Sorvoliamo subito su questioni scontate come il Principe di Machiavelli o il principato di Monaco detto Montecarlo detto formula uno abbbbestia, le principali e le subordinate, il principio o in principio fu…tutta roba scontata, anche fuori dai saldi. Noi principiamo – battuta – con il principe della risata, l’unico, l’irripetibile, Antonio De Curtis principe conte palatino. Ora qui di esperti araldici non ce ne sono, noi siamo scriba che riportano pedissequamente quello che la storia – per prima – ci lascia alla porta. Focas Flavio Angelo, Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio Gagliardi Antonio Giuseppe di Luigi Napoli, Principe Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero. Nobile Altezza Imperiale, questo, è il nome completo che Totò ci ha lasciato in eredità dopo una vita di spettacolo e tante ricerche – onerose assai, immaginiamo – per definire le sue origini e il suo lignaggio. Vera gloria o solo uno splendido copione? Che importa, a noi, per fortuna, rimangono i testi, le canzoni, le poesie, i film – 97 – le gag, gli sketch, le fotografie, gli amori, i ricordi di chi lo ha conosciuto, frequentato, amato.
Di lui per lui e su di lui altro non aggiungerò, salvo che, nel nostro specifico post, giunge a noi bisvalido o addirittura tris, poichè è sì attore sopraffino, ma anche principe e quindi nobile, e poi ancora autore egli stesso medesimo pure, e non solo di testi e di teatro o avan-spettacolo-teatrale, ma pure di musiche e specifiche canzoni. Una per tutte Malafemmina e ho detto tutto. Che dire poi della poetica per non dire poesia e anche rimazione ardita, che troviamo non in una, ne in due, ma in molte composizioni scritte di suo pugno. Una per tutte La livella. Corre anche l’obbligo di sottolineare che, nonostante un rapporto difficile e non rettilineo con i media, egli fu anche televisivo anzichenò, sebbene censurato ed esodato, nonchè espulso proprio in frangenti diversi per non dire ostracizzato, anche per motivi religiosi – la convivenza more uxorio con Franca Fialdini – nonchè politici, in epoche molto floride assai per la censura di Stato. Ma salutiamolo con un sincero e caloroso apprezzamento mentre recita lui medesimo – meraviglia assoluta – la poesia più celebre del suo repertorio.
Salterei a piè pari i principi di Galles, e i principi del calcio, ad esempio Giannini della Roma di qualche decennio fa, non sò dire sul momento se anche Totti godesse del titolo principesco per meriti calcistici, oltre al vezzeggiativo “er pupone”, mi manterrò su un generico forse sì. Ma di principi è davvero ricco il palmares della fantasia, e non possiamo nicchiare ne fingere di non sapere che il principe più tosto di quando la fantasia va al potere non può che essere quello adornato di panni di panno perlopiù azzurrognoli, per non dire azzurrini, e in buona parte azzurri semplci, un pò come quelli dei nazionali sportivi italiani di ogni sport, ordine e grado, nell’impegno impegnati fra una competizione olimpica un mondiale o un campionato europeo anzichenò. Vogliate gradire un’istantanea di un Azzurro Princeps a caso e con i migliori complimenti a Diego Cugia, scrittore sopraffino e, soprattutto, autore radio-televisivo, di grande spessore.

Rimanendo a Roma non possiamo non citare il Principe della musica autoriale per eccellenza, Francesco De Gregori, da sempre appellato in codesta maniera, battezzato, così pare, dall’amico e collega Lucio Dalla in anni lontani, e poi sempre nominato e chiamato in esso modo medesimo. Sul principe cantautoriale e il piccolo Principe romanzesco fanciullesco per antonomasia di Antoine de Saint-Exupéry non ci sono contatti, ma con un’altra opera del celeberrimo scrittore sì. La capriola o meglio il testa-coda, scatta improvviso con il racconto di Exupery il Pilota di guerra, – roba tosta, pilotare aeroplani e andare in guerra, (costò la vita allo scrittore pochi anni dopo) – che De Gregori apprezzò e condivise scrivendo una canzone cui diede lo stesso titolo e che inserì nel suo album Terra di Nessuno del 1987. E così prendiamo i classici due pesci con una sola braciola.
Avvicinandosi alla fine potremmo sbilanciarci verso il cinema citando in buona progressione tre principi fra l’inventato e il reale che molti ci invidiano, soprattutto il primo. Trattasi di Don Fabrizio Corbera, principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata, in arte e nella vita, ma soprattutto nel romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: Il Gattopardo. Mica bruscolini, che poi, come ben sappiamo tutti, divenne un immarcescibile e immortale classico del cinema di tutti i tempi a firma del maestro Luchino Visconti con Alain Delon, Claudia Cardinale, Burt Lancaster e un giovane dagli occhi di ghiaccio, all’epoca ancora noto con il suo nome mortale di Massimo Girotti – prima di diventare immortale nei panni di Terence Hill – e poi santo in quelli di Don Matteo. Rattute a marte, – hihihi – sprofondiamo nel cinema principesco citando due – solo due ma ce ne sarebbero davvero decine e decine – film coi e sui principi. Il principe delle maree 1991, seconda regia di Barbra Streisand con Nick Nolte e la stessa cantante e attrice americana. Campione di incassi, pluricandidato agli oscar – senza averne vinti – e vincitore di un Golden Globe. E poi il murphyano nonchè eddico Il principe cerca moglie, 1988, recentemente seguitato ma senza ricevere incassi e menzioni degne di nota. Il primo e originale classico delle commedie comiche di Eddy Murphy diretto da John Landis ha avuto invece un grande successo di pubblico incassando quasi 300 milioni di dollari contro i meno di 40 di costi di produzione. Zamunda
Chiudo sui fumetti, anche qui i principi si sprecano, citerei Valiant, uno dei primi che ho incontrato leggendo nuvolette quà e là, per non parlare di Thor, chi non conosce il principe di Asgard figlio di Odino, e Wonder Woman dove me la mettete, principessa delle Amazzoni, mica tempura di granchietti, poi abbiamo Pantera Nera ovvero il principe T’challa con l’apostrofo, che non fa mai male, – l’apostrofo – mentre il supereroe ai cattivi li mena de brutto – per dirla con er monnezza – e dulcis in fundo il principe degli Inumani, il silenzioso Freccia Nera che quando apre bocca fa sfracelli con il suo eloquio. E di canto in canto arriviamo al canto delle sirene e al nostro principe fumetto finale cui dedichiamo la chiusura e se mi riesce anche la tavola regale, ma che dico, principesca – tavola inteso come disegno finale, non si mangia, per ora – che con le sirene va a nozze, anzi le comanda, come tutte le altre specie marino faunistiche anzichenò. Mi riferisco al capo di Atlantide e altri mondi sottomarini, tutti e per tutti, insieme e da soli, l’unico e irripetibile Namor principe di lì, detto anche Submariner nei suoi panni da super per la Marvel e in particolare per i Fantastici Quattro di cui all’inizio della loro saga è fiero nemico. Ma il principe delle maree, in un altro modo rispetto al film, in realtà, dal punto di vista fumettistico, è molto di più. La storia The Sub-Mariner , composta di relativamente poche tavole, una dozzina in tutto, uscì nel – reggetevi – 1939, siamo ancora in piena guerra, anzi no, ma quasi, ancora peggio, nel pieno della propaganda statunitense contro i nazisti e loro similari. Questo racconto apparve sul numero 1 di una rivista a fumetti chiamata Marvel 1 – la rivista – pubblicata dalla Timely Comics, la casa editrice sulle cui rovine sorgerà proprio la Marvel. Assieme a lui su quella rivista fecero la loro comparsa anche la Torcia Umana, ma non era Johnny Storm e non aveva gli altri fantastici tre con sè, e Capitan America, il super soldato. Eravamo come detto in pieno periodo pre bellico, per l’America. e i fumetti – grande genere di letteratura popolare dell’epoca – servivano a fare propaganda sul popolo pro discesa in campo, per dirla alla Berlusca.

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