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Il paradosso Gen Z: meno sesso, più infezioni sessualmente trasmissibili
La generazione più sessualmente inattiva della storia moderna registra tassi record di IST. Questo dato apparentemente contraddittorio nasconde una realtà epidemiologica complessa: non è il sesso in sé a essere cambiato, ma come, dove e con quali precauzioni viene praticato. I dati dell’ISS mostrano che la gonorrea in Italia è aumentata del 154% dal 2019, la sifilide del 60% e la clamidia del 40%, proprio mentre i giovani dichiarano di fare meno sesso rispetto alle generazioni precedenti. Il paradosso si spiega con la concentrazione del rischio in sottogruppi specifici, il crollo dell’uso del preservativo (-9 punti percentuali tra gli adolescenti europei dal 2014), e l’emergere del sesso orale non protetto come vettore silenzioso di trasmissione.
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L’epidemia nascosta nei numeri italiani
I dati del Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità fotografano un’emergenza in accelerazione. Nel 2023 sono stati diagnosticati 1.548 casi di gonorrea rispetto ai 610 del 2019—un aumento che supera il raddoppio. La sifilide primaria e secondaria ha raggiunto 752 casi, il picco più alto degli ultimi otto anni, mentre la clamidia ha toccato quota 1.116 casi con un trend in costante crescita.
La distribuzione per età rivela il cuore del problema: i giovani tra 15 e 24 anni presentano una prevalenza di clamidia del 7-8%, tre volte superiore a quella degli over 40 (1-2,6%). Per la gonorrea, il 20% delle nuove diagnosi riguarda infezioni faringee—trasmesse attraverso sesso orale—particolarmente frequenti tra le ragazze di 15-24 anni. Questo dato è cruciale: suggerisce che molti giovani praticano sesso orale senza protezione, non percependolo come comportamento a rischio.
La geografia delle IST in Italia riflette disparità strutturali. Lazio, Lombardia, Toscana ed Emilia-Romagna registrano le incidenze più alte (oltre 5 casi HIV per 100.000 abitanti), ma il dato potrebbe riflettere una maggiore capacità diagnostica piuttosto che una reale concentrazione del rischio. Le aree rurali rimangono largamente sottodiagnosticate: i 12 centri sentinella del sistema di sorveglianza ISS sono tutti localizzati in contesti urbani.
Il dato più allarmante riguarda le diagnosi tardive di HIV: il 59,9% delle nuove diagnosi avviene con CD4 inferiori a 350 cellule/μL, e l’83,6% dei casi di AIDS viene scoperto solo sei mesi prima della manifestazione clinica. Questo significa che migliaia di persone vivono e trasmettono l’infezione senza saperlo, vanificando decenni di campagne di prevenzione.

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La “sex recession” è reale, ma non racconta tutta la storia
I dati sulla diminuzione dell’attività sessuale sono inequivocabili. Negli Stati Uniti, il 24% dei giovani 18-29 non ha avuto rapporti sessuali nell’ultimo anno—il doppio rispetto al 2010. In Europa, lo studio HBSC su 242.000 quindicenni in 42 paesi conferma che l’iniziazione sessuale precoce è in calo. Il 48% degli adulti Gen Z americani non ha mai avuto rapporti sessuali, contro il 26% dei Millennials alla stessa età.

Ma questa narrazione della “generazione casta” nasconde una realtà più sfumata. Uno studio dell’Università dell’Alberta ha rilevato che i Gen Z sessualmente attivi hanno in media più partner rispetto ai Millennials, e che chi ha più partner usa il preservativo meno frequentemente. Il paradosso si risolve così: una quota minoritaria ma significativa di giovani concentra il rischio, mentre la maggioranza rimane inattiva.
In Italia, i dati HBSC 2022 mostrano che il 21,6% dei quindicenni maschi e il 18,4% delle femmine ha già avuto rapporti completi— percentuali leggermente superiori alla media europea. Ma è il dato sul preservativo a destare preoccupazione: l’uso al ultimo rapporto cala dal 69,4% a 15 anni al 65,9% a 17 anni tra i maschi, e dal 61,6% al 56,8% tra le femmine. L’esperienza non porta a comportamenti più sicuri, ma al contrario.

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Sesso orale: il vettore invisibile dell’epidemia
L’85% degli adulti sessualmente attivi tra 18 e 44 anni ha praticato sesso orale almeno una volta, e il 41% degli adolescenti 15-19 lo ha fatto. Ma meno del 10% usa protezione durante questi rapporti. In Spagna, uno studio ha rilevato che solo il 2% utilizza il preservativo nel sesso orale, contro il 29% per il sesso vaginale.

Questa lacuna comportamentale ha conseguenze epidemiologiche dirette. Uno studio del CDC su uomini gay con sifilide ha rivelato che 1 su 5 riferiva di aver avuto solo sesso orale. La gonorrea faringea, largamente asintomatica, rappresenta il 28% delle infezioni tra i giovani che frequentano cliniche per IST—e l’infezione alla gola è più difficile da trattare, fungendo da “serbatoio” per la trasmissione.
La percezione del rischio è distorta: la maggior parte dei giovani classifica il sesso orale come “a basso o moderato rischio”. Le ragioni più citate per non usare protezione sono la mancanza di educazione (22,4%), la percezione di assenza di rischio IST (19,8%), e l’assenza di rischio gravidanza (15,7%). Un intervistato ha sintetizzato: “Non puoi prendere nulla di veramente grave da quello.”

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Dating app e pornografia stanno ridisegnando i comportamenti sessuali
Tinder conta 1,4 milioni di utenti attivi mensili in Italia e oltre 75 milioni globalmente. Il 60% degli utenti ha tra 18 e 34 anni. Gli studi sulla correlazione tra app e IST mostrano risultati convergenti: un modello matematico ha stimato che le app hanno aumentato l’incidenza di IST del 9-15% annuo tra il 2015 e il 2019. Gli utenti di Grindr negli Stati Uniti hanno il 25% di probabilità in più di contrarre gonorrea e il 37% in più di contrarre clamidia rispetto ai non utenti.

Il consumo di pornografia tra i Gen Z è quasi universale: l’88% ne fa uso, e l’età media di prima esposizione è 12 anni. Il 54% ha visto contenuti espliciti entro i 13 anni. La pornografia raramente mostra l’uso del preservativo—il sesso non protetto è la norma nei contenuti mainstream—e una meta-analisi ha confermato l’associazione tra consumo di pornografia e minore uso del condom.
Ma l’effetto più insidioso riguarda la normalizzazione di pratiche specifiche. Il sesso anale eterosessuale compare nel 15-32% dei video online e fino al 50% dei DVD pornografici. Uno studio qualitativo britannico su 130 adolescenti 16-18 anni ha rilevato che le narrazioni dei giovani “normalizzano il sesso anale coercitivo, doloroso e non protetto”. Gli uomini descrivono la penetrazione “accidentale” come evento comune, e le donne accettano pratiche dolorose come parte dell’esperienza sessuale normale.

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Chi concentra il rischio: MSM, chemsex e reti sessuali
La concentrazione del rischio in sottogruppi specifici è documentata. La gonorrea tra gli MSM (uomini che fanno sesso con uomini) è 42 volte più frequente che tra gli eterosessuali. Più della metà delle diagnosi di sifilide negli Stati Uniti riguarda MSM. In Italia, il 70% dei casi di sifilide primaria e secondaria e il 52,6% delle gonorree riguardano questa popolazione, nonostante rappresenti una frazione minoritaria della popolazione generale.
Il chemsex—sesso sotto l’effetto di sostanze come GHB, metamfetamina, MDMA—amplifica ulteriormente il rischio. Uno studio spagnolo ha rilevato che i praticanti di chemsex hanno una probabilità 2,83 volte maggiore di contrarre IST. In Austria, gli utenti di PrEP che praticano chemsex presentano tassi di reinfezione del 68% superiori. Le sostanze riducono l’inibizione e compromettono la capacità di negoziare sesso protetto.

Questo modello epidemiologico spiega come le IST possano aumentare anche con una riduzione complessiva dell’attività sessuale: il rischio non è distribuito uniformemente, ma concentrato in reti sessuali densamente connesse dove la trasmissione avviene rapidamente.
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Il paradosso del testing: più diagnosi potrebbero significare meno infezioni reali
Uno studio pubblicato su PNAS nel dicembre 2025 introduce una prospettiva controintuitiva. Analizzando matematicamente l’effetto dell’espansione dello screening tra gli utenti di PrEP, i ricercatori hanno concluso che “anche quando i casi osservati aumentano, il numero reale di IST può diminuire.” Il paradosso del testing suggerisce che l’aumento delle diagnosi riflette in parte il successo delle campagne di screening, non un aumento delle infezioni.

La PrEP (profilassi pre-esposizione all’HIV) richiede test IST trimestrali obbligatori, identificando infezioni asintomatiche che prima rimanevano invisibili. La clamidia è asintomatica nel 70-80% delle donne e nel 50% degli uomini; la gonorrea faringea è quasi sempre priva di sintomi. Prima dell’intensificazione dello screening, queste infezioni circolavano silenziosamente.
Ma questo elemento di contro-narrativa non annulla l’allarme. I dati ECDC mostrano che la gonorrea in Europa è aumentata del 321% dal 2014, un incremento troppo marcato per essere spiegato solo dal miglioramento diagnostico. E il calo dell’uso del preservativo è documentato indipendentemente: dal 70% al 61% tra i maschi quindicenni europei in soli otto anni.
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L’Italia non ha mai insegnato ai suoi giovani l’educazione sessuale
L’Italia è tra i soli 7 paesi dell’Unione Europea senza educazione sessuale obbligatoria nelle scuole, insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania e Ungheria. Solo il 47% degli adolescenti italiani ha ricevuto qualsiasi forma di educazione sessuale a scuola, percentuale che scende al 37% nel Sud e nelle Isole.

Dal 1975 sono stati presentati oltre 16 tentativi legislativi per introdurre l’educazione sessuale obbligatoria—tutti falliti. La legge Valditara del 2024 richiede ora il consenso genitoriale per qualsiasi attività educativa sulla sessualità, e nelle scuole primarie e dell’infanzia l’educazione sessuale è esplicitamente vietata. L’influenza della Chiesa cattolica sulle politiche educative è documentata in rapporti OMS e IPPF europei.
Il risultato è che la pornografia è diventata la principale fonte di informazione sessuale per gli adolescenti. Il 45% dei Gen Z indica i contenuti pornografici come fonte primaria di educazione sul sesso, e il 70% dei maschi Gen Z riferisce che la pornografia è stata la loro prima esposizione alla sessualità. Questo “curricolo nascosto” non include informazioni su IST, consenso, o uso del preservativo.
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Gonorrea resistente agli antibiotici: l’allarme OMS/ECDC
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato la gonorrea resistente agli antibiotici come “patogeno ad alta priorità”. La resistenza al ceftriaxone—l’ultima linea di trattamento efficace—è aumentata dallo 0,8% al 5% globalmente tra il 2022 e il 2024, un incremento di sei volte. In Europa, la resistenza all’azitromicina è salita dal 14% al 25,6% in un solo anno (2021-2022).

Casi di “super-gonorrea” estensivamente resistente (XDR) sono stati confermati in Regno Unito, Australia, Francia, Giappone, Slovenia, Svezia, Austria, Germania e Danimarca. Quasi tutti i fallimenti terapeutici riguardano infezioni faringee—quelle trasmesse dal sesso orale—che sono più difficili da eradicare e fungono da serbatoio per lo sviluppo di resistenze.
Due nuovi antibiotici (zoliflodacina e gepotidacina) hanno mostrato efficacia in trial di Fase 3, rappresentando i primi nuovi trattamenti in oltre 30 anni. Ma la finestra temporale per contenere la resistenza si sta chiudendo.
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Lo stigma blocca i test e la disclosure perpetua la trasmissione
Lo stigma percepito riduce le probabilità di sottoporsi a test IST di circa il 50% (OR=0,48-0,54). Le barriere principali identificate dalla ricerca sono la sottovalutazione del rischio personale, la paura di esami invasivi (specialmente tra i maschi), l’imbarazzo per l’esame fisico, e soprattutto il timore della reazione di genitori e partner.
Dopo la diagnosi, i comportamenti non sempre cambiano. Circa la metà o meno degli individui diagnosticati rivela l’infezione al partner prima del rapporto sessuale. Tra i maschi, i valori legati alla mascolinità sono un predittore indipendente di non-disclosure. Uno studio ha rilevato che il 15% degli uomini che intendevano astenersi fino al test del partner ha comunque avuto rapporti. Chi non discute i rischi con il partner ha una probabilità 3,5 volte maggiore di continuare ad avere rapporti non protetti.
I tassi di reinfezione per clamidia e gonorrea nelle donne raggiungono il 32-40%, suggerendo comportamenti ripetuti ad alto rischio o partner non trattati.
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Elementi contro-narrativi e zone grigie
La narrazione del “paradosso” richiede alcune precisazioni critiche:
- Causalità incerta per le dating app: gli studi sono correlazionali, e le persone predisposte a comportamenti rischiosi potrebbero essere più propense a usare le app, invertendo la direzione causale.
- Il declino sessuale non è universale: alcune analisi del National Survey of Family Growth statunitense non trovano trend significativi di inattività sessuale tra i maschi.
- Le app potrebbero essere protettive: offrono potenziali interventi di prevenzione (promemoria per test, geolocalizzazione di cliniche, notifica ai partner) che non vengono ancora sfruttati.
- I paesi nordici hanno tassi altissimi: Danimarca (708,9/100.000 per clamidia), Norvegia e Svezia presentano i tassi europei più elevati, ma anche i sistemi di sorveglianza più sofisticati. Il dato potrebbe riflettere maggiore capacità diagnostica, non maggiore rischio.
- La copertura vaccinale HPV funziona: i condilomi ano-genitali in Italia sono diminuiti del 21,4% tra 2021 e 2023, dimostrando che gli interventi preventivi possono invertire i trend.
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Un paradosso che si risolve nella complessità
Il paradosso “meno sesso, più IST” si dissolve quando si abbandona la visione aggregata per esaminare le dinamiche sottostanti. I Gen Z sessualmente inattivi non contraggono IST; quelli attivi lo fanno a tassi elevati perché usano meno il preservativo, praticano sesso orale senza protezione, si concentrano in reti sessuali ad alto rischio, e ricevono informazioni sessuali principalmente dalla pornografia anziché dall’educazione formale.
L’Italia presenta vulnerabilità specifiche: assenza di educazione sessuale scolastica, divario Nord-Sud nell’accesso ai servizi, sistema di sorveglianza limitato, e copertura vaccinale HPV sotto gli obiettivi. Ma il problema è europeo e globale: la gonorrea è ai massimi storici in tutto il continente, la resistenza antibiotica minaccia le opzioni terapeutiche, e una generazione sta apprendendo la sessualità da contenuti che normalizzano il sesso non protetto.
Il dato che riassume l’intera inchiesta: i giovani 15-24 anni rappresentano circa il 50% di tutte le nuove diagnosi di clamidia, gonorrea e sifilide, pur costituendo solo il 13% della popolazione. Non è un paradosso—è una crisi di salute pubblica con cause identificabili e, almeno in teoria, prevenibili.
Link
∙ EpiCentro ISS (dati epidemiologici): epicentro.iss.it/ist
∙ ECDC report: ecdc.europa.eu
∙ Studio HBSC OMS: hbsc.org
∙ Report Save the Children educazione sessuale
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