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Tribe - Gruppi umani e generazionali

Si stava meglio quando si stava peggio…o no?

Spesse volte, nelle discussioni con gli amici o nelle chat, compare il concetto del “si stava meglio quando si stava peggio” alla luce di un fumoso ed incerto periodo del passato non ben identificabile forse nemmeno nella testa dell’insigne divulgatore. Stringendogli impietosamente il campo vengono fuori epitaffi del tipo “quando ero giovane”, “al tempo dei miei nonni”, “nei secoli scorsi” e via con le facezie.

No, in verità nemmeno la filosofia di Maurizio Pallante (e sostenuta da Serge Latouche) mi ha convinto: in una intervista, facilmente reperibile su you tube, afferma che nell’atmosfera c’è una quantità tale di anidride carbonica che ha innalzato la temperatura terrestre, abbiamo riempito gli oceani di plastica dimezzando la popolazione ittica, produciamo enormi quantità di rifiuti ed il 15 di agosto di ogni anno esauriamo le capacità produttive della terra.

La soluzione: smettere di produrre merci ed utilizzare la tecnologia per ridurre l’impatto ambientale riscoprendo l’autoproduzione ed il dono.

Ciò che lascia quantomeno perplessi di queste affermazioni è la mancanza di una epistemologia seria, qualificata. Zichichi buonanima sosteneva, parlando di inquinamento e clima che “le tre grandi conquiste della Ragione sono il Linguaggio, la Logica e la Scienza. Per risolvere un problema bisogna anzitutto parlarne. È quello che ha fatto con enorme successo Greta. Linguaggio significa esprimersi usando le parole, non le formule matematiche. Usando le parole si può dire tutto e il contrario di tutto; ecco perché tremila anni fa nacque la Logica. Logica vuole dire produrre un modello matematico: non solo parole, ma formule. E, infatti, ci vuole la Matematica per stabilire la validità scientifica di cui si parla, e se non c’è la Logica, quindi la Matematica e poi la Scienza, cioè la prova sperimentale, il clima rimane quello che è: una cosa della quale si parla tanto, senza usare il rigore logico di un modello matematico e senza essere riusciti a ottenere la prova sperimentale che ne stabilisce il legame con la realtà. Greta non dovrebbe interrompere gli studi, come ha detto di volere fare, per dedicarsi alla battaglia ecologista, ma tornare nella sua scuola e dire che bisogna imparare la Matematica delle equazioni differenziali non lineari accoppiate e le prove sperimentali necessarie per stabilire se quel sistema di equazioni descrive effettivamente i fenomeni legati al clima. Descrivere un fenomeno non vuole dire che questa descrizione corrisponde alla realtà. È necessario un modello matematico corroborato da prove sperimentali. È bene precisare che cambiamento climatico e inquinamento sono due cose completamente diverse. Legarli vuole dire rimandare la soluzione. E infatti l’inquinamento si può combattere subito senza problemi, proibendo di immettere veleni nell’aria. Il riscaldamento globale è tutt’altra cosa, in quanto dipende dal motore meteorologico dominato dalla potenza del Sole: Le attività umane incidono al livello del 5%: il 95% dipende invece da fenomeni naturali legati al Sole. Attribuire alle attività umane il surriscaldamento globale è senza fondamento scientifico”.

Affermazioni campate in aria che legano l’inquinamento da anidride carbonica alle variazioni climatiche è un modo infantilmente emotivo di rappresentare la realtà che diventa paragonabile nell’immaginario collettivo che se l’auto non ha il fumetto dalla marmitta non inquina mentre è accertato che una moderna auto elettrica, dalla produzione delle batterie al manufatto completo, inquina quanto un vecchio euro 4 diesel.

Lo stesso dicasi per gli oceani “pieni di plastica”: l’idea immaginaria è che i piroscafi navighino in un mar dei Sargassi facendosi strada come le rompighiaccio nell’artico  e via discorrendo sulla cannibalizzazione fra esseri umani dal 16 di agosto al 31 dicembre, non essendoci più risorse per la sopravvivenza.

Le soluzioni proposte sono poi da libro Cuore: i pomodori coltivati sul terrazzo, i saponi creati a domicilio dalla casalinga volenterosa che non ha altro da fare o il ritorno alla società del baratto.

Nel XVIII secolo ad esempio l’agricoltura era frammentata fra tra vari gruppi famigliari e la produzione, già scarsa, era dipendente dalla rudimentale attrezzatura e dagli umori atmosferici; nel XIX secolo diffondendosi i latifondi e le cooperative agricole, migliorando le tecnologie ed i macchinari, la produzione agricola e di allevamento fece prosperare le condizioni di vita a tal punto che la popolazione europea raddoppiò raggiungendo i 40 milioni tra l’800 ed il ‘900. Le fabbriche producevano tante merci a buon prezzo e molti potevano permettersi quelle cose che una volta erano considerati lussi, ad esempio la possibilità di allacciamento al gas per l’illuminazione, o alle fognature. Nelle città comparvero i servizi pubblici di mobilità e gli impianti idrici con i depuratori che contribuirono alla riduzione delle epidemie tipo quella del colera. L’aumento del benessere e delle disponibilità economiche  contribuì anche alle scoperte mediche e farmacologiche come ad esempio i farmaci per l’anestesia e nuove tecnologie per le sale operatorie.

Fu vera gloria per tutti?

No di certo: l’industrializzazione senza regole fece molte vittime specialmente fra gli ultimi, i più poveri e diseredati: la chiusura di una fabbrica comportava il licenziamento in tronco degli operai e per le famiglie monoreddito era la rovina, considerando anche che al mancato pagamento delle pigioni tutti i componenti erano letteralmente sbattuti in strada senza alcuna forma assistenziale che non fosse la carità dei buoni samaritani; i turni di lavoro inoltre erano massacranti per uomini, donne e bambini: 12 ore di lavoro senza alcuna tutela medica, festività o quant’altro, basta leggere  quel magnifico libro intitolato “La Cittadella” di A.J. Cronin per capire ad esempio la vita dei minatori inglesi e la storia medica delle loro patologie (pneumoconiosi, asbestosi, insufficienze respiratorie ecc.).

Ma anche oggi in alcuni stati extraeuropei è così: a coloro che nelle zone più povere di alcuni paesi orientali viene chiesto di maneggiare sostanze tossiche a domanda se fossero a conoscenza che la loro vita sarebbe stata condizionata ed abbreviata dai veleni, ci si sente ancora rispondere che “se muoio a cinquant’anni è un conto, ma se non lavoro muoio a trenta e con me tutta la mia famiglia”.

Ma un fatto è assodato: ogni scatto evolutivo dell’umanità produce vittime silenziose.

Ecco perché l’unico vero valore della Decrescita Felice sta a mio parere nell’aver sollevato il problema, non certo nella sua soluzione. Ora sta alla scienza verificarne il percorso, la veridicità ed alla tecnologia trovarne le soluzioni, tenendo conto che l’orologio dell’evoluzione non può ruotare all’indietro.

Per tornare al titolo: si stava meglio quando si stava peggio?

E chi lo sa! Tutto dipende dai parametri adottati: nell’800 mangiare carne una volta alla settimana ed avere un tetto sulla testa era stare molto bene, oggigiorno avere un iPhone del 2020 può far sentire alcune persone…disadattate!


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