Un’analisi della trasformazione dei social media da spazi di connessione a macchine di distrazione — e delle strategie che ne stanno accelerando la fine

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Ci siamo in-Franti sugli scogli della condivisione

Noi del Franti, in qualità di sito Web Inattuale o post-contemporaneo, abbiamo vissuto fin dagli esordi un paradosso complicato da risolvere. Da un lato i nostri potenziali lettori sembravano stanchi di frequentare direttamente, di propria spontanea volontà, un sito o, se vogliamo un blog, costringendoci ad una pesante e financo contraddittoria attività di “sponsorizzazione” sui soliti antipatici canali sociali. Dall’altro finiamo per accorgerci che gli amici che incontravamo un tempo con regolarità non sembrano seguire più questi stessi specchietti per allodole, sempre più oggetto di manipolazione da parte dei sempre meno numerosi burattinai. Le risorse storiche, ovvero i front end di Meta come Facebook, Instagram, Whatsapp e Threads, il post-Twitter di Elon Musk, X, e poi il sempre più anonimamente affollato canale televisivo di Google, YouTube, e Pinterest e Tumblr e TikTok e Flipboard, per non parlare dei decentrati Mastodon & c, sono vestigia di tempi migliori. Anche chi scrive sta ormai frequentando, peraltro con molto meno impegno. il Telegram dei Durov e il BlueSky di Dorsey.

Che il web sia morto non è però un’affermazione dotata di fondamento: è piuttosto scaduto a territorio di rapina, tanto che sia operata dai soliti motori di ricerca in mano alle sponsorizzazioni, che alle intelligenze generative in “addestramento” infinito, oppure più banalmente dai navigatori stessi, sempre più insoddisfatti e meno disposti verso le proposte quanto alla ricerca esasperata di conferme di ciò che presumono di sapere o che vogliono sentirsi raccontare.

Sembra che il fenomeno dominante siano i numeri fine a se stessi, anche se sono spesso ostaggio dei canali mediatici mainstream, sia quelli all’insegna del conformismo che quelli controinformativi, in ogni caso di stampo informativo commerciale-industriale-politico pronti a proporre celebrità vieppiù oggetto di imitazione.

Giunge a questo proposito un trafiletto filmato del Financial Times che sembra confermare le nostre impressioni:

Eccoci quindi intenti a tornare sulla nostra ricerca attorno allo stesso tema già toccato alcune settimane fa: che fine stanno facendo i social? E hanno ragione quanti sostengono che il web sia definitivamente “smerdificato”? Infine, ha ancora un senso cercare di farsi ascoltare, considerando che anche edicole e librerie stanno chiudendo definitivamente come le imposte dei negozi sul far della notte?

Lasciamo agli sparuti lettori residui la sentenza finale. Noi ci limitiamo a raccogliere le fonti distillandole come la grappa, buttando via testa e coda per pesare il cuore pulsante del tema.

L’Inizio della Fine

Il 2025 potrebbe essere ricordato come l’anno in cui il graduale decadimento dei social media si è trasformato in un declino terminale. Non si tratta di sensazioni diffuse o percezioni vaghe, ma di una tendenza misurabile e inequivocabile supportata da dati concreti provenienti dai paesi sviluppati. Quello che per oltre un decennio è stato il fulcro dell’esperienza digitale di miliardi di persone sta finalmente mostrando segni evidenti di affaticamento. Le persone, in numero crescente, stanno voltando le spalle a piattaforme che hanno dominato il panorama culturale dell’ultimo quindicennio.

L’annuncio simultaneo di Meta e OpenAI, nel settembre 2025, di voler saturare le loro piattaforme con feed di video generati dall’intelligenza artificiale rappresenta, in un certo senso, il culmine di anni di degrado. Stiamo parlando di “contenuto digitale ultra-processato”, progettato per massimizzare i picchi di dopamina con un valore informativo minimo — una strategia che paradossalmente potrebbe accelerare l’esodo che si prefiggeva di contrastare.

Un Trend Irreversibile

Contrariamente alla narrazione dominante di una crescita infinita, i numeri raccontano una storia profondamente diversa. Il tempo medio trascorso sui social media nei paesi sviluppati ha raggiunto il suo massimo storico nel 2022 e da allora è in costante diminuzione.

I dati più recenti, pubblicati da Statista nel febbraio 2025, confermano questa tendenza: a livello globale, il tempo medio giornaliero dedicato ai social media è sceso a 141 minuti (2 ore e 21 minuti), in calo rispetto ai 143 minuti dell’anno precedente. Questo rappresenta una flessione di quasi il 10% rispetto al picco del 2022. È fondamentale sottolineare che non si tratta di un semplice assestamento post-pandemia: si tratta di un trend fluido e costante (a smooth and steady trend, come lo definisce la ricerca) che si estende su più anni, indicando una saturazione e un allontanamento sistematico.

Altri indicatori confermano la profondità del cambiamento:

  • Stati Uniti: Secondo il Pew Research Center (febbraio-giugno 2025), mentre YouTube (84%) e Facebook (71%) mantengono un’ampia penetrazione, l’utilizzo giornaliero intensivo mostra segni di stanchezza. Solo il 10% degli adulti americani usa X (ex-Twitter) quotidianamente, segnalando il declino vertiginoso di piattaforme che fino a pochi anni fa dominavano il dibattito pubblico.
  • Adolescenti americani: La ricerca Pew del dicembre 2024 rivela che l’uso di Facebook tra i teenager è crollato dal 71% del 2014-15 al 32% attuale. L’uso di X è precipitato dal 33% di dieci anni fa al 17% odierno. Anche TikTok, pur mantenendo una base solida (60% di utilizzo), mostra segni di stabilizzazione piuttosto che di crescita esplosiva.
  • Tempo medio per piattaforma: Dati del 2025 mostrano che Facebook ha visto il tempo medio giornaliero scendere a 33 minuti, con un calo del 5% anno su anno. Instagram si attesta a 38 minuti, mentre TikTok cresce leggermente a 55 minuti — ma questa crescita nasconde una saturazione del mercato giovanile e una crescente stanchezza verso il formato.

Questi non sono semplici fluttuazioni statistiche. Rappresentano un cambiamento strutturale nel modo in cui le persone scelgono di investire il proprio tempo e la propria attenzione digitale.

Il Divario Generazionale: Chi Abbandona e Chi Arriva

L’analisi demografica del calo rivela una dinamica cruciale: a guidare l’abbandono sono proprio gli utenti storicamente più assidui, mentre le generazioni più anziane mostrano un comportamento opposto. Questo non è un paradosso, ma il segno di un’inversione generazionale che ridefinisce il panorama digitale.

Il calo nell’utilizzo è più marcato tra adolescenti e ventenni — il cuore demografico storico che ha decretato il successo di queste piattaforme. Proprio gli utenti più assidui e influenti stanno guidando la flessione. Al contrario, gli adulti più anziani stanno trascorrendo sempre più tempo in attività di scrolling, creando una divergenza significativa nel mercato e modificando l’equilibrio demografico delle piattaforme.

Questo divario è sintomatico di una trasformazione più profonda: le generazioni che sono cresciute con i social media stanno sviluppando una consapevolezza critica della loro natura estrattiva. Le generazioni che vi si avvicinano più tardi, invece, stanno ancora attraversando la fase di scoperta — quella stessa fase che i giovani nativi digitali hanno ormai superato, trovandola sempre meno attraente.

Secondo dati del 2025, il 91% della Gen Z (12-27 anni) usa i social media quotidianamente, con una media di 3 ore e 42 minuti — ma il 73% dichiara di essere “più cauto” riguardo a ciò che pubblica rispetto all’anno precedente. Questa cautela crescente è sintomo di un disincanto che prelude all’abbandono.

Dalla Connessione alla Distrazione: La Metamorfosi Antisociale

Il cuore del problema non risiede nella quantità di tempo trascorso online, ma nella trasformazione radicale delle motivazioni che spingono le persone a usare i social media. Quella che era nata come una tecnologia per connettere le persone si è lentamente evoluta in uno strumento fondamentalmente antisociale, il cui scopo primario è diventato massimizzare il tempo trascorso sullo schermo.

I dati lo confermano senza ambiguità: la percentuale di persone che utilizzano queste piattaforme per restare in contatto con amici e familiari, esprimere sé stessi o incontrare nuove persone è diminuita di oltre un quarto dal 2014. Al loro posto, è subentrata un’abitudine riflessa a riempire ogni momento libero con una “navigazione priva di scopo piuttosto che consapevole” (mindless browsing rather than purposeful).

Oggi, gli utenti aprono le app in modo quasi istintivo, principalmente per riempire i tempi morti. Si tratta di una navigazione “mindless” — senza consapevolezza —, un riflesso condizionato per combattere la noia piuttosto che una scelta intenzionale per socializzare. Il Digital 2025 Global Overview Report conferma che mentre “trovare informazioni” (62,8%) rimane la motivazione principale per usare Internet, l’utilizzo dei social media si è progressivamente spostato verso il consumo passivo piuttosto che l’interazione attiva.

Enshittification: Un Concetto per l’Epoca Presente

Questo comportamento non è una casualità, ma la diretta conseguenza di un processo di degrado sistematico che il tech writer Cory Doctorow ha battezzato “enshittification” — un termine così perfettamente calibrato per catturare lo spirito dei tempi che l’American Dialect Society lo ha nominato “Parola dell’Anno” nel 2023, e il Macquarie Dictionary ha fatto lo stesso nel 2024.

Nel suo libro Enshittification: Why Everything Suddenly Got Worse and What To Do About It (ottobre 2025), Doctorow descrive il processo in tre fasi attraverso cui le piattaforme digitali si degradano:

  1. Fase 1 — Corteggiamento degli utenti: Le piattaforme offrono prodotti e servizi utili, spesso in perdita, per attrarre utenti. Facebook prometteva di non spiare gli utenti come faceva MySpace e offriva “un feed di contenuti che gli utenti volevano vedere, piuttosto che cose che le aziende pagavano per mostrare loro”. Per un periodo, almeno, Facebook era “divertente, utile e prezioso”.
  2. Fase 2 — Estrazione di valore dai fornitori di contenuti: Una volta che gli utenti sono vincolati, la piattaforma offre accesso alla base utenti ai fornitori (publisher, inserzionisti) in perdita. Una volta che anche questi sono vincolati, la piattaforma inizia a estrarre valore da loro.
  3. Fase 3 — Trasferimento del surplus agli azionisti: Infine, la piattaforma ritira il surplus da tutti — utenti e fornitori — e lo trasferisce agli azionisti. Per gli utenti di Facebook, questo ha significato ridurre la quota di contenuti dai profili seguiti a una dose omeopatica e riempire il vuoto risultante con pubblicità e contenuti “pay-to-boost” dai publisher. Per gli inserzionisti, ha significato aumentare i prezzi e ridurre l’enforcement anti-frode. Per i publisher, ha significato sopprimere algoritmicamente la portata dei loro post a meno che non includessero una quota sempre maggiore degli articoli nell’estratto.

Guidate da una logica di massimizzazione del tempo di permanenza, le piattaforme si sono riempite di contenuti ottimizzati per rilasciare dopamina ma privi di valore informativo o relazionale. Come scrive Doctorow nella sua McLuhan Lecture del gennaio 2024: “Queste piattaforme sono diventate app che massimizzano il tempo di visualizzazione, utilizzando qualsiasi mezzo necessario per catturare l’attenzione.”

L’enshittification non è semplicemente avidità aziendale — è il risultato di un ambiente normativo che ha sistematicamente neutralizzato tutte le forme di disciplina che un tempo contenevano il potere delle piattaforme: concorrenza antitrust debole, protezione della privacy inesistente, assenza di diritto all’interoperabilità e all’uscita. Come afferma Doctorow in un’intervista a Democracy Now! dell’ottobre 2025: “L’enshittification è il collasso della disciplina. La classe dirigente americana è riuscita a neutralizzare tutte le discipline che un tempo affrontava.”

L’Accelerazione Finale: AI Slop e Video Generativi

Se l’enshittification rappresenta il processo strutturale, gli annunci di Meta (settembre 2025) e OpenAI (settembre 2025) ne rappresentano l’accelerazione finale. Meta ha lanciato “Vibes”, un feed verticale di video brevi interamente generati dall’IA all’interno dell’app Meta AI. Gli utenti possono creare, remixare e condividere clip generate da prompt testuali, scorrendo attraverso un flusso personalizzato di contenuti sintetici.

OpenAI ha risposto con “Sora”, un’app sociale basata sul suo modello Sora 2, che permette agli utenti di generare video verticali di un minuto combinando visuale, movimento e audio in scene “realistiche (e spesso surreali)”. Come descrive CNN (ottobre 2025), l’annuncio di Sam Altman presentava “una serie di video generati dall’IA di sé stesso, anticipando una nuova realtà dove video irreali diventano il fulcro dei nostri feed sociali.”

Il lancio di queste piattaforme ha immediatamente sollevato preoccupazioni diffuse su quello che viene ormai comunemente chiamato “AI slop” — contenuti generati in massa, spesso bizzarri, privi di autenticità umana e ottimizzati per catturare l’attenzione senza offrire valore reale. Come nota l’articolo CNN: “Non c’è nulla nella valanga di casualità su Sora e Meta AI che mi faccia venire voglia di scrollare all’infinito.”

TechCrunch (novembre 2025) è stato ancora più diretto nel definire Vibes come “un feed di video di AI slop in formato breve”. La Motion Picture Association ha immediatamente denunciato la proliferazione di “video che violano i film, gli show e i personaggi dei nostri membri” su Sora, evidenziando le questioni irrisolte di copyright e proprietà intellettuale.

Queste iniziative rappresentano il culmine della strategia di enshittification: non solo i contenuti autentici creati da esseri umani vengono soppressi algoritmicamente in favore di materiale sponsorizzato, ma ora l’obiettivo dichiarato è sostituire completamente la creazione umana con un’infinita cascata di contenuti sintetici personalizzati. È “contenuto digitale ultra-processato” nel senso più letterale: massimizzare i picchi di dopamina con valore informativo minimo, sfruttando la potenza dell’IA per industrializzare la cattura dell’attenzione.

L’Eccezione Nordamericana: Un Anomalia Significativa

In questo scenario di declino globale, il Nord America emerge come notevole eccezione. In questa regione, il consumo di social media non solo non sta diminuendo, ma continua a crescere in modo costante, raggiungendo livelli che nel 2024 erano superiori del 15% rispetto all’Europa.

Nel 2025, gli americani trascorrono in media 2 ore e 16 minuti al giorno sui social media, secondo i dati globali — una cifra leggermente inferiore alla media globale di 2 ore e 21 minuti, ma che contrasta nettamente con il calo registrato in Europa e in altre regioni sviluppate. Gli Stati Uniti rappresentano anche il mercato con il maggior numero di utenti Twitter/X (106,23 milioni), nonostante il declino della piattaforma.

Questa anomalia solleva domande cruciali: il mercato nordamericano è semplicemente in ritardo su questa tendenza globale, destinato a seguire lo stesso percorso di declino nei prossimi anni? Oppure esistono fattori culturali, economici o infrastrutturali specifici che rendono questo mercato strutturalmente diverso, richiedendo modelli di engagement completamente separati?

L’ipotesi più plausibile è che il Nord America stia attraversando una fase di ritardo rispetto all’Europa e ad altre regioni. La maggiore penetrazione della cultura digitale, la dipendenza economica più profonda dalle piattaforme tech (molte con sede proprio negli Stati Uniti), e un’infrastruttura pubblicitaria ancora fortemente orientata ai social media potrebbero spiegare questa resistenza. Ma è probabile che si tratti di un ritardo temporale piuttosto che di un’immunità permanente: i segnali di disaffezione sono già evidenti nelle coorti più giovani.

Digital Detox: La Contro-Rivoluzione Silenziosa

Parallelamente al declino dell’utilizzo dei social media emerge un movimento culturale più ampio: il digital detox e il minimalismo digitale. Non si tratta di una moda passeggera, ma di un cambiamento strutturale nel modo in cui le persone pensano alla propria relazione con la tecnologia.

Secondo un sondaggio Bright Horizons del 2025, il 73% dei genitori ammette che i propri figli hanno bisogno di un digital detox, con il 60% che crede che i bambini inizino a usare la tecnologia prima di saper leggere. Il dizionario Oxford ha nominato “brain rot” (decadimento cerebrale) come Parola dell’Anno 2024, riflettendo il riconoscimento sociale del deterioramento mentale causato da contenuti online di bassa qualità.

Il movimento si manifesta in forme concrete e misurabili:

  • Digital Detox Retreats: Il mercato delle proprietà tech-free è in crescita, con Plum Guide che riporta un aumento del 17% nelle ricerche per sistemazioni senza tecnologia nel 2025.
  • “Dumb Phones”: Il rilancio del Nokia 3210 nel 2024, venduto a £74,99 con il motto “prenditi una pausa dallo scrolling e riconnettiti con ciò che conta”, rappresenta un trend crescente. Lars Silberbauer, chief marketing officer di HMD (produttore di Nokia), ha dichiarato: “Il Nokia 3210 è tornato al culmine del boom globale dei dumbphone mentre i consumatori cercano di bilanciare il tempo trascorso davanti allo schermo con un digital detox.”
  • Diritto alla Disconnessione: I governi europei stanno implementando leggi sul “diritto alla disconnessione”, penalizzando le aziende che disturbano il tempo personale dei dipendenti con comunicazioni legate al lavoro.
  • App di Gestione del Tempo: App come OFFTIME, Opal, Forest e The Minimalist Phone stanno crescendo in popolarità, offrendo agli utenti strumenti per limitare l’accesso ai social media e riappropriarsi del controllo sul proprio tempo digitale.

Un dato particolarmente significativo riguarda la Gen Z: il 73% dichiara di essere “più cauto” riguardo a ciò che pubblica rispetto a un anno fa, e quasi 3 su 5 intraprendono regolarmente detox dai social media. Come scrive Lucy Baumgartner per Ad Age (agosto 2024): “Un numero crescente di Gen Z sta attivamente rifiutando i social media” — una tendenza che costringe i marketer ad adattare le proprie strategie digital-first.

La ricerca psicologica supporta l’efficacia di questi approcci. Uno studio pubblicato sull’International Journal of Mental Health and Addiction ha rilevato che pause regolari dagli schermi migliorano focus e creatività. Il Journal of Research in Innovative Teaching and Learning ha documentato che le interazioni tech-free migliorano la connessione emotiva e l’empatia.

Verso un Web più Vitale? Prospettive e Interrogativi

L’analisi del declino dei social media offre spunti cruciali per una valutazione più ampia della “vitalità del web” e delle caratteristiche emergenti dell’ecosistema digitale. Questo allontanamento non va interpretato semplicemente come un calo di popolarità, ma come un potenziale punto di svolta nel modo in cui le persone scelgono di investire il proprio tempo e la propria attenzione digitale.

Se questa tendenza dovesse diffondersi a livello globale — superando l’anomalia nordamericana —, potrebbe segnare un’autentica svolta: un allontanamento dall’isolamento e dalla distrazione, tipici dell’esperienza social attuale, verso “interazioni umane più nutrienti” e contenuti di maggior valore. Un simile cambiamento non potrebbe che aumentare la vitalità complessiva del web, favorendo un ecosistema digitale più ricco e significativo.

Emergono i profili di una popolazione online sempre più segmentata: un segmento giovane potenzialmente alla ricerca di valore e significato oltre lo scrolling passivo; un segmento più anziano che adotta abitudini di consumo digitale consolidate; e una netta divisione geografica nei comportamenti, con il Nord America che rappresenta un caso particolare.

Tuttavia, per una valutazione completa della vitalità del web, un dato cruciale risulta ancora mancante: sebbene i dati sui social media suggeriscano un cambiamento significativo, sarebbe indispensabile confrontarli con dati aggregati sulla consultazione di siti culturali, informativi e formativi. Solo un’analisi comparativa potrebbe chiarire se gli utenti stiano effettivamente migrando verso contenuti di maggior valore o se stiano semplicemente riducendo il loro tempo online complessivo.

Quello che è certo è che stiamo assistendo a un cambiamento epocale. Il modello di business basato sulla cattura dell’attenzione e sull’enshittification sistematica sta mostrando i suoi limiti. Le piattaforme che hanno dominato l’ultimo quindicennio si trovano di fronte a un bivio: possono continuare sulla strada dell’estrazione di valore fino al collasso terminale, oppure possono ripensare radicalmente il loro rapporto con gli utenti, privilegiando il valore a lungo termine rispetto ai profitti trimestrali.

La risposta di Meta e OpenAI — saturare i feed con video generati dall’IA — suggerisce che le piattaforme hanno scelto la prima strada. Ma questa scelta potrebbe rivelarsi un errore fatale. Come scrive Doctorow, “il software non mangia il mondo, lo enshittifica.” E quando l’enshittification raggiunge il suo stadio terminale, le persone finalmente se ne vanno.

Il declino dei social media non è un semplice trend statistico. È il sintomo di un cambiamento che potrebbe inaugurare una nuova era per la cultura online — un’era in cui la connessione autentica, il valore informativo e la qualità dell’esperienza tornino a prevalere sulla logica estrattiva della massimizzazione dell’engagement. E questo, senza dubbio, sarebbe uno sviluppo estremamente positivo.


Articolo basato su analisi del Financial Times e ricerche aggiornate da Statista, Pew Research Center, DataReportal, We Are Social, e contributi di Cory Doctorow, CNN, TechCrunch, NPR, Democracy Now! e altre fonti autorevoli (2024-2025).


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