Incuriosita da un articolo di Ennio Martignago in cui si parla del lavoro che Gurdjieff affidò a Fritz Peters mi è tornato alla mente un mio Maestro.
Leggo nell’autobiografia di Fritz Peters che quando incontrò G.I. Gurdjieff una delle prime domande che questi gli rivolse fu: “Che cosa desideri conoscere?”,
il ragazzo cominciò a riflettere e volendo dare una risposta importante al Maestro disse: “Voglio conoscere tutto”.
Chiunque voglia conoscere non è mai sazio e deve essere allenato al lavoro costante, i bravi Maestri sanno indicarlo, nei modi più inaspettati, anche all’apparenza incomprensibili.
Ho avuto l’onore di incontrare allievi voraci, capaci di domande argute, con quaderni caratterizzati da uno stile del tutto personale, con approfondimenti, tutto più dell’ordine.
Uno un giorno ci colpì tutti, aveva compagni che eccellevano nello sport e credo, stufo di passare per basso e poco muscoloso, dichiarò la sua altezza, la sua massa muscolare e il numero di vasche nuotate in un’ora. Concluse dicendo: perfette per il mio fisico, in quell’istante la classe dovette ammettere che era anche un giovane atleta. Non era spocchioso, voleva dire: “Sono come voi”. Due colleghi sostenevano che quelli “coi nove” come lui non potevano che divenire estraniati dalla realtà, non risposi, ma non condivisi più pranzi con loro. Ammiravo quell’allievo per la sua umiltà, per l’aiuto che offriva e senz’altro per i sorrisi che illuminavano il suo viso. Non so come stia crescendo, ma altri simili a lui suonano nelle piazze per amore della musica e per portare avanti proteste contro questa società che sta loro stretta. Uno è medico per curare. Delle ragazze oltre il liceo non so, su Instagram vedo stupende giovani donne. Sì mi son persa a parlare di alcuni miei alunni che ho cercato di seguire al meglio, semplicemente al mio meglio.
Al Don P. di cui voglio parlare non erano mai state affidate parrocchie cittadine, solo una di montagna, non era allineato con la curia, adorava i suoi parrocchiani e li aiutava in qualsiasi modo sapesse. Ancora adesso dopo decenni mi saluta con un “Ciao Cristina” affettuoso e dolce, tanto che nello scriverlo sento la sua voce.
Organizzava in estate i “gruppi di lavoro” per sette-dieci adolescenti. Tra quelli c’ero io, unica tra ragazzi muscolosi. Le attività di ogni anno consistevano nel togliere le erbacce dei cimiteri di borgata e questo toccava a me. L’atmosfera del camposanto non mi turbava affatto e perché avevo troppo da fare e poiché la quiete mi avvolgeva.
Una gita si svolgeva tutti insieme: portare le scorte di cibo alle “tre vecchine” di Noce in Val Germanasca. Vivevano vicine, in tre baite, all’interno le si intravedeva appena, la luce era fioca ed i loro vestiti rigorosamente neri. Ci accoglievano in festa, le loro rughe ridevano. Lasciate le scorte ci sedevamo sugli scalini in ciottoli per mangiare una pagnotta ed una scatoletta di carne Simmenthal, non saziavano il nostro appettito, il cammino era stato lungo e noi eravamo giovani in crescita, nonostante ciò essere vicini alle anziane donne ci appagava.
Il giorno più faticoso c’era: calare tronchi con corde dai pendii. Ne rimanevo stremata, in gruppo non si poteva smettere di lavorare ed i tronchi dovevano arrivare tutti a valle.
Le sere erano una gita romantica: salire su una montagna di fronte alla parrocchia per prendere il latte fresco. Credo che la discesa la facessimo tutta di corsa.
Come finii tra loro? i ricordi profumano di fiori di valle, di tanta erba verde sotto raggi di sole con splendidi giovani vitali, la musica? campanacci in lontananza.
A casa, nell’orto di famiglia, continuavo ad eradicare erbe, ben attenta a riconoscerle dagli ortaggi, questo compito mi era affidato dal papà ed in modo più blando dal nonno. Ho sempre avuto a che fare con l’erba, col tenere in ordine anche il giardino.
Nata in una famiglia con alcuni nonni contadini instancabili nel lavoro, nella loro semplicità mi hanno allenata. Ho scoperto d’essere una parente molto, molto lontana di Fritz Peters 🙂 la strada è lunga, vi assicuro “l’Erba non manca”.
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