Per quelli il cui sonno è l’unica vita piena
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«Non colpevolizzate chi dorme a lungo. Non siete al loro posto!
Per alcuni come me, per i disabili, per i carcerati, gli anziani in casa di riposo, gli ospedalizzati, magari con problemi mentali e tante altre persone, dormire è uno dei pochi momenti in cui possono vivere una vita piena.
Non sempre è piacevole. Spesso è spaventosa, mostruosa e perfino mortale e si muore perfino più volte nella stessa notte. Ma il bello è che, proprio come quando te ne vai dal cinema dove danno un film dell’orrore, alla fine puoi uscire o puoi sempre svegliarti.
Altrimenti, non sempre, corri, fai viaggi, fai l’amore, t’innamori corrisposto o no.
Spesso — e sono i sogni peggiori — ritorni alle elementari da vecchio e scopri di non saper fare più niente. In altri brutti sogni ritorni al lavoro, in ufficio o in miniera e ritrovi i vecchi e odiati capi, ma anche gli amici andati e qualche bella collega.
Raramente torno bambino e ultimamente, probabilmente perché mi avvicino al traguardo finale, rivedo i genitori e i miei amici morti nelle situazioni meno probabili. Mi ritrovo spesso a casa di mia nonna dove sono sepolte le mie antiche radici.
E poi viaggio lontano, in luoghi inimmaginabili, o in periferie desolate, in paesi in guerra, durante un attacco nucleare. Ma anche in corse a perdifiato, in giri in barca, nuotate, spiagge deserte sotto un amico ginepro che da secoli aspettava che andassi a trovarlo per donarmi l’ombra più selvaggia che conservava per me in quella piscina di roccia liscia.
E, dopo il sogno, scopro che svegliarmi è stato anche produttivo: gli spiriti guida mi fanno balenare pensieri e idee nuove e perfino sorprendenti o improbabili.
Non tutti riescono a vivere il sonno; molti non riescono o non possono nemmeno dormire. Li capisco: a me sta capitando di riuscirci da non molto, o almeno prima non era così. Riuscirete. Riuscirete presto, abbiate fede.
Quindi, perché lo sappiate, questa notte non ho poltrito: ho vissuto molto più di quanto mi consenta il giorno.
Per cui “non mi svegliate”, come cantavano quelli del Banco del Mutuo Soccorso, “ve ne prego, ma lasciate che io dorma questo sonno. C’è ancora tempo per il giorno
Quando gli occhi si imbevono di pianto. I miei occhi… di pianto”»
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