Quando si dice: sono solo o sola, con un contorno di “povero o povera me” è veramente così?
Può essere una scelta quasi monacale, un ritiro per trovarsi o ritrovarsi oppure, ben lontano da ciò, un essere incapaci di tessere rapporti umani sereni, sinceri ed appaganti, una tendenza a farsi scorbutici, in grado di allontanare tutti con forza centrifuga, questa la percepiscono anche i più insensibili.
Devo aggiungere la categoria dei lamentosi, spesso tali perché egocentrati, non si accorgono degli altri, delle loro difficoltà di vario genere. Parlano dei loro piccoli acciacchi, di “disastri” comuni ai più, non si danno da fare in nessun campo ed infine vedono tutto crollare a loro modo ingiusto ed inspiegabile. Impossibile aiutarli, anzi meglio neppure provarci, sono sanguisughe, è bene mantenere distanze di sicurezza.
Per casa intendo, con semplice metafora, il nostro modo di essere. Quante camere ha? come sono illuminate? siamo noi a spalancare finestre, tirare tende? aprire battenti? un tetto che protegge dalle intemperie?
Una casa seppur piccola può essere accogliente, molti vi entrano volentieri, anche seggiole in legno sono comode. In essa si discorre in modo pacato, la musica può essere come sottofondo o al centro, si possono svolgere attività diverse a pochi metri di distanza. Attorno ad un tavolo ognuno è tranquillamente se stesso. Le parole scivolano in modo naturale, anche i gesti sono spontanei, non ci si controlla. Questa è una bella casa, amata dai più. Ci si inventa lo stare insieme, proprio insieme, ora cerco l’etimologia: in- (prefisso che indica inclusione) e simul (che significa “allo stesso tempo”, “insieme”). Come un solo insieme matematico, che comprende ben due fuochi.
Ci sono abitazioni sfarzose, ma gelide, ci si va una volta e non si torna. Così vale per le persone, non si torna da loro quando manca calore, quando tutto è stereotipato, quando mancano risate vere, le parole restano ferme nella gola: che dire?
Ci si può chiedere se si è soli per scelta, troppo spesso, talora, di rado, se ci pesa o se infondo quello è il nostro mondo. Insomma se siamo noi a decidere quanto tempo dedicare agli altri, quanto a noi stessi saremo sereni, se ci ritroviamo angusti in un angolo, proprio soli, allora qualcosa dovremo cambiare, meglio usare il presente: si deve cambiare. Quando si prova disagio non bisogna aspettare, non scompare da solo. Ci saranno sforzi iniziali per fare qualcosa di differente, per mantenere fede agli impegni presi, anche in campo sportivo. Ogni idea diversa messa in atto e portata avanti porterà luce.
Ho scelto questa foto, all’apparenza bizzarra: un soggiorno spazioso e luminoso, con due altalene. Su queste possono andare anche gli adulti cantando e sentendo l’emozione che si provava da piccoli quando si faceva persino la coda per salirvi, darsi il primo slancio e poi volare sempre un po’ più in alto. Ci siamo andati tutti, non è difficile, ci ha procurato gioia e vi confido che, con amici trentenni, usciti dalla discoteca, al mare, si faceva a gara per arrivare al parco, quello era il momento di puro divertimento, col fruscio delle onde di sottofondo.
Non ci vuole nulla per costruire un’altalena, costa poco e fa sognare, intorno c’è una lieve brezza che accarezza le gote, i muscoli con energia si muovono e dicono: sei vivo! intorno c’è il mondo, anche quello che ancora non conosci ed in te pensa a quante camere esistono, persino da scoprire.
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