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Cover Stories - Temi di riflessione

Quel domani che non vogliamo conoscere Capitolo 3 — Il paradosso verde: quando le alternative perpetuano il sistema

Il “verde” come soluzione apparente: quando energie alternative e sostenibilità finiscono per perpetuare lo stesso modello economico e industriale. Le alternative verdi promettono una svolta, ma spesso rafforzano il sistema che genera la crisi. Un’analisi critica del paradosso della sostenibilità.

Le presunte soluzioni alla crisi climatica non sono affatto indipendenti dai combustibili fossili — dipendono da essi per esistere e creano nuove geografie coloniali dell’estrazione. Il ritorno energetico delle rinnovabili con storage scende sotto le soglie necessarie per sostenere una civiltà complessa, mentre la produzione di pannelli solari in Cina dipende per il 60-75% da elettricità generata da carbone. La transizione verde non elimina l’estrattivismo: lo delocalizza dal Golfo Persico al “triangolo del litio” andino, dalle sabbie bituminose canadesi ai laghi tossici della Mongolia Interna, dalle piattaforme offshore alle miniere artigianali congolesi dove 40.000 bambini estraggono cobalto. Il greenwashing sistemico — con impegni “net zero” che coprono in media solo il 36-40% delle riduzioni necessarie e crediti di carbonio di cui il 94% è privo di benefici climatici reali — maschera questa continuità sotto una patina di virtù ecologica.

L’EROEI: il parametro nascosto che svela l’illusione energetica

Il concetto di EROEI (Energy Return on Energy Invested), sviluppato dall’ecologo Charles Hall nel 1973, rappresenta la chiave per comprendere perché la transizione energetica non può essere “seamless” come promesso. Si tratta del rapporto tra energia ottenuta e energia investita per ottenerla: un valore di 10:1 significa che per ogni unità energetica investita se ne ottengono dieci.

La civiltà industriale moderna è stata costruita sul petrolio convenzionale con EROEI straordinari: negli anni ’30 il rapporto raggiungeva 80-100:1, permettendo enormi surplus energetici da investire in arte, scienza, infrastrutture, sanità. Oggi quel rapporto è crollato a 11-14:1 e le proiezioni indicano 6.7:1 entro il 2050. Il “cliff energetico” di Hall indica che sotto la soglia di 7-14:1 diventa impossibile mantenere una società complessa: non rimane abbastanza surplus dopo aver estratto, raffinato e trasportato l’energia.

Le alternative presentano valori problematici. Il solare fotovoltaico senza accumulo raggiunge 9-12:1, ma quando si include lo storage necessario per compensare l’intermittenza il valore crolla a 3-4:1 — ben sotto la soglia critica. Lo studio di Hall e Prieto sulla Spagna, che include tutti i costi sistemici, ha trovato un EROEI del solare di appena 2.5:1. L’eolico non accumalato performa meglio (16-25:1), ma con batterie scende anch’esso a circa 4:1.

I biocombustibili sono ancora peggio: l’etanolo da mais statunitense oscilla tra 0.84:1 e 1.6:1 — praticamente un pareggio energetico o addirittura un “pozzo” che consuma più di quanto produce. Come nota Hall: “L’etanolo da mais è sussidiato dall’economia petrolifera generale.” Le sabbie bituminose canadesi (3-5:1) e lo shale oil (5-7:1) confermano che anche i combustibili fossili “non convenzionali” si avvicinano pericolosamente al cliff. Solo l’idroelettrico (35-110:1) e, controversamente, il nucleare (40-105:1 secondo stime ottimistiche, 5-15:1 secondo altre) mantengono valori adeguati a sostenere una civiltà complessa.

I pannelli solari sono fatti di petrolio (e carbone cinese)

La narrazione del solare come energia “pulita” ignora sistematicamente la sua catena produttiva. Il silicio policristallino, cuore delle celle fotovoltaiche, richiede il processo Siemens che consuma 60-150 kWh per chilogrammo di silicio prodotto. L’intera filiera — purificazione, crescita dei lingotti, taglio dei wafer — arriva a 360-380 kWh/kg. E da dove viene questa energia? Nel 2021 la produzione fotovoltaica globale ha generato 51.9 milioni di tonnellate di CO₂, con oltre il 60% dell’elettricità usata proveniente da carbone.

La concentrazione geografica è impressionante: la Cina controlla l’80-93.5% della produzione globale di polisilicio, il 97% dei wafer, l’85% delle celle e il 75-80% dei moduli finiti. Solo la provincia dello Xinjiang produce il 40-45% del polisilicio mondiale — in impianti alimentati da reti elettriche dove il carbone genera oltre il 75% dell’energia, e dove sono documentate condizioni di lavoro forzato secondo il Dipartimento del Lavoro statunitense.

Ma il silicio è solo l’inizio. I pannelli contengono EVA (etilene vinil acetato) come incapsulante — un copolimero termoplastico derivato dal petrolio che costituisce l’80% dei moduli. Il backsheet è fatto di Tedlar (polivinil fluoruro) o PET — entrambi petrolchimici. Le cornici sono in alluminio, la cui produzione primaria è estremamente energivora. In totale, l’embodied carbon di un pannello moderno si aggira sui 400-600 kg CO₂ per kWp — cifra in calo, ma che rappresenta un debito carbonico significativo.

Il fine vita rivela un’altra contraddizione. Meno del 10% dei pannelli dismessi negli USA viene riciclato: la maggior parte finisce in discarica, dove piombo, cadmio e altri materiali tossici pongono rischi ambientali. Il tetracloruro di silicio, sottoprodotto tossico della produzione di polisilicio, viene spesso smaltito impropriamente in Cina, avvelenando terreni agricoli.

Le pale eoliche: acciaio, cemento, resine e il cimitero delle turbine

Una turbina eolica da 2 MW richiede circa 1.300 tonnellate di cemento per le fondazioni, 295 tonnellate di acciaio, 24 tonnellate di fibra di vetro e compositi, 4 tonnellate di rame, e — nei modelli a trasmissione diretta — 400 kg di neodimio e 65 kg di disprosio (terre rare). Il peso totale equivale a 23 case americane medie. La produzione dell’acciaio avviene in altoforno con carbone; il cemento è tra i maggiori emettitori di CO₂ industriale.

Le pale sono il problema più insidioso. Composte da fibra di vetro e resine epossidiche derivate dal petrolio (bisfenolo A, epicloridrina), sono progettate per durare 20 anni ma sono virtualmente impossibili da riciclare. Le resine termoindurenti non possono essere fuse e riprocessate. Risultato: negli USA vengono smantellate 3.000-9.000 pale all’anno, e il 78% finisce in discarica secondo il NREL. Il caso Global Fiberglass Solutions è emblematico: l’azienda ha incassato 16.9 milioni di dollari da GE per riciclare pale, per poi semplicemente accumularle in depositi abbandonati in Texas e Iowa senza processarle.

L’installazione richiede camion speciali per trasporti eccezionali (diesel), gru massicce (diesel), navi specializzate per l’offshore (diesel pesante). Le fondazioni necessitano di 30-40 autobetoniere per versare i 300+ metri cubi di cemento richiesti. Ogni turbina contiene 80-700 galloni di lubrificanti petroliferi nel riduttore e nel trasformatore, che richiedono cambi regolari. Le ispezioni avvengono spesso in elicottero.

Litio e cobalto: il lato oscuro dei veicoli elettrici

Il “triangolo del litio” — Argentina, Bolivia, Cile — contiene il 58-75% delle risorse mondiali identificate. L’estrazione dalle salamoie del deserto di Atacama consuma circa 2.2 milioni di litri d’acqua per tonnellata di litio estratto. Nel Salar de Atacama cileno, l’estrazione mineraria ha già consumato il 65% delle risorse idriche della regione, secondo il World Economic Forum. Un rapporto del 2025 dell’Osservatorio Cittadino del Cile documenta perdite “irreversibili” e “irrecuperabili” dell’acquifero.

Le comunità indigene Atacameño pagano il prezzo: l’agricoltura tradizionale collassa per mancanza d’acqua mentre il litio alimenta le auto elettriche di europei e nordamericani. Il sociologo boliviano José Carlos Solón parla di “comunità fantasma” destinate a scomparire. Lo slogan delle proteste è eloquente: “L’acqua vale più del litio.”

Il cobalto racconta una storia ancora più cupa. La Repubblica Democratica del Congo produce oltre il 70% del cobalto mondiale, e secondo l’UNICEF almeno 40.000 bambini lavorano nelle miniere artigianali del sud del paese. Il rapporto di Amnesty International “This is What We Die For” (2016) ha documentato bambini di 7 anni che lavorano turni di 12 ore portando carichi pesanti, guadagnando 1-2 dollari al giorno, in tunnel non rinforzati soggetti a crolli. Tra settembre 2014 e dicembre 2015, almeno 80 minatori artigianali sono morti sottoterra solo nel sud del Congo — la cifra reale è sconosciuta perché molti incidenti non vengono registrati.

La catena di fornitura è opaca: i trader indipendenti acquistano minerale “senza chiedere da quale miniera proviene o come è stato estratto”, scrive Amnesty. Il cobalto arriva a Huayou Cobalt in Cina (tramite la sussidiaria Congo Dongfang Mining), viene raffinato, e finisce nelle batterie di Apple, Microsoft, Samsung, Tesla. Un rapporto OCSE del 2022 ha trovato “livelli bassi di due diligence” — nessuna delle 42 aziende esaminate descriveva passi concreti per gestire il rischio del lavoro minorile. Il governo tedesco ha affermato nel 2022 che fino al 30% del cobalto congolese proviene ancora da miniere che impiegano bambini.

Le aziende cinesi controllano il 70% delle miniere industriali di cobalto in Congo e l’80% della capacità di raffinazione globale. Nonostante i tentativi di ridurre il cobalto nelle batterie (celle LFP senza cobalto, catodi ad alto nichel), la struttura di mercato rimane: chi guida un’auto elettrica è collegato, attraverso catene di approvvigionamento opache, alle miniere artigianali congolesi.

Le terre rare e la nuova geografia coloniale

Le 17 terre rare (lantanidi più scandio e ittrio) sono essenziali per i magneti permanenti NdFeB (neodimio-ferro-boro) che equipaggiano motori di veicoli elettrici e turbine eoliche a trasmissione diretta. Ogni turbina offshore può contenere fino a 5 tonnellate di magneti, con centinaia di chilogrammi di neodimio e disprosio per MW. La Cina controlla il 60-70% dell’estrazione mondiale, il 90-91% della separazione e lavorazione, e praticamente il 100% della produzione di terre rare pesanti.

La miniera di Bayan Obo, vicino a Baotou nella Mongolia Interna, produce circa il 50% dell’offerta globale. Le immagini satellitari NASA mostrano un bacino di sterili di 11 km² contenente 180 milioni di tonnellate di polveri contaminate da torio radioattivo e uranio. Le comunità circostanti registrano tassi di cancro 70 volte superiori alla media nazionale cinese. A Baotou esiste un ospedale di 20 piani dedicato esclusivamente a patologie ossee. La ricercatrice Julie Klinger (Boston University) ha documentato “lesioni cutanee, capelli più sottili, denti marroni e deformità ossee” nei residenti a valle.

Quando la Cina ha inasprito le regolazioni ambientali domestiche nel 2015, l’estrazione si è semplicemente spostata in Myanmar, dove operazioni gestite da milizie etniche (l’Esercito dello Stato Wa Unito, l’Esercito per l’Indipendenza Kachin) estraggono terre rare pesanti al 185% in più rispetto al 2020, vendendo alla Cina a prezzi 7 volte inferiori al mercato. I fiumi del Myanmar ora trasportano metalli pesanti (cadmio, piombo, arsenico, mercurio) verso la Tailandia e il Mekong. Global Witness conclude: “Approvvigionarsi responsabilmente di terre rare pesanti dal Myanmar è impossibile nel contesto attuale.”

La corsa alle alternative — Groenlandia, fondali oceanici, riciclo — rivela le stesse dinamiche. La Groenlandia ha le ottave riserve mondiali di terre rare; Shenghe Resources (cinese) detiene il 12.5% del progetto Kvanefjeld, mentre Trump ha parlato di “acquistare” o addirittura annettere l’isola. Ma i depositi groenlandesi hanno tenori sotto l’1% (contro il 5-10% delle miniere produttive) e nessuna infrastruttura: il materiale estratto dovrebbe comunque essere processato… in Cina. Il deep sea mining dei noduli polimetallici minaccia ecosistemi abissali poco compresi. Il riciclo globale delle terre rare è fermo all’1%.

L’idrogeno verde: un vettore, non una fonte

L’idrogeno è presentato come soluzione universale — trasporti, riscaldamento, industria, stoccaggio energetico. La realtà è meno entusiasmante. Della produzione globale di ~100 milioni di tonnellate/anno, meno dell’1% è “verde” (da elettrolisi con rinnovabili). Il 95%+ è “grigio”, prodotto da gas naturale via steam methane reforming con emissioni massicce.

L’elettrolisi richiede 50-60 kWh per produrre un chilogrammo di idrogeno il cui contenuto energetico è 33.3 kWh — una perdita immediata del 30-40%. Se quell’idrogeno deve poi essere compresso (altro 5-15% di perdita) o liquefatto a -253°C (perdita del 25-35%), e infine riconvertito in elettricità tramite fuel cell (efficienza 40-60%), l’efficienza round-trip crolla al 18-46% secondo MIT/Nature Energy, con sistemi reali che misurano anche il 13-32%. Per confronto, le batterie al litio raggiungono l’85-95%.

L’idrogeno inoltre sfugge: le perdite stimate lungo la catena di fornitura sono dell’1.5-2.8% secondo IPCC, con tassi di perdita 1.3-2.8 volte superiori al metano. L’infragilimento da idrogeno (hydrogen embrittlement) danneggia le condotte metalliche, rendendo impossibile usare semplicemente le reti gas esistenti. Non esistono materiali ideali per il trasporto di idrogeno puro.

Quando l’elettricità per l’idrogeno “verde” viene dalla rete — come accade per molti progetti — l’intensità carbonica dipende dal mix energetico nazionale. In paesi con reti a carbone, l’idrogeno “verde” può avere emissioni paragonabili al grigio. L’idrogeno ha nicchie legittime — decarbonizzazione di acciaio, ammoniaca, forse aviazione e shipping — ma come vettore energetico universale le perdite di efficienza lo rendono profondamente svantaggioso rispetto all’elettrificazione diretta.

I biocombustibili: quando la fame compete con il serbatoio

L’etanolo da mais statunitense ha un EROEI tra 0.84:1 e 1.65:1 — in molti casi un sistema che consuma più energia di quanta ne produca. Senza i crediti per i coprodotti (mangimi animali), il bilancio diventa negativo (0.91:1). A un EROEI di 1.2:1, l’80% dell’output energetico viene consumato nella produzione; per ottenere 1 litro netto di energia servono 7.5 litri lordi.

La competizione cibo-carburante è reale. Durante la crisi alimentare del 2008, il mais destinato a etanolo negli USA passò dal 6% (2005) al 18% del raccolto. La Banca Mondiale stimò che i biocarburanti fossero responsabili fino al 75% degli aumenti dei prezzi alimentari globali (rapporto poi ridimensionato, ma l’OCSE confermò aumenti del 5-19% a seconda della commodity). Riso +217%, grano +136%, mais +125%, soia +107% tra 2006 e 2008. Ad Haiti le rivolte del cibo causarono 5 morti; 33 paesi affrontarono “disordini sociali” per i prezzi alimentari.

L’etanolo da canna da zucchero brasiliano performa meglio (EROEI 5-8:1), ma la sua espansione spinge l’agricoltura verso l’Amazzonia. Il biodiesel da olio di palma — con la resa più alta di qualsiasi coltura oleaginosa (3.700 litri/ettaro) — è stato il principale driver della deforestazione in Indonesia e Malesia: tra 2001 e 2016, 2+ milioni di ettari di foresta indonesiana sono stati convertiti in piantagioni. Il biodiesel da palma coltivata su foreste o torbiere drenate può produrre 3 volte le emissioni dei combustibili fossili.

I biocarburanti di “seconda generazione” (cellulosici) avrebbero dovuto risolvere il problema. Il Renewable Fuel Standard del 2007 prevedeva 16 miliardi di galloni/anno entro il 2022. La realtà: 630 milioni di galloni, di cui il 96% gas naturale rinnovabile e meno dello 0.1% effettivamente etanolo cellulosico. I progetti sono falliti in serie: POET Project Liberty (185M$ DOE), DuPont Nevada Iowa (200M$), Abengoa Hugoton, Beta Renewables — tutti chiusi. L’unico successo parziale è Raízen in Brasile con bagassa di canna, che opera al 39% della capacità nominale.

Il nucleare: i limiti di scala e l’eterno miraggio della fusione

Le riserve mondiali di uranio identificate ammontano a 7.93 milioni di tonnellate. Al consumo attuale di 60.000-65.000 tonnellate/anno, la durata teorica è di 100-130 anni. Ma il nucleare fornisce solo il 10% dell’elettricità globale e il 4% dell’energia primaria. Se dovesse sostituire i combustibili fossili, richiederebbe un’espansione di 10-25 volte: a quel ritmo, le riserve durerebbero 4-13 anni. I reattori autofertilizzanti veloci potrebbero estendere la durata a 2.500+ anni, ma rimangono commercialmente non provati su scala.

I tempi e costi di costruzione sono sistematicamente sottostimati. Flamanville 3 in Francia: costo originale 3.3 miliardi €, costo finale 13.2+ miliardi €; tempo previsto 5 anni (2007-2012), tempo reale 17 anni (completamento 2024). Olkiluoto 3 in Finlandia: da 3.2 a 11+ miliardi €, da 4 a 18 anni. Vogtle 3&4 negli USA: da 14 a 35+ miliardi $, 7 anni di ritardo. Un reattore da 1.000 MW richiede 500.000-600.000 m³ di cemento e 60.000-100.000 tonnellate di acciaio — materiali prodotti con processi ad alta intensità fossile.

La fusione nucleare — ITER — esemplifica il problema delle promesse non mantenute. Il target di “first plasma” è slittato dal 2016 al 2020 al 2025 a metà anni ’30. Le operazioni complete deuterio-trizio sono previste per il 2039. Il costo è passato da 10 a 20.4+ miliardi $. E crucialmente: ITER non produrrà elettricità per la rete — è un esperimento fisico. Se avrà successo, le centrali commerciali seguirebbero decenni dopo. La battuta nella comunità scientifica è che “la fusione è sempre a 30 anni di distanza” — vera negli anni ’50 come oggi.

L’intermittenza: il peccato originale delle rinnovabili

Il fattore di capacità — la quota di tempo in cui un impianto produce effettivamente alla potenza nominale — rivela il problema strutturale. Il solare ha un fattore di capacità del 15-25% (23% media USA nel 2024): 100 GW installati equivalgono a circa 23 GW di capacità effettiva. L’eolico raggiunge il 25-45% (33.5% nel 2024, minimo in 8 anni negli USA). Un impianto a gas può essere dispacciato a volontà con disponibilità dell’80-90%.

La “curva ad anatra” californiana illustra la sfida: la domanda netta (domanda meno generazione rinnovabile) precipita a mezzogiorno quando il solare è al picco, poi impenna ripidamente la sera (16-21) quando il sole cala ma la domanda domestica sale. Le centrali a gas devono rampare rapidamente per coprire il gap. Durante le “dunkelflaute” tedesche del 2024 (calme senza sole), eolico e solare sono scesi sotto il 10% della capacità per 48 ore consecutive, richiedendo massicci interventi di backup.

Le batterie grid-scale crescono — la California è passata da 500 MW (2020) a ~13 GW (inizio 2025) — ma coprono solo intermittenza di breve durata (2-4 ore). Per un giorno intero di storage USA servirebbero investimenti stimati in 3.7 trilioni di dollari. Lo stoccaggio stagionale (settimane/mesi) rimane economicamente proibitivo con le batterie. Il pompaggio idroelettrico è geograficamente limitato; l’ANU ha identificato 616.000-820.000 siti potenziali a livello globale, ma la maggior parte non ha subito valutazioni ambientali, geologiche o idrologiche.

Il risultato: il gas naturale non è un “combustibile di transizione” ma una dipendenza strutturale permanente delle reti ad alta penetrazione rinnovabile. Ogni parco eolico o solare richiede un backup dispatchable — tipicamente gas — per i momenti in cui il vento non soffia e il sole non splende.

Greenwashing sistemico: le promesse vuote del “net zero”

L’analisi di NewClimate Institute e Carbon Market Watch su 24-25 grandi corporations ha rivelato che gli impegni “net zero” coprono in media solo il 36-40% delle riduzioni reali necessarie entro le date annunciate. Metà delle aziende analizzate non ha preso alcun impegno concreto di riduzione. Le scappatoie sono sistematiche: esclusione delle emissioni Scope 3 (catena di fornitura), baseline manipolate, “neutralizzazione” via offset invece di tagli reali, obiettivi al 2050 senza milestone intermedie. Il Segretario Generale ONU Guterres ha dichiarato: “I criteri per gli impegni net-zero hanno scappatoie abbastanza larghe da farci passare un camion diesel.”

I crediti di carbonio sono il cuore del sistema. L’inchiesta Guardian/Die Zeit/SourceMaterial (gennaio 2023) su ~100 milioni di crediti REDD+ certificati Verra (deforestazione evitata) ha trovato che il 94% erano “crediti fantasma” senza benefici climatici reali. Solo il 6% (5.5 milioni di crediti) rappresentava riduzioni effettive. La minaccia di deforestazione era sovrastimata del 400% in media. I progetti “salvavano” foreste che non erano mai state realmente minacciate. Verra guadagna 10 centesimi per ogni credito certificato — conflitto di interessi intrinseco. Le aziende che usano questi crediti includono Disney, Netflix, Gucci, Shell, BP, Nestlé, Boeing, PwC.

Le compagnie petrolifere incarnano l’ipocrisia. Shell nel 2023 ha investito 2.7 miliardi $ in “rinnovabili e soluzioni energetiche” — l’11.7% del capex totale, in calo dal 15.3% del 2022. L’analisi di Global Witness suggerisce che solo l’1.5% vada effettivamente a rinnovabili; il resto include gas, offset, idrogeno. BP spende circa il 16% su “energia a basse emissioni” ma ha ridimensionato gli obiettivi 2030 dal 25-40% al 20-30% e aumentato produzione di petrolio e gas. Uno studio PLOS One (2009-2020) su BP, Chevron, ExxonMobil e Shell ha trovato “nessuna evidenza che alcuna major sia entrata nel mercato rinnovabili a una scala che indicherebbe un allontanamento dai fossili.”

La nuova geopolitica: dalla dipendenza OPEC alla dipendenza cinese

La transizione verde non elimina le dipendenze strategiche: le riposiziona. La Cina è il raffinatore dominante per 19 dei 20 minerali strategici per l’energia, con una quota media del 70%. Controlla l’80%+ della catena delle batterie in segmenti chiave, il 90%+ dei magneti permanenti a terre rare, il 95%+ dei catodi LFP, il 74-93% della filiera anodica della grafite. Nell’aprile 2025 la Cina ha introdotto controlli all’export su sette terre rare pesanti, dimostrando la capacità di usare queste risorse come leva geopolitica — esattamente come l’OPEC ha fatto col petrolio.

La Groenlandia è il nuovo fronte. Con le ottave riserve mondiali di terre rare, gallio, germanio, grafite e uranio, attira interesse da USA, Cina, UE. Shenghe Resources (cinese) è il secondo azionista del progetto Kvanefjeld; Trump ha parlato di acquisto o annessione, rifiutando di escludere l’uso della forza. L’Export-Import Bank USA ha espresso interesse per un prestito da 120 milioni $ al progetto Tanbreez. Ma l’85% dei groenlandesi si oppone a qualsiasi cessione di sovranità.

L’America Latina vive un “nazionalismo del litio”. Il Cile nel 2023 ha annunciato una strategia nazionale con partnership pubblico-private a maggioranza statale; la Bolivia ha firmato accordi da 1 miliardo $ con un consorzio cinese (CATL, BRUNP, CMOC) mantenendo il 51% statale; il Messico nel 2022 ha nazionalizzato il litio creando LitioMx con diritti esclusivi, cancellando le concessioni Ganfeng (cinese). Morales ha attribuito la crisi politica boliviana del 2019 all’interesse USA per controllare il litio. Il pattern è familiare: risorse strategiche, interventi esterni, sovranità contestata.

L’Artico si apre mentre il ghiaccio si scioglie: Russia e Cina hanno firmato accordi nell’ottobre 2024 per sviluppare la Rotta del Mare del Nord, con accesso a riserve petrolifere e di gas prima inaccessibili. Il paradosso è completo: il cambiamento climatico sblocca nuove estrazioni di combustibili fossili.

L’estrattivismo non muore mai: cambia solo maschera

I dati convergono verso una conclusione scomoda. Le rinnovabili non sono inutili — riducono effettivamente le emissioni operative — ma non sono la “bacchetta magica” della narrazione dominante. Dipendono strutturalmente da:

  • Combustibili fossili per la produzione (silicio, acciaio, cemento, resine, trasporti)
  • Backup fossile (gas naturale) per compensare l’intermittenza
  • Nuove estrazioni (litio, cobalto, terre rare, nichel, rame) che replicano le dinamiche coloniali

Il costo ambientale e umano viene esternalizzato: dal consumatore europeo o nordamericano ai bambini congolesi, alle comunità indigene atacameñe, ai nomadi mongoli vicino ai laghi tossici, ai lavoratori birmani sepolti da frane nelle miniere illegali. Come ha detto un abitante indonesiano intervistato sul nichel: “I residenti locali qui pagano il costo delle ambizioni globali. Gli occidentali guidano i veicoli elettrici, e nel frattempo noi subiamo gli impatti negativi.”

Il greenwashing istituzionale copre questa continuità con impegni “net zero” che in media riducono solo il 40% del necessario, offset carbonici di cui il 94% è inefficace, e percentuali di investimento rinnovabile che mascherano l’espansione fossile. Anche realizzando tutti gli impegni annunciati, il mondo rimarrebbe su una traiettoria di 2.1°C di riscaldamento; le politiche attuali portano verso 2.5°C.

La domanda centrale rimane: è possibile mantenere una civiltà complessa con EROEI così bassi? Le rinnovabili con storage cadono sotto la soglia di 7:1 che molti ricercatori considerano necessaria. L’idrogeno perde 60-80% dell’energia nei cicli di conversione. I biocarburanti competono col cibo e hanno rendimenti energetici risibili. Il nucleare richiede decenni e costi astronomici. La fusione rimane sempre “a 30 anni di distanza”.

Non si tratta di rinunciare alla transizione, ma di riconoscerne i limiti reali: la prosperità energetica del XX secolo era costruita su un patrimonio fossile irripetibile con EROEI straordinari. Qualunque futuro energetico avrà meno surplus da distribuire. La narrazione verde nasconde questa verità scomoda dietro promesse tecnologiche che i numeri non supportano — perpetuando il sistema estrattivista sotto nuovi colori.


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Ennio Martignago