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Cosa sarebbe successo se gli Squallor avessero avuto Internet e dei social come Instagram o TikTok e, intorno, la satira delle loro canzoni fosse diventata la normalità di quanto che si vedeva in giro? Oggi, infatti, il benpensante trova normalissimo scrollare il display del cellulare su un social pervaso da oscenità con la foglia di fico davanti; trova addirittura politicamente liberatorio, mostrare genitali bombati e atteggiamenti quasi pornografici per dar lustro di sé ad un pubblico distratto o bavoso. E quando fa notte poi i perbenisti di tutti i sessi — e non sessi — si chiudono in camera con un pornhub ormai sdoganato, manca poco anche per i bambini. In questo scenario sociale però ci si scandalizza se un cantante intitola una canzone al suo fondoschiena o se canta esplicitamente, unico fra i tanti, quello che sui social si mostra con una foglia di fico, come dicevamo, che rende la cosa ancora più volgare. Il fenomeno è ancora più corrosivo se pensiamo che la musica italiana oggi continua a ripetere le stesse trame degli anni passati con una qualità musicale decisamente nazionalpopolare o anglo caricaturale. È In questo contesto che si inserisce l’artista-chiamiamolo pure con questo nome-di cui parliamo oggi. E lo facciamo perché ci diverte, ci piace e ci piace immaginare l’effetto che produrrà su quei benpensanti. Ci piace un po’ di meno immaginare quello che succederà quando uno come lui entrerà nella normalità commerciale quotidiana e tutto attorno a noi ci saranno tanti Tonypitony. Ma per vedere questo c’è ancora del tempo.
Classe ‘96
Esiste un artista italiano che riesce a far incazzare contemporaneamente i moralisti di sinistra, i perbenisti di destra e chiunque abbia mai pronunciato la frase “peccato per i testi”. Si chiama TonyPitony, indossa una maschera di Elvis da cinque anni, e il suo album omonimo uscito il 25 aprile 2025 — data scelta per “liberarsi da un sistema che impone volti scoperti ma menti conformi” — è probabilmente la cosa più divertente, fastidiosa e musicalmente competente che la scena italiana abbia prodotto da quando Elio ha smesso di presentare programmi TV per tornare alla musica.
La notizia è questa: dietro i titoli che farebbero arrossire un muratore in pensione — Culo, Mi Piacciono le Nere, Ossa Grosse — c’è un disco di 36 minuti e 52 secondi che suona maledettamente bene. Prodotto da Sam Cammarana e Simone De Simone per l’autoprodotta TonyPitony Produziony, l’album spazia dal lo-fi bedroom al pop-funk con echi anni ‘60, passaggi di samba brasiliana e spruzzate di elettronica dell’Est Europa. È il paradosso incarnato: un varietà eterosessuale confezionato con la cura artigianale di un disco d’autore.
L’uomo dietro la maschera di plastica ha studiato più di voi

Il siracusano classe 1996 che si nasconde dietro il volto del Re del Rock non è esattamente il provinciale trash che i suoi detrattori vorrebbero dipingere. Ettore Ballarino — se davvero è questo il suo nome, come suggerisce Chi Magazine in splendida solitudine — ha una formazione che farebbe impallidire metà dei cantautori che si atteggiano a geni incompresi nei club di Milano.
Borsa di studio completa alla Laine Theatre Arts di Epsom, Londra. Palcoscenici del West End. Tour nei castelli scozzesi a intrattenere l’alta borghesia britannica con spettacoli dove, parole sue, “mi sono reso conto di quanto l’oscenità fosse apprezzata”. Poi il provino per Sister Act con Whoopi Goldberg in giuria, scartato perché “troppo basso per i costumi” — un rifiuto che lo rispedisce in Sicilia e, probabilmente, salva la musica italiana dalla mediocrità di un altro musical.
Il passaggio a X Factor 2020 con una Hallelujah in versione neomelodica surreale rimane un momento televisivo da antologia: tre NO sdegnati (Emma Marrone, Manuel Agnelli, Hell Raton) e l’unico SÌ di Mika, che pronuncia la frase più profetica mai sentita in quel programma: “Tu sei bravo, la tua è una maschera che nasconde un grande artista”. Cinque anni dopo, Emma lo celebra sui social. Il karma esiste, ed evidentemente ascolta Spotify.
Dodici tracce per capire se siete ancora capaci di ridere
La tracklist dell’album omonimo è un catalogo di provocazioni calibrate al millimetro:
- Striscia — singolo del 2023 che apre le danze
- SESSONLINE — con tanto di videoclip girato tra Siracusa, Milano e Romania, featuring Favij
- GIOVANNI — singolo 2025
- BALÙ — coprodotto con Marco Arrisicato allo Studio Borealis
- RIO DE JANEIRO — la parentesi samba del disco
- JIÀN ZÒU — titolo in mandarino, perché anche l’esotismo va sbeffeggiato
- CULO — la “hit” da 4,2 milioni di ascolti, scritta prima del Covid con il titolo originale “Cuore” (e no, non è una metafora)
- MI PIACCIONO LE NERE — prodotta da Lenny Ligabue, figlio di chi sapete
- OSSA GROSSE
- STIMOLI
- L’UOMO CANNONE — chiusura teatrale
- TONY’S VOCAL — bonus track assente nella versione vinile
La versione in vinile (30 euro su oggettony.com, per chi volesse) ha una tracklist riorganizzata in 11 brani, perché anche il supporto fisico merita il suo piccolo gesto anarchico.
Musicalmente, il problema è che è bravo davvero
Ecco dove la faccenda si complica per chi vorrebbe liquidare TonyPitony come fenomeno da baraccone. Gli arrangiamenti sono curati, la produzione è pulita senza essere asettica, la voce — formata sui palchi londinesi — sa stare esattamente dove deve stare. Matteo Ceretto al basso, Paolo Terminello alla chitarra, Giovanni Spadaro alla batteria: una band che dal vivo si presenta con “outfit improponibili e pitonyani” ma che suona con la precisione di chi sa il fatto suo.
Il paragone con Elio e le Storie Tese è inevitabile e, per una volta, non del tutto campato in aria — “anche se con molti meno virtuosismi”, come nota Rockol con onestà. Ma c’è una differenza fondamentale: dove Elio costruiva cattedrali di complessità armonica per poi farle esplodere con una battuta, TonyPitony lavora sulla semplicità apparente. Melodie orecchiabili, strutture pop, ganci immediati. La trappola scatta quando realizzi che stai canticchiando un testo che non potresti ripetere a tua nonna.
Il sound dell’album è un collage di riferimenti che non si prende mai troppo sul serio: lo-fi bedroom che occhieggia a Mac DeMarco, pop-funk che ricorda il primo Pino Daniele passato al frullatore, spruzzate di elettronica da club dell’Est, momenti di samba che sembrano sbucati da un Carnevale di provincia. È il disco di un artista che ha studiato abbastanza da sapere cosa sta citando, e abbastanza furbo da fingersi ignorante.
La perizia tecnica emerge ovunque: dal soul nostalgico di Culo — brano originariamente intitolato Cuore prima del pivot anatomico post-Covid — alla bossa nova raffinata di Rio de Janeiro. In brani come JIÀN ZÒU, Tony sperimenta persino con le scale pentatoniche cinesi, dimostrando una padronanza dei linguaggi globali che mette in ridicolo il pop plasticoso dei colleghi. Il titolo del suo EP 2025, PECCATO PER I TESTI, è il suo modo sfacciato di appropriarsi delle critiche dei “normaloni” per trasformarle in un brand.
Il paradosso “peccato per i testi” come manifesto involontario

La formula “peccato per i testi” è diventata il mantra di chiunque voglia apprezzare TonyPitony senza sporcarsi le mani con il suo contenuto. È anche, probabilmente, il più grande equivoco critico degli ultimi anni.
Come nota Federico Pucci su Fanpage: “Solo chi dice ‘peccato per i testi’ non ha capito”. I testi di TonyPitony sono volutamente grotteschi, stracarichi di stereotipi sessisti, razzisti, blasfemi — ma con una consapevolezza che sfugge a chi si ferma alla superficie. “Le minoranze oggi sono le nuove maggioranze”, ha dichiarato. “Bisogna rimettere tutti sullo stesso piano: chiunque può essere preso in giro”.
È satira? È trollaggio elevato a forma d’arte? È un esperimento sociale su larga scala? Probabilmente tutte e tre le cose. Gino Castaldo ha centrato il punto con una precisione quasi dolorosa: “Fai rabbia perché sei la cosa che ti piace ma non vorresti che ti piacesse, e ti senti in colpa perché ti piace. Generi il dubbio che tu possa essere o un genio o un cialtrone”.
Il critico Massimo Coppola lo ha invece definito “un boomer frustrato e nostalgico” che offre “un prodotto volgare ma rassicurante, di una volgarità che conosciamo dai tempi di Bombolo”. È una lettura legittima, ma forse sottovaluta quanto sia difficile — e raro — creare qualcosa che divida così nettamente il pubblico in un’epoca di consenso algoritmico.
Nel deserto dell’indie italiano, una maschera di Elvis
Per capire cosa rappresenta TonyPitony bisogna guardare cosa c’è intorno. La scena indie italiana del 2025 è tecnicamente in salute — oltre 1.000 produzioni discografiche monitorate dal circuito MEI, 4.000 brani transitati in classifica — ma creativamente asfittica. Il mainstream è controllato da una manciata di autori e produttori che sfornano tormentoni intercambiabili. L’indie “serio” oscilla tra il cantautorato intimista di Fulminacci e Gazzelle (decoroso ma prevedibile) e la sperimentazione di nicchia di artisti come Andrea Laszlo De Simone o Cosmo (eccellente ma per pochi).
In questo panorama, TonyPitony occupa uno spazio che sembrava estinto: quello della commedia musicale con ambizioni. Non il cabaret da sagra, non l’ironia ammiccante dei tormentoni estivi, ma qualcosa che assomiglia più agli Squallor degli anni ’70 — se gli Squallor avessero studiato al conservatorio e poi fatto un master in shitposting.
I numeri parlano chiaro: 1,9 milioni di ascoltatori mensili su Spotify, tour completamente sold out (Fabrique di Milano, Estragon di Bologna per due serate), sigla ufficiale del FantaSanremo 2026 e duetto con Ditonellapiaga alla serata cover di Sanremo. Il tutto senza una vera etichetta discografica, senza i compromessi del sistema, con una maschera di plastica da discount in faccia.
La ricezione critica, ovvero l’elefante nella stanza
C’è un dato interessante nella ricezione dell’album: le testate “istituzionali” della critica italiana — Ondarock, Rumore, Sentireascoltare — non hanno pubblicato recensioni formali. Il disco ha un rating medio di 3.16 su 5 sugli aggregatori (Album of the Year, Rate Your Music), con valutazioni che oscillano tra lo 0.5/5 (“Pio e Amedeo della musica, fa veramente cagare”) e i commenti che lo definiscono “un serio contendente per l’album italiano dell’anno”.
Dallo scarto dei talent alla sigla di Stato: il 2026 è l’anno della consacrazione. Dopo aver firmato il jingle del FantaSanremo (Scapezzolate) e aver ricevuto la validazione consensuale di Fiorello a La Pennicanza, Tony si prepara a invadere Sanremo. Parteciperà alla serata cover in un duetto esplosivo con Ditonellapiaga per una rilettura di The Lady Is a Tramp.
È l’atto finale di un’ascesa irresistibile. Nonostante abbia ironicamente dichiarato di aver inviato una “domanda in carta bollata alla Rai” per cantare il brano Donne Ricche, la sua presenza all’Ariston è una conferma di mercato. Con i tour sold out e una band capace di indossare “outfit pitonyani” con la serietà di un’orchestra filarmonica, TonyPitony ha dimostrato che la provocazione, se supportata dal talento, può diventare istituzione.
È una polarizzazione che dice molto: TonyPitony è troppo pop per l’underground, troppo volgare per il mainstream colto, troppo competente per essere liquidato, troppo provocatorio per essere celebrato. Occupa una terra di nessuno critica che è, probabilmente, il posto più interessante dove stare in questo momento.
ManifestBlog lo ha descritto come “il fiore all’occhiello della contraddizione: un album comedy, stupendo, che fa a pugni con testi volutamente trash”. È una definizione che coglie il cuore del progetto meglio di qualsiasi stelletta.
Elvis è morto, viva Tony

TonyPitony non è un rivoluzionario — lo dice lui stesso: “Non sono un rivoluzionario, anche perché ho vissuto l’industria e ho capito che è una merda”. È qualcosa di più raro e più utile: un guastafeste consapevole in un sistema che ha dimenticato come si ride di sé stessi.
L’album omonimo non cambierà la musica italiana. Non è Mainstream di Calcutta, non è il debutto dei Verdena, non è niente che verrà studiato nei conservatori. Ma è un disco che fa quello che promette: diverte, disturba, e suona meglio di quanto dovrebbe. In un panorama dove l’originalità è diventata una nicchia di mercato e la provocazione è stata assorbita dagli algoritmi, un siracusano con la faccia di Elvis che canta di culi e stereotipi con arrangiamenti da disco d’autore è, paradossalmente, la cosa più onesta in circolazione.
“Ho scelto Elvis perché anche i re, gli idoli e gli dei fanno la cacca. Sono umani”. In questa frase c’è tutto TonyPitony: la volgarità, l’intelligenza, e quella verità scomoda che la musica italiana ha smesso di dire da un pezzo.
Voto: non ne diamo, ma se vi siete offesi leggendo questo articolo, probabilmente non avete capito niente né di TonyPitony né de Il Franti.
Nota per la redazione: la tracklist completa, i crediti di produzione e le fonti sono stati verificati su Spotify, Rockol, Discogs e le interviste disponibili. L’album è disponibile in digitale su tutte le piattaforme e in vinile sul sito ufficiale. Per la sigla FantaSanremo 2026 “Scapezzolate” e il duetto con Ditonellapiaga, le informazioni sono aggiornate a febbraio 2026.
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