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La storia non si ripete, ma spesso fa rima. Dalle guerre per il petrolio ai conflitti per l’acqua che già infiammano il Nilo, dalle supply chain paralizzate da una nave bloccata nel Canale di Suez alle teorie più estreme sulla “soluzione demografica”, questo capitolo esplora cosa accade quando le risorse essenziali vengono meno. Non per alimentare ansie apocalittiche, ma per comprendere le vulnerabilità reali di un sistema globale che abbiamo costruito efficiente ma fragile—e distinguere l’analisi scientifica dalle derive ideologiche che troppo spesso ne approfittano.


Il petrolio ha sempre avuto il colore del sangue

Quando l’Iraq invase il Kuwait il 2 agosto 1990 con 140.000 soldati, controllava improvvisamente il 20% delle riserve petrolifere mondiali. Il prezzo del greggio raddoppiò in tre mesi, da 17 a 36 dollari al barile. Un funzionario americano lo disse con brutale onestà al Middle East Research and Information Project: “Persino uno sciocco capisce il principio. Abbiamo bisogno del petrolio. Se la loro principale esportazione fossero le arance, un funzionario di medio livello avrebbe emesso una dichiarazione e avremmo chiuso Washington per agosto.”

La Guerra del Golfo stabilì un precedente che si sarebbe ripetuto. Quando nel 2003 gli Stati Uniti invasero nuovamente l’Iraq, il generale John Abizaid, comandante del CENTCOM, ammise ciò che i diplomatici negavano: “Certo che riguarda il petrolio, non possiamo negarlo.” I documenti desecretati mostrano che la task force energetica del vicepresidente Cheney aveva mappato con precisione i giacimenti iracheni già nel 2001, elencando le “Foreign Suitors for Iraqi Oilfield Contracts”—i concorrenti da escludere. Nel 2008, il petrolio iracheno tornò sotto controllo occidentale dopo trentasei anni di nazionalizzazione.

Ma il petrolio è solo l’inizio. I conflitti per le risorse si stanno spostando verso qualcosa di più essenziale: l’acqua.


L’acqua è la nuova frontiera dei conflitti

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Il Nilo scorre attraverso undici paesi, ma l’Egitto dipende da esso per il 97% del proprio fabbisogno idrico—130 milioni di persone legate a un unico fiume. Quando l’Etiopia ha completato la Grand Ethiopian Renaissance Dam nel settembre 2025—la più grande diga idroelettrica dell’Africa, con una capacità di 74 miliardi di metri cubi— il presidente egiziano Sisi ha minacciato azione militare se qualcuno avesse “toccato una goccia dell’acqua egiziana.” Nell’agosto 2024, l’Egitto ha inviato truppe e armi in Somalia, aumentando il rischio di un conflitto proxy con l’Etiopia.

Il Fletcher Forum of World Affairs ha definito questa tensione “la possibile prima guerra moderna per l’acqua.” Non è retorica: l’Egitto stima che la diga potrebbe ridurre il flusso del fiume del 25%, minacciando il 15% delle terre agricole e oltre un milione di mezzi di sussistenza.

Più a est, sul bacino del Tigri-Eufrate, la Turchia ha costruito 22 dighe che bloccano fino al 70% del flusso naturale verso Siria e Iraq. Nel 1998, Ankara minacciò azione militare contro Damasco. Durante la guerra civile siriana, l’ISIS usò le dighe come arma, deviando l’Eufrate per prosciugare intere province. E sul bacino dell’Indo, dopo l’attacco terroristico di Pahalgam nell’aprile 2025, l’India ha sospeso il trattato idrico del 1960 con il Pakistan—da cui dipendono 200 milioni di persone—innescando quattro giorni di scambi missilistici.

La World Bank stima che la scarsità idrica potrebbe costare fino al 6% del PIL ad alcune regioni entro il 2050. L’ONU prevede che 5 miliardi di persone affronteranno carenze idriche di almeno un mese all’anno entro quella data. Come ha dichiarato il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim: “La scarsità d’acqua è una grave minaccia alla crescita economica e alla stabilità nel mondo, e il cambiamento climatico sta peggiorando il problema.”


Cobalto e litio, le nuove guerre coloniali

Nel frattempo, la corsa alla transizione energetica sta creando nuove dipendenze e nuovi conflitti. La Repubblica Democratica del Congo possiede oltre il 50% delle riserve mondiali di cobalto e ne produce il 70%. Nelle miniere artigianali lavorano 255.000 congolesi, tra cui almeno 40.000 bambini—alcuni di appena sei anni—che scavano a mani nude per meno di due dollari al giorno. L’80% della produzione è controllato da compagnie cinesi.

La Cina domina anche le terre rare: 60-70% dell’estrazione mondiale, 85-91% della raffinazione, 90-94% dei magneti permanenti. Ogni caccia F-35, ogni sottomarino classe Virginia, ogni missile Tomahawk dipende da materiali che passano quasi esclusivamente attraverso la Cina. Nel dicembre 2024, Pechino ha vietato la vendita di germanio, gallio e antimonio agli Stati Uniti. Il tempo stimato per costruire una supply chain alternativa? Dai dieci ai quindici anni.

Nel “triangolo del litio” sudamericano—Argentina, Bolivia, Cile—si concentra il 56% delle riserve globali identificate. L’estrazione consuma 500.000 galloni d’acqua per tonnellata di litio prodotto. Nel Salar de Atacama cileno, l’industria ha già consumato il 65% delle risorse idriche regionali, senza consultare le popolazioni indigene Atacameño. Nel 2019, proteste di massa in Bolivia hanno fatto rescindere un accordo con una compagnia tedesca. Nel 2023, il Cile ha annunciato la nazionalizzazione del settore.


Il collasso come strategia economica

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Ma cosa ci insegna la storia su società che hanno affrontato l’esaurimento delle risorse? L’archeologo Joseph Tainter, nel suo seminale “The Collapse of Complex Societies” (1988), propone una tesi contro-intuitiva: il collasso non è un fallimento, ma una strategia economica razionale.

Le società, argomenta Tainter, sono “organizzazioni di problem-solving.” Per risolvere problemi, aumentano la complessità—più burocrazia, più infrastrutture, più specializzazione. Inizialmente questo produce benefici elevati, ma inevitabilmente si raggiunge un punto di rendimenti marginali decrescenti: investimenti sempre maggiori per guadagni sempre più piccoli. Quando arrivano gli stress esterni—invasioni, carestie, cambiamenti climatici—la società non ha più risorse per rispondere. Il collasso diventa allora la soluzione più economica: una rapida semplificazione.

“I fattori immediati di collasso—invasioni, fallimenti agricoli, malattie—possono essere cause apparenti,” scrive Tainter, “ma la causa ultima è economica, inerente nella struttura della società piuttosto che negli shock esterni.”

Jared Diamond, in “Collapse” (2005), aggiunge una dimensione cruciale: la risposta delle élite. Il suo caso studio più istruttivo non è l’Isola di Pasqua—la cui narrativa di “ecocidio” è stata smentita da ricerche genomiche recenti—ma la Groenlandia norrena. I coloni vichinghi si estinsero intorno al 1450 perché rifiutarono di adottare le tecniche Inuit di pesca e caccia alle foche, preferendo morire di fame piuttosto che abbandonare la propria identità culturale di allevatori di bovini.

“Un problema ricorrente nelle società che collassano,” osserva Diamond, “è una struttura che crea un conflitto tra gli interessi a breve termine di chi è al potere e gli interessi a lungo termine della società nel suo insieme.”


La fragilità nascosta dell’efficienza

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La civiltà contemporanea condivide le stesse vulnerabilità fondamentali, ma su scala globale e con velocità senza precedenti. Il sistema just-in-time, pionierizzato da Toyota e adottato universalmente, minimizza gli inventari facendo arrivare i componenti esattamente quando necessari. È straordinariamente efficiente—fino a quando non lo è più.

Quando la nave Ever Given bloccò il Canale di Suez per sei giorni nel marzo 2021, il costo fu di 9,6 miliardi di dollari al giorno. Il 12% del commercio mondiale transita da quel collo di bottiglia largo 205 metri. Lo studio dell’Università di Göteborg stima perdite globali di 136,9 miliardi di dollari.

La carenza di chip 2020-2023 ha mostrato qualcosa di peggio: il 75% dei semiconduttori mondiali è prodotto in Asia, e TSMC a Taiwan fabbrica quasi tutti i chip più avanzati. Una siccità a Taiwan—l’acqua ultrapura è essenziale per la produzione—combinata con la pandemia e tensioni geopolitiche ha causato perdite per 240 miliardi di dollari alla sola economia americana nel 2021 e la mancata produzione di 9,5 milioni di veicoli.

Nassim Taleb ha coniato il termine “antifragilità” per descrivere ciò che questi sistemi non sono: “Il fragile vuole tranquillità, l’antifragile cresce dal disordine.” I nostri sistemi sono stati ottimizzati per l’efficienza, non per la resilienza. I supermercati operano con scorte di 4-5 giorni. A New York, metà del cibo della città transita attraverso soli quattro ponti e due tunnel. Il Pentagono ha identificato 79 installazioni militari vulnerabili a inondazioni, siccità e incendi.


La tentazione della “soluzione” demografica

Di fronte a queste vulnerabilità, periodicamente riemerge una tentazione antica: la “soluzione demografica.” Nel 2010, il virologo Frank Fenner—l’uomo che annunciò l’eradicazione del vaiolo—dichiarò che l’umanità si sarebbe estinta entro un secolo per sovrappopolazione e “consumo sfrenato.” Paul Ehrlich, nel suo bestseller “The Population Bomb” (1968), previde che “negli anni ‘70, centinaia di milioni di persone moriranno di fame.” Perse una famosa scommessa con l’economista Julian Simon sui prezzi delle materie prime—e dovette inviargli un assegno di 576 dollari.

Il Club di Roma, con “I Limiti dello Sviluppo” (1972), fu più sofisticato: non prevedeva il collasso entro il XX secolo, ma modellava scenari fino al 2100. Le verifiche successive di Graham Turner mostrano che i dati reali seguono da vicino lo scenario “business-as-usual”—quello che indica possibili crisi a metà del XXI secolo.

Ma è fondamentale distinguere tra analisi demografica legittima e derive pericolose. La Deep Ecology di Arne Næss propone riduzioni graduali della popolazione attraverso educazione e accesso ai contraccettivi—metodi etici che funzionano: la fertilità globale è scesa da 5 figli per donna nel 1950 a 2,3 oggi. Oltre 155 paesi avranno fertilità sotto il livello di sostituzione entro il 2050.

L’ecofascismo, al contrario, utilizza preoccupazioni ambientali per giustificare violenza e discriminazione. Il terrorista di Christchurch si definì “ecofascista,” equiparando l’immigrazione a “guerra ambientale.” Pentti Linkola, ecologo finlandese, propose esplicitamente dittature per “eliminare le popolazioni in eccesso.”

La linea rossa è chiara: discutere di sostenibilità demografica è legittimo e necessario; identificare gruppi umani specifici come “il problema” è l’anticamera del genocidio. Come nota Murray Bookchin: “Ci sono razzisti appena mascherati che usano la parola ecologia per esprimere le loro opinioni, così come ci sono naturalisti profondamente preoccupati e femministe che usano la stessa parola.”


I confini planetari e l’effetto domino

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Nel 2023, l’aggiornamento del framework dei Planetary Boundaries ha confermato che 6 dei 9 confini planetari sono già stati superati: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, uso del suolo, cicli di azoto e fosforo, inquinamento chimico, acque dolci. Nel 2025 si è aggiunta l’acidificazione degli oceani.

Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, descrive la situazione con un’immagine medica: “Questo aggiornamento descrive chiaramente un paziente malato.”

Il paper “Hothouse Earth” di Will Steffen (2018)—scaricato 270.000 volte nei primi giorni— identifica il rischio più preoccupante: i tipping points a cascata. Superata una soglia critica, probabilmente intorno ai 2°C di riscaldamento, potrebbero innescarsi feedback auto-rinforzanti: scioglimento del permafrost che rilascia metano, perdita della foresta amazzonica che diventa savana, rallentamento della circolazione atlantica.

“Questi elementi di tipping possono potenzialmente agire come una fila di domino,” spiega Rockström. “Una volta che uno viene spinto, spinge la Terra verso un altro. Potrebbe essere molto difficile o impossibile fermare l’intera fila dal cadere.”


Comprendere per agire

Questo capitolo non è un manifesto del catastrofismo. È un invito alla lucidità. Le vulnerabilità documentate—dalle guerre per l’acqua alla fragilità delle supply chain, dai confini planetari superati al paradosso della complessità—non sono profezie di un destino inevitabile. Sono segnali di allarme che richiedono risposte.

La storia insegna che i collassi raramente hanno una causa singola: sono il risultato di combinazioni di stress che si accumulano mentre le élite ignorano i segnali. Ma insegna anche che le società capaci di adattarsi—di costruire resilienza invece che sola efficienza, di diversificare invece che concentrare, di cooperare invece che competere per risorse finite—possono attraversare le crisi.

Come osserva Tim Jackson in “Prosperity Without Growth”: “Ogni società si aggrappa a un mito con cui vive. Il nostro è il mito della crescita economica.” Forse il primo passo è riconoscere che questo mito ha raggiunto i suoi limiti—non per disperazione, ma per costruire qualcosa di diverso.

Uno studio del 2018 su 150 paesi ha rivelato un dato eloquente: nessun paese al mondo soddisfa i bisogni di base dei propri cittadini mantenendo un uso sostenibile delle risorse. Il “safe space” della ciambella di Kate Raworth—lo spazio tra il fondamento sociale e il soffitto ecologico—resta vuoto.

Riempirlo è la sfida del nostro tempo. E inizia dal riconoscere che le fondamenta, effettivamente, tremano.


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Ennio Martignago
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