almeno quasi. Erano lontani i dictat, gli sguardi che dicevano NO, ma dentro le regole erano tante, opprimenti. Come liberarsene?
I suoi viaggi la fecero cambiare? con gli uomini? c’erano ancora troppe rocce da lanciare altrove. E non solo con loro, generalmente nel suo modo di porsi nella realtà, quasi chiuso, eppure un cervello l’aveva.
Mai rigida nel piantare un fiore, come poteva esserlo con certi atteggiamenti umani, che non le garbavano o che non capiva?
Si aprì lentamente con l’ascolto, qualcosa nel tempo cambiò: i vasi comunicanti!
In lei entravano nuovi pensieri e da lei uscivano stantie convinzioni. Faticoso. Erano gli altri, meglio alcuni, che la aiutavano a scardinare, scuotere e costruire, anche dalle fondamenta. Se c’erano nuovi sostegni in crescita poteva accettare di farsi terreno da semina.
I giorni difficili furono molti, immaginate: un muro che vien fatto crollare, lo si vuole, ma nel contempo ci si sente barcollare e ci si chiede “ora gli altri ti vedono come una barca a vela in un mare in tempesta?”, “percepiscono i tuoi rossori?”, alla fin fine quando si decide di ricostruirsi come creta tra calde e forti mani si pensa in prima battuta ad un compagno? no. I desideri sono altri: ridere, fare sport, vedere belle mostre, svolgere il proprio lavoro in modo onorevole, tenersi gli amici veri e gli affetti sinceri, e sentire la natura che ti viene sempre incontro, comprendere questo mondo, qualora fosse possibile. Poi, in modo non casuale, non credeva nel caso, un compagno da un angolo arriverà, senza darlo per certo.
Non ho scritto chi probabilmente la rese rigida, ora la palla è passata in mano a lei e nella vita si gioca, lo si deve a se stessi e a chi si ama davvero.
Voglio un bene profondo a questa donna, la conosco da tempo, talora la guardo da lontano e, non per scrivere una facile rima, virtualmente la tengo per mano.
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