Premessa: questo articolo rappresenta una solitaria eccezione alle nostre scelte editoriali. Una concessione un po’ indigesta alla cronaca solo per filtrare la dialettica funzionale tra la narrazione mainstream e quella controinformativa. In altre parole, il senso di questo ragionamento è: non seguire il rumore: fai la fatica di pensare più a lungo e fatti un’idea che sia solo tua!

GUARDA

ASCOLTA


Anatomia di uno “Scippo”: Analisi della Manifestazione Nazionale del 31 Gennaio 2026 a Torino e delle sue Implicazioni Politiche

Introduzione: Il Paradosso del Dissenso

La manifestazione nazionale del 31 gennaio 2026 a Torino rappresenta un caso di studio cruciale per comprendere le attuali dinamiche del conflitto sociale e della sua gestione istituzionale in Italia. Nata come un’ampia e trasversale mobilitazione contro quella che veniva percepita come un’offensiva autoritaria del Governo, la giornata si è conclusa con un risultato paradossale. La tesi centrale di questo report è che l’evento sia stato segnato da un “doppio scippo”. Da un lato, la violenza premeditata di una minoranza radicalizzata ha “scippato” il messaggio politico della stragrande maggioranza dei partecipanti, oscurando le rivendicazioni pacifiche sotto il fumo dei lacrimogeni e il clamore della guerriglia urbana. Dall’altro, questa stessa violenza è stata strumentalizzata a livello governativo per legittimare e accelerare proprio quello “scippo dei diritti” – in particolare del diritto al dissenso – contro cui decine di migliaia di persone erano scese in piazza.

————————

1. Genesi di una Mobilitazione: Dallo Sgombero alla Piazza Nazionale

La manifestazione del 31 gennaio non è stata un evento estemporaneo, ma il culmine di una crescente tensione sociale e politica accumulatasi nelle settimane precedenti. Per comprendere la composizione eterogenea della piazza e la profondità delle sue rivendicazioni, è indispensabile analizzare le origini del conflitto, che affondano le radici in un atto specifico di rottura tra movimenti e istituzioni.

1.1. Il Catalizzatore: Lo Sgombero di Askatasuna e il Fallimento del Dialogo

Il punto di rottura è stato lo sgombero del centro sociale Askatasuna, avvenuto il 18 dicembre 2025. Questo atto ha interrotto bruscamente non una semplice occupazione, ma un esperimento politico di mediazione istituzionale che l’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Stefano Lo Russo, aveva avviato per una “co-gestione legale dello stabile”. L’intervento forzato, percepito dai movimenti non come una decisione locale ma come un’imposizione diretta del Governo Meloni, è stato vissuto come un tradimento politico e la terminazione di uno specifico percorso di collaborazione. La reazione è stata immediata: già il 20 dicembre 2025 una prima manifestazione di protesta è sfociata in duri scontri, con il ferimento di undici agenti di polizia e la proclamazione di una mobilitazione nazionale.

1.2. La Chiamata all’Azione: La Convergenza delle Lotte

In risposta allo sgombero, il 17 gennaio 2026 si è tenuta a Torino un’assemblea nazionale dei centri sociali che ha visto la partecipazione di oltre mille persone da tutta Italia. L’evento ha segnato un momento di ricomposizione politica di portata eccezionale: “era dai primi anni ’90 che non accadeva”, a testimonianza della volontà di ricostituire un soggetto politico nazionale dopo decenni di frammentazione. L’incontro ha sancito la volontà di unire istanze diverse in un’unica piattaforma di opposizione al governo, trasformando la questione torinese in un test nazionale contro una definita “offensiva autoritaria”. Alla chiamata hanno aderito sigle eterogenee, tra cui:

  • Il movimento No Tav, con la sua storica esperienza di resistenza territoriale.
  • sindacati di base come USB e Cobas, portatori di rivendicazioni su salari e welfare.
  • collettivi pro-Palestina e per la solidarietà internazionale con il Kurdistan.
  • movimenti per il diritto alla casa, che hanno denunciato l’emergenza abitativa.
  • gruppi transfemministi come Non Una di Meno, che hanno inquadrato la stretta securitaria come parte di un attacco patriarcale alla società.

La convergenza di queste lotte ha preparato il terreno per una giornata di alta tensione, spingendo le istituzioni a predisporre una risposta preventiva di vasta portata.

Le dimensioni della manifestazione reale

————————

2. La Città Blindata: Strategie di Contenimento e Prevenzione

Le autorità statali e cittadine hanno risposto alla chiamata alla mobilitazione con un imponente apparato di sicurezza, pianificando una gestione del territorio basata sulla prevenzione e sul filtraggio capillare. Queste misure, pur motivate da ragioni di ordine pubblico, hanno contribuito a creare un clima di assedio e a cristallizzare la percezione di uno scontro imminente, paralizzando di fatto il centro cittadino.

2.1. Il Dispositivo di Sicurezza Preventivo

Nei giorni e nelle ore precedenti la manifestazione, la Questura e la Prefettura hanno messo in atto una strategia di contenimento volta a mappare e neutralizzare i potenziali agitatori prima ancora che raggiungessero i punti di concentramento. Le azioni principali sono state:

  • Filtri e controlli: Sono stati istituiti posti di blocco su autostrade e stazioni ferroviarie, che hanno portato all’identificazione di 747 persone e al controllo di 236 veicoli.
  • Provvedimenti amministrativi: Sono stati emessi numerosi provvedimenti per allontanare soggetti considerati pericolosi. Nello specifico: 24 fogli di via obbligatori (con durata da 1 a 3 anni), 10 avvisi orali del Questore e 7 DACUR (Divieto di Accesso alle Aree Urbane).
  • Sequestri: Durante i controlli è stato sequestrato equipaggiamento che confermava l’intenzione di una parte dei manifestanti di cercare lo scontro diretto, tra cui maschere antigas, coltelli, chiavi inglesi, materiale pirotecnico e indumenti per il travisamento.

2.2. L’Impatto sulla Logistica Urbana

Le misure di sicurezza hanno avuto un impatto profondo sulla vita della città, alimentando la percezione di uno “stato d’assedio”. In previsione di possibili disordini, il Comune ha deciso di rimuovere sistematicamente i cassonetti dei rifiuti lungo l’intero percorso del corteo, memore del loro utilizzo come barricate durante gli scontri del 20 dicembre.

Il servizio di trasporto pubblico (GTT) ha subito una drastica riduzione: oltre venti linee di bus e tram sono state sospese o deviate, e le stazioni della metropolitana di Porta Nuova e Porta Susa sono state temporaneamente chiuse. Questa paralisi logistica, unita ai divieti di sosta e alla massiccia presenza di forze dell’ordine, ha trasformato il quartiere Vanchiglia in una “zona rossa”, spingendo molti commercianti a chiudere le proprie attività.

————————

3. Cronaca del 31 Gennaio: Una Piazza, Molteplici Volti

La giornata del 31 gennaio ha messo in scena un evidente dualismo: da un lato, una partecipazione vasta e composita, prevalentemente pacifica; dall’altro, l’azione premeditata di un nucleo violento che ha deliberatamente cercato lo scontro. La ricostruzione cronologica degli eventi è essenziale per distinguere le diverse componenti della piazza e comprendere la dinamica che ha portato alla guerriglia urbana.

3.1. La Convergenza dei Cortei: Identità e Numeri

La manifestazione è stata organizzata in tre spezzoni distinti, ciascuno con una propria identità politica e un proprio punto di partenza, con l’obiettivo di convergere in un unico grande corteo.

  • Palazzo Nuovo (ore 14:30): Lo spezzone studentesco e universitario, nato dall’occupazione della sede universitaria del 28 gennaio in risposta al divieto della Rettrice di concedere spazi per assemblee pro-Askatasuna. In testa sfilava lo striscione simbolo disegnato da Zerocalcare: “Askatasuna vuol dire libertà, Torino è partigiana”.
  • Porta Nuova (ore 14:30): Lo spezzone territoriale e internazionalista, che raccoglieva il movimento No Tav e i gruppi di solidarietà con la Palestina e il Kurdistan.
  • Porta Susa (ore 14:00): Lo spezzone sindacale e politico, caratterizzato dalla presenza di USB, Cobas e Potere al Popolo, con rivendicazioni incentrate su lavoro, casa e welfare.

Sulla stima dei partecipanti, le cifre sono discordanti: la Questura ha parlato di circa 15.000 persone, mentre gli organizzatori hanno rivendicato una partecipazione di oltre 50.000.

Il dissenso popolare

3.2. L’Innesco della Violenza: La Tattica dello Scontro

La dinamica della manifestazione ha subito una frattura strategica intorno alle ore 18:00. Un gruppo stimato in circa ottocento persone, equipaggiato con tute nere, caschi, maschere antigas e scudi artigianali, si è staccato dal corteo principale in corso Regina Margherita, nei pressi del Rondò Rivella, per lanciare un attacco frontale e premeditato contro i cordoni delle forze dell’ordine. L’equipaggiamento e la coordinazione dell’azione, che ha visto l’uso di bombe carta, estintori, sassi e la costruzione di barricate improvvisate, hanno rivelato una chiara tattica finalizzata allo scontro fisico.

3.3. La Guerriglia Urbana e il suo Bilancio

Le forze dell’ordine hanno risposto all’assalto con un fitto lancio di lacrimogeni e l’uso di idranti, trasformando le strade di Vanchiglia e Regio Parco in un campo di battaglia per circa tre ore. Il bilancio finale della giornata è stato pesante:

  • 11 feriti, tra cui diversi agenti di polizia e un giornalista. L’intensità degli scontri è testimoniata da episodi specifici di violenza, come l’aggressione a un agente del reparto mobile che, una volta a terra, è stato colpito da almeno sei persone.
  • Una camionetta della polizia incendiata.
  • Ingenti danni all’arredo urbano, con cassonetti dati alle fiamme e dehors distrutti.
  • L’aggressione a una troupe della Rai, a testimonianza dell’ostilità delle frange radicali verso gli operatori dell’informazione.

Questa violenza ha di fatto segnato la narrazione pubblica della giornata, ponendo le basi per le sue successive strumentalizzazioni politiche.

————————

4. Analisi del “Doppio Scippo”: Conseguenze e Paradossi

Questa sezione rappresenta il cuore analitico del report. Qui si esamina il paradosso del “doppio scippo”, dimostrando come la violenza di piazza non solo abbia tradito gli obiettivi della maggioranza dei manifestanti, ma abbia finito per rafforzare proprio le politiche repressive che intendeva combattere, innescando un circolo vizioso a vantaggio del potere costituito.

4.1. Lo Scippo Interno: Il Sequestro del Messaggio Politico

Le azioni violente hanno di fatto “sequestrato” la narrazione della giornata. Mediaticamente e politicamente, la guerriglia urbana ha oscurato le rivendicazioni pacifiche portate in piazza dalla stragrande maggioranza dei circa 15.000 partecipanti. La condanna del sindaco Lo Russo, che ha parlato di **”frange organizzate, violente e a volto coperto”**infiltratesi nel corteo, dimostra come la distinzione fosse chiara a livello istituzionale. Tuttavia, nella successiva polemica politica, questa distinzione è stata ignorata per ridurre l’intera manifestazione a un problema di ordine pubblico, annullando la complessità di un movimento che univa studenti, lavoratori, famiglie e attivisti.

4.2. Lo Scippo Esterno: Il Rinforzo del Dispositivo Repressivo

La violenza è diventata un pretesto politico per il governo, innescando una dinamica di “rinforzo repressivo”. Le immagini degli scontri sono state immediatamente utilizzate per legittimare l’accelerazione dell’iter dei nuovi decreti sicurezza. Le dichiarazioni della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sono state emblematiche: “non siamo di fronte a manifestanti, ma a soggetti che agiscono come nemici dello Stato”. Questa retorica, ripresa dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha permesso di declassare una protesta politica con radici sociali a un mero problema criminale. In questo modo, la violenza di una minoranza ha fornito al governo la giustificazione perfetta per promuovere una contrazione generale dei diritti di manifestazione e dissenso. Paradossalmente, le azioni della frangia più radicale hanno fornito al loro avversario politico gli strumenti più efficaci per indebolire l’intero movimento.

————————⠀

Oltre la Guerriglia: Cosa Ci Racconta Davvero la Protesta di Torino del 31 Gennaio

Dietro il fumo di Torino

Gli scontri

Le immagini che hanno dominato i notiziari del 31 gennaio 2026 da Torino erano inequivocabili: cassonetti in fiamme, cariche della polizia, lacrimogeni e scene di guerriglia urbana. Un racconto di scontro frontale che ha monopolizzato l’attenzione, lasciando l’impressione di una città messa a ferro e fuoco da una violenza cieca e fine a se stessa.

Ma cosa ha spinto realmente decine di migliaia di persone in piazza quel giorno? E se gli scontri, per quanto gravi e reali, fossero solo l’atto finale di una storia molto più complessa e stratificata? Se dietro il fumo si nascondessero forze, tensioni e strategie che il racconto mediatico ha solo scalfito?

Questo articolo intende andare oltre la cronaca della violenza per esplorare gli aspetti più significativi e sorprendenti degli eventi di quel sabato. Analizzando la giornata non come un singolo episodio di disordine, ma come un punto di convergenza di lotte diverse, strategie preventive senza precedenti e paradossi politici, emerge un quadro complesso, i cui contorni più illuminanti possono essere tracciati attraverso alcuni snodi cruciali.

5. Primo Takeaway: Non si marciava solo per un edificio, ma contro un’intera visione del mondo.

L’innesco della protesta nazionale è stato, senza dubbio, lo sgombero del centro sociale Askatasuna, avvenuto il 18 dicembre 2025. Tuttavia, ridurre la mobilitazione di migliaia di persone alla sola difesa di uno stabile sarebbe un errore. Quella giornata è stata la convergenza di una moltitudine di lotte che hanno trovato un nemico e un simbolo comuni. La “Piattaforma verso la manifestazione nazionale” e gli interventi delle assemblee preparatorie rivelano un fronte unito da temi molto più ampi:

  • L’opposizione all’offensiva autoritaria: La protesta si è configurata come una risposta diretta all’agenda del governo Meloni, contestando i nuovi decreti sicurezza e quella che veniva percepita come una strategia repressiva volta a criminalizzare ogni forma di dissenso.
  • La critica all’economia di guerra: Un filo rosso ha legato l’aumento delle spese militari ai tagli sistematici al welfare. I manifestanti hanno denunciato un modello che finanzia il riarmo a scapito di salari, diritto alla casa, sanità e istruzione pubblica.
  • La continuità con la solidarietà alla Palestina: La mobilitazione è stata la prosecuzione diretta delle proteste dell’autunno precedente, animate dallo slogan “Blocchiamo tutto”. La repressione contro gli attivisti pro-Gaza e lo sgombero dei centri sociali sono stati letti come due facce della stessa medaglia.

I manifestanti hanno inquadrato queste questioni come parti interconnesse di un’unica strategia statale: la stessa “economia di guerra” che finanziava l’espansione militare veniva usata per giustificare i tagli al welfare, e l'”offensiva autoritaria” era lo strumento per reprimere chiunque — dagli attivisti pro-Palestina agli occupanti dei centri sociali — si opponesse a questa direzione. La sensazione di essere parte di una battaglia più grande è stata catturata perfettamente dalle parole di un portavoce di Askatasuna all’inizio del corteo.

“Oggi è una grande giornata, in migliaia da tutta Italia sono a Torino. Non è una fine, ma un inizio. L’inizio di un periodo di lotta… Noi siamo dalla parte giusta della storia.”

6. Secondo Takeaway: La protesta è iniziata in una città già in stato d’assedio.

Uno degli aspetti più rivelatori della giornata non riguarda la protesta in sé, ma la reazione preventiva dello Stato. Nelle ore e nei giorni precedenti, la Prefettura e il Comune di Torino hanno implementato una serie di misure senza precedenti che hanno trasformato il centro cittadino in una zona logisticamente congelata, alimentando un clima di altissima tensione ancora prima che il primo manifestante mettesse piede in strada.

Queste misure, pianificate per prevenire la guerriglia, includevano:

  • La rimozione sistematica dei cassonetti: Memori degli scontri del 20 dicembre, le autorità hanno rimosso tutti i bidoni della spazzatura lungo l’intero percorso del corteo per impedire che venissero usati come barricate o incendiati.
  • La creazione di una “zona rossa”: Il quartiere Vanchiglia, sede di Askatasuna, è stato sigillato e blindato da uomini e mezzi delle forze dell’ordine, rendendo l’area di fatto inaccessibile.
  • Il blocco del trasporto pubblico: GTT ha attuato una drastica riduzione del servizio, sospendendo o deviando oltre venti linee di bus e tram e chiudendo stazioni strategiche della metropolitana come Porta Susa e Porta Nuova, paralizzando di fatto la mobilità cittadina.
  • Un’ordinanza prefettizia restrittiva: È stato imposto il divieto assoluto di portare caschi, maschere, fumogeni, artifizi pirotecnici e persino bevande in contenitori di vetro o alluminio.

Di fatto, le imponenti misure di sicurezza, pensate per gestire una potenziale zona di guerra, hanno contribuito a creare proprio l’atmosfera di un’inevitabile e cruciale resa dei conti prima ancora che venisse srotolato un singolo striscione.

7. Terzo Takeaway: Non un’unica marea, ma tre fiumi convergenti.

Tanti obiettivi un cuore cittadino

L’organizzazione stessa della protesta rivela la sua natura composita e strategica. Invece di un unico punto di ritrovo, gli organizzatori hanno optato per tre concentramenti separati, “piazze tematiche”, che riflettevano la diversità della coalizione e miravano a saturare la capacità di controllo territoriale della Questura. Ciascuno di questi “spezzoni” aveva una sua identità politica precisa:

  • Palazzo Nuovo: Era il cuore ideologico e studentesco della protesta. Qui si sono radunati i collettivi universitari, radicalizzati dall’occupazione della sede universitaria, iniziata in risposta alla decisione del rettorato di vietare un evento di solidarietà con Askatasuna. Questo atto di censura percepita ha trasformato l’ateneo stesso in un luogo di conflitto. In testa a questo spezzone sfilava lo striscione simbolo della giornata, disegnato da Zerocalcare: “Askatasuna vuol dire libertà, Torino è partigiana”.
  • Porta Nuova: Fungeva da hub per la solidarietà territoriale e internazionale. Era la piazza del movimento No Tav, con una folta delegazione dalla Valsusa, e dei gruppi a sostegno della Palestina e del Rojava, che legavano la difesa degli spazi sociali alle lotte di liberazione dei popoli.
  • Porta Susa: Rappresentava il nucleo sindacale e politico di base. Qui si sono concentrate organizzazioni come USB e Potere al Popolo, portando in piazza le rivendicazioni su salari, diritto alla casa e opposizione alle spese militari.

Questi tre fiumi si sono poi uniti in un unico, imponente corteo che ha dimostrato una notevole capacità di mobilitazione. Mentre la Questura ha stimato la presenza di 15.000 persone, gli organizzatori hanno rivendicato una partecipazione di “oltre 50.000 persone”, mostrando un’unità, seppur temporanea, di notevole portata.

8. Quarto Takeaway: Il paradosso della guerriglia: la violenza ha finito per legittimare la repressione.

Qui emerge l’elemento più controintuitivo e politicamente amaro della giornata. Mentre migliaia di persone marciavano in modo pacifico, la violenza premeditata di una minoranza radicale – stimata in circa 800 persone – ha di fatto “scippato” la manifestazione, sequestrandone il messaggio politico e dominando completamente la narrazione.

Gli scontri concentrati in Corso Regina Margherita sono stati di un’intensità estrema. L’assalto frontale ai cordoni di polizia ha visto l’uso di bombe carta, sassi, estintori, biciclette e persino segnali stradali divelti usati come proiettili. L’aggressione è culminata nell’incendio di una camionetta blindata della polizia e, nell’episodio più crudo, in un attacco mirato in cui un agente a terra è stato colpito ripetutamente con un martello. Questo atto di insorgenza urbana ha prodotto un paradosso devastante: ha fornito al governo la giustificazione politica perfetta per condannare l’intero movimento e accelerare l’iter proprio di quei decreti sicurezza contro cui la piazza stava protestando. La lotta contro la repressione ha finito per fornire munizioni per ulteriore repressione.

La reazione della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni illustra perfettamente questo meccanismo.

“Le immagini dell’agente aggredito parlano da sole: non siamo di fronte a manifestanti, ma a soggetti che agiscono come nemici dello Stato… sono aggressioni violente con l’obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta.”

9. Prospettive: Cronaca di un dejà-vu in un contesto più greve

La giornata del 31 gennaio lascia un’eredità complessa e carica di tensione. Da un lato, ha dimostrato l’esistenza di un’ampia e diversificata mobilitazione sociale capace di unire migliaia di persone contro le politiche governative. Dall’altro, ha visto questo potenziale politico neutralizzato e messo in ombra dalla violenza di una sua frazione, che ha finito per rafforzare proprio l’apparato statale che intendeva combattere.

In conclusione, la manifestazione del 31 gennaio 2026 a Torino deve essere interpretata attraverso la lente del “doppio scippo”. La violenza di una minoranza ha sottratto la voce alla maggioranza pacifica, mentre lo Stato ha sfruttato quella stessa violenza per sottrarre spazi di agibilità politica a ogni forma di dissenso. Una decisione preparata da tempo già dal referendum sull’autonomia della magistratura che mette in discussione i fondamenti costituzionali, la supinazione alle disposizioni del ricatto capitalista Istraelo-Statunitense e lo stravolgimento del linguaggio stesso che, come la rinomina dei mesi della rivoluzione francese si impone sul significato di parole come sionismo e semitismo con gravi minacce penali senza spazio di discussione.

L’eredità di questa giornata delinea un futuro preoccupante per i movimenti sociali in Italia.

Le principali implicazioni possono essere sintetizzate come segue:

  1. La Fine del Dialogo: L’evento segna la probabile fine della stagione dei “patti di collaborazione” tra istituzioni locali e movimenti. La risposta istituzionale si orienterà sempre più verso una gestione puramente securitaria dei conflitti urbani, marginalizzando ogni tentativo di mediazione politica.
  2. La Criminalizzazione degli Spazi: L’associazione mediatica tra centri sociali e violenza di piazza rischia di accelerare una nuova ondata di sgomberi a livello nazionale, come già ipotizzato per realtà quali Officina 99 a Napoli o Spin Time a Roma. Gli spazi occupati verranno sempre più rappresentati non come luoghi di produzione culturale, ma come covi di illegalità.
  3. Una Sconfitta per il Diritto al Dissenso: La giornata rappresenta una sconfitta strategica per il diritto al dissenso in Italia. La polarizzazione tra la violenza di piazza e la repressione statale erode lo spazio per una protesta politica che sia al tempo stesso pacifica ed efficace, lasciando la cittadinanza “stretta tra l’incudine di un antagonismo senza sbocchi e il martello di una sicurezza che si fa legge suprema”.

La domanda che rimane sospesa è tanto cruciale quanto irrisolta: quando la protesta contro lo “Stato di polizia” finisce per invocarne di più, come può il dissenso trovare una strada efficace senza autodistruggersi? La battaglia per un edificio a Torino è forse finita, ma quella per il futuro della protesta in Italia è appena iniziata.

Un bilancio della battaglia urbana

Scopri di più da Il Franti

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

avatar dell'autore
Ennio Martignago
L'URL breve di questo articolo è: https://www.ilfranti.it/pebl

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

https://www.instagram.com/ilfrantimagazine/