Guardo annoiata fuori dalla finestra mentre sorseggio un caffè. Piove, un furgone gira l’angolo e si dissolve quasi la materia possa dipendere da uno sguardo.
Rimango così, imbambolata, gli occhi che hanno perso l’appoggio e si muovono senza meta per non perdersi.
La testa è oberata almeno come quella di un dipendente delle poste nell’ora di punta: c’è da sistemare la casa, di sopra, c’è da pagare una multa, c’è da pensare a quel paziente.
La pioggia intanto batte fuori senza sosta e tu mi manchi, qui, fra le pieghe della coscienza.
Mi hai fatto un bello scherzo ad andartene e lasciarmi sola, avrei preferito ruoli inversi ma ricaccio questo pensiero perché è egoismo e mi fa soffrire anche il solo l’idea di immaginarti condannato a questa solitudine senza senso.
Il tempo, vigliacco, è un ignobile bugiardo se di te ho perso i progetti futuri e sono rimasta sola su una spiaggia con un mucchio di sfocati ricordi.
E mi costa, tantissimo, credimi, curiosare fra quei ricordi come fossero cianfrusaglie di una vita passata, cianfrusaglie preziose ma ormai coperte di uno spesso strato di polvere.
Mi spoglio, lo specchio mi restituisce un’immagine malinconica, una donna che non riconosco. Eppure mi sembra di sentire ancora quel brivido che seguiva ogni tuo tocco leggero, quell’epifania dei sensi, quel perdersi per ritrovarsi nello spazio infinito di un letto.
La spazzola mi accarezza capelli argentati, ne perdo più del solito da un po’ di tempo a questa parte.
Come era bello il viaggio insieme e come è strano adesso, trovarsi senza biglietto, testimone dell’inutile ripetersi di paesaggi grigi che si susseguono attraverso un vecchio finestrino. Aggrotto la fronte e scaccio questa umida malinconia.
Al corso di scrittura abbiamo un nuovo progetto, quasi che in una stanza, su carta, si possa esorcizzare tutto questo dolore.
Eravamo come il tuono e il lampo, io facevo rumore e tu illuminavi la vita.
Ora sono rimasta rumore, testimonianza di una scarica di elettroni che da qualche parte deve essersi manifestata.
A me sola tutto l’onere di un fenomeno naturale dimezzato.
Preferirei scappare oppure chiudermi in un pub ad annegare fra una birra e una storia sbagliata. Magari esistesse un luogo di dannata perdizione, dove improvvisare la riabilitazione dell’anima. Un luogo dove ritrovarsi o perdersi per sempre.
Ritorno al presente. Sono in ritardo, come sempre. Mi affretto verso la porta e faccio le scale senza voltarmi quando all’improvviso ho l’impressione che tu sia dietro di me perché sento il calore del tuo respiro sulla mia nuca.
Mi giro di colpo e una lacrima mi solca il viso e lo sporca con il nero del mascara.
Maledizione, ti sento ovunque.
Ma tu non ci sei.
O forse si.
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