Particolare dell’opera Home to Go di Adrian Paci Mostra al MART Rovereto_
Mi è capitato tra gli occhi un articolo su un tema che qui abbiamo già affrontato, e che offre l’occasione di proseguire nel percorso tracciato. Si tratta di Retirement Is a Strategic Mistake (1), pubblicato su TIME.
La tesi dell’articolo è che la pensione, così come la conosciamo, sarebbe un «difetto di progettazione», il retaggio di un’epoca in cui la vita era più breve e il lavoro prevalentemente fisico.
Nell’età che l’autore chiama «Intelligente», caratterizzata dall’automazione dei compiti di routine, il vantaggio comparato dell’essere umano si sposterebbe verso giudizio, discernimento etico, creatività, saggezza, capacità che maturano con il tempo. Da qui la proposta: superare il modello a tre stadi (formazione, lavoro, riposo) in favore di una vita multi-stadio, in cui l’apprendimento è permanente, le aziende sostituiscono il pensionamento con transizioni graduali e ruoli consultivi, le università accolgono il settantenne come il ventenne, e l’individuo abbraccia la «reinvenzione» come postura esistenziale.
Il lavoro vi compare non come mera attività economica, ma come fonte di identità, struttura, appartenenza, contributo.
Detta così, la proposta sembra perfino generosa. È utile però fermarsi su ciò che dà per scontato.
Cosa l’articolo dà per scontato
Il primo presupposto è l’identificazione del lavoro con la fonte primaria del senso. È un’affermazione che vale, in effetti, per certi tipi di lavoro e per certe condizioni, per chi può scegliere il proprio mestiere, controllarne i ritmi, riconoscersi nel risultato. Vale meno facilmente per chi ha trascorso quarant’anni in un magazzino logistico cronometrato al secondo, in una catena di montaggio, o in un open space a inseguire obiettivi trimestrali fissati altrove. La domanda è se stia parlando del lavoro in generale, o solo di un certo tipo di lavoro, quello di chi scrive su riviste come TIME.
Su questo punto vale la pena richiamare André Gorz, che nelle Metamorfosi del lavoro (Galilée, 1988) distingueva con cura tra il lavoro come attività umana e il lavoro come merce, sostenendo che confondere i due piani impedisce di concepire qualsiasi politica del tempo. E Luciano Gallino, in Il lavoro non è una merce (Laterza, 2007), osservava come l’enfasi sulla «flessibilità» e sulla «reinvenzione» continua del lavoratore tenda a scaricare sull’individuo il costo di trasformazioni decise altrove.
Il secondo presupposto è il più interessante, perché sta scritto a chiare lettere nell’articolo stesso, le macchine assumono i compiti di routine. Da questa premessa l’autore deduce che gli esseri umani debbano allungare la propria vita lavorativa, riconvertendosi verso i compiti che le macchine non sanno fare. Esiste però una deduzione alternativa, perfettamente compatibile con la stessa premessa, e che è stata al centro del pensiero sindacale e politico europeo per buona parte del Novecento.
Se la produttività cresce grazie alla tecnica, il dividendo di quella crescita può essere distribuito estremisticamente in due modi, più merci e profitti per pochi, o più tempo per tutti.
La formula sintetica con cui questa seconda strada è stata difesa, lavorare meno, lavorare tutti, non è uno slogan nostalgico, è una proposizione logica. Tra le due deduzioni, l’articolo ne sceglie una sola, e non discute l’altra.
Una tradizione che la pensa al contrario
Su questo crinale conviene introdurre alcuni autori che il pezzo non cita, ma che ci permettono di farci un’idea più completa.
Jacques Ellul, in Il sistema tecnico (Le système technicien, 1977; ed. it. Jaca Book, 2009), sosteneva che ciò che caratterizza il regime tecnico contemporaneo è l’incapacità di tollerare il tempo non produttivo, ogni spazio della vita tende a essere riassorbito sotto il criterio dell’efficienza, e ciò che sfugge a questo criterio viene ridefinito come problema da risolvere. Lewis Mumford, in Il mito della macchina (Il Saggiatore, 1969-1973; orig. 1967-1970), tracciava una storia lunga di quella che chiamava «megamacchina», suggerendo che la centralizzazione del lavoro e dei tempi sia tutt’altro che un dato naturale. Neil Postman, in Technopoly (Knopf, 1992; ed. it. Bollati Boringhieri, 1993), descriveva una cultura in cui ogni sfera, la scuola, la salute, la vecchiaia, viene progressivamente subordinata al linguaggio e agli strumenti dell’organizzazione produttiva.
C’è poi una voce che è interessante richiamare proprio perché nasce dall’interno dell’impresa, non dalla sua critica esterna. Adriano Olivetti scriveva, in Città dell’uomo (Edizioni di Comunità, 1960), che «la fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti» e che deve «distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia». L’idea, che oggi suona quasi esotica, era che il fine del lavoro non fosse il lavoro, che l’organizzazione produttiva avesse senso solo nella misura in cui restituiva alla comunità tempo, cultura, autonomia.
La pensione come fatto storico
C’è un ultimo elemento che merita di essere precisato, perché l’articolo lo presenta come ovvio mentre non lo è.
La pensione, in Europa, non è un dato di natura né un retaggio inerziale.
È una conquista storica precisa, ottenuta nel corso del Novecento attraverso lotte politiche e sindacali, insieme alle ferie pagate, alla sanità pubblica, all’istruzione gratuita.
La sua forma istituzionale racchiude un’idea che non era scontata prima e non lo è oggi, che esista una parte della vita non integralmente assorbita dal rapporto di lavoro, e che questa parte debba essere garantita a tutti, non solo a chi può permettersela.
Definirla «errore strategico» significa porsi una domanda lecita, strategico rispetto a che cosa, e per chi?, alla quale ognuno di noi può rispondere ragionando sui dati che ha a disposizione, la sostenibilità dei sistemi previdenziali, certo, ma anche l’aspettativa di vita in salute, la distribuzione della produttività generata dall’automazione, la situazione del mercato del lavoro per le generazioni più giovani, la qualità reale del lavoro che si chiederebbe ai settantenni di prolungare.
La libertà offerta e la libertà sottratta
L’articolo parla il linguaggio della libertà, scelta, reinvenzione, vita multi-stadio, un individuo che progetta sé stesso fino in fondo. Vale la pena però guardare cosa, materialmente, comporti la libertà offerta, e quale altra libertà, nel momento stesso in cui viene offerta, silenziosamente viene sottratta.
La libertà offerta è quella di rimanere ingaggiati. Di reinventarsi a sessanta, settanta, ottanta anni.
Di trovare un nuovo ruolo, una nuova utilità, un nuovo «contributo». Sotto questo lessico, lo schema reale è più semplice di quanto sembri, la vita lavorativa non finisce più. La pensione, che era la forma istituzionale di una promessa precisa, esisterà un momento in cui potrai fermarti, e quel momento ti sarà garantito, diventa una superstizione da archiviare. La promessa viene ritirata, e al suo posto viene offerta la possibilità di restare nell’ingranaggio sotto altre vesti, fino all’ultimo respiro.
Una libertà che consiste nel non potersi mai fermare non è una libertà: è la cancellazione di un diritto, presentata come un’opportunità.
La libertà sottratta è quella opposta, ed è quella che il pezzo non nomina mai, il tempo che non si deve a nessuno. Tempo per i figli e per i padri, per coltivare, leggere, riparare, costruire, costruire nel senso letterale, quartieri, botteghe, associazioni, scuole, pezzi di terra sottratti alla logistica.
Spazi a misura d’uomo che, senza tempo, semplicemente non esistono. Questa libertà non è una nostalgia. È una possibilità tecnicamente più aperta oggi di quanto non fosse cinquant’anni fa, proprio grazie a quella stessa automazione che l’articolo evoca per giustificare l’esatto contrario.
Resta una sola domanda, ed è una domanda strutturale: se le macchine assumono i compiti di routine, perché il dividendo di quella produttività deve diventare obbligo a non fermarsi mai, anziché restituzione di tempo a chi quel tempo l’ha messo a disposizione per una vita intera?
La risposta dell’«Età Intelligente» è l’ingranaggio fino alla morte, dignitosamente reinventato a ogni decennio. Esiste un’altra risposta, e non richiede nessuna forzatura della tecnica, che il fine del lavoro non sia il lavoro, e che il tempo restituito a sé stessi sia la prima delle libertà concrete, quella senza la quale tutte le altre rimangono parole.
Articolo di riferimento: Klaus Schwab, Retirement Is a Strategic Mistake, TIME.
Articoli da Il Franti sul tema lavoro ed impresa Quel vestito che si chiamava lavoro La vaporizzazione dell’impresa I — Il Bello del Potere (o il Potere del Bello) L’impresa è morta, lunga vita all’impresa Il lavoro, male del secolo attuale?
Letture di sfondo:
- A. Gorz, Métamorphoses du travail, quête de sens (Galilée, 1988)
- L. Gallino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità (Laterza, 2007)
- J. Ellul, Il sistema tecnico. La gabbia delle società contemporanee (Le système technicien, 1977; ed. it. Jaca Book, 2009)
- L. Mumford, Il mito della macchina (Il Saggiatore, prima ed. it. 1969; orig. 1967-1970)
- N. Postman, Technopoly. The Surrender of Culture to Technology (Knopf, 1992; ed. it. Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia, Bollati Boringhieri, 1993)
- A. Olivetti, Città dell’uomo (Edizioni di Comunità, 1960; nuova ed. 2015)
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