Anche detto povero Natale – lo scrivo una volta maiuscolo e poi basta – è il ritornello dei giorni dispari e anche di quelli pari. Indice, ma anche medio e anulare, di un tempo breve ma intenso – quello denominato, natale – che il mondo e le persone del mondo, vivono, perlopiù,  in maniera affaccendata. Molti, per nostra fortuna, sono i modi per raccontare tale circoscritto periodo, senza eccedere, sostare, attingere, parodiare, solennizzare, banalizzare o anche soltanto, canticchiare  esso tempo dell’uomo e della donna e pure di essum. Come diceva il grande Edoardo De Filippo – che c’entra? – datemi tempo e vedrete; “Il mondo in fondo è un gran palcoscenico e la vita una commedia allegra o triste secondo i casi. Per vivere, gli uomini debbono adattarsi a recitare la commedia e debbono anche fingere di divertirsi”. 

E allora mettetevi comodi perchè il natale di oggi è solo e semplicemente un natale di teatro e di vita e di sogni e di drammi e di risate e di Napoli e del mondo rotondo. 

“Lucariè, Lucariè,  scetate song’ennove”

Un parto trigemino con una gravidanza in quattro anni, così Edoardo stesso definì Natale in casa Cupiello, la commedia in tre atti scritta nel 1931 e nello stesso anno rappresentata dall’autore, drammaturgo e grande attore napoletano. Atto unico nell’edizione iniziale – quello che poi diventò il secondo, nella versione definitiva –  fu trasformata, allungata, accomodata e infine portata ai definitivi 3 atti  da De Filippo dopo una serie di rimaneggiamenti e rimescolamenti, nel corso degli anni. Tre anni o 12, barra, 13, a seconda delle fonti, che noi, rispettosamente, citiamo tutte come un sol uomo, o donna, o um. In realtà  più che le fonti sono i termini della questione a essere particolari,  siccome, particolare era il grande autore di teatro. La commedia subisce aggiunte e variazioni per anni, anche dopo avere raggiunto, tre o quattro anni dalla prima stesura e rappresentazione, la sua forma ideale  – tre atti – perchè è così che Edoardo vede e tratta le sue commedie. Pezzi di sè, corpi vivi, che si trasformano, si adattano, cambiano, nel corso del tempo e delle rappresentazioni. Nelle quali, è bene ricordare, l’autore è anche protagonista, in scena. Come dire, tagliandi su strada, verifiche, che portano a piccoli o grandi aggiustamenti, per raggiungere, l’armonia finale e definitiva.  La storia è ispirata al natale ma col natale non ha niente a che fare. Nella stessa storia si parla, si vede, si fa, si giudica, si dubita, si litiga, si filosofeggia e ci si spaurisce e pure si frigna, davanti, dietro, in mezzo, di lato, in alto e pure in basso, al presepe. E non si capisce o forse si, ora andremo a vedere, se trattasi di presepe normale, oppure di presepe napoletano. Vediamo:

Presepe napoletano senza alcun dubbio, Lo dice chiaramente Lucariè – Edoardo – nel mentre che spiega al figlio Tommasino(Nennillo) – che poi è Luca De Filippo, nipote – figlio di Peppino De Filippo – , attore e drammaturgo egli stesso – come è composto il presepe che si accinge a costruire. 

Per inciso, e solo per quello lo giuro, c’è questa distinzione fra il presepe regular e quello napoletano. Detto in estrema sintesi e parecchio in soldoni, il presepe classico, attribuito a San Francesco e al 1200 come ideazione e prima realizzazione, sarebbe solo rappresentativo della natività e di tutte quelle forme di adorazione legate al simbolo religioso; Il presepe napoletano, di cui si conoscono prime versioni già nell’anno 1000, riunisce sacro e profano nella sua realizzazione, secondo un canone preciso che mette assieme la natività con la grotta o la capanna e i re magi e; le rappresentazioni della vita reale della città – Napoli –  con osterie, negozi, taverne,  pescatori e meretrici. Il realismo fa la differenza. E in Natale in casa Cupiello come in molte altre opere dell’arte e dell’ingegno, per dirla alla maniera illuminista – qualunque cosa questo voglia dire – troviamo influssi e relazioni e rappresentazioni delle diverse declinazioni del presepe e del natale tutto. Ad esempio nella raccolta di racconti di Anna Maria Ortese Il mare non bagna Napoli vi è  una storia  di solitudine e  amarezza, ambientata nel periodo di natale. Il racconto si chiama Interno familiare e ci fa immergere in una sorta di  presepe moderno dove sono la solitudine e l’amarezza a trionfare. Non certo, el comercio, per dirla con gli olandesi, o le pie gesta, e, tantomeno l’allegria o il consumismo. 

Ma ridendo e scherzando o forse piangendo e spolpando – panettoni e polpacci di polli e tacchini – troviamo, –  e pensare che non li stavamo neanche cercando – altri esempi profani e forse anche un pochino profanatori del natale – anche senza i Cupiello, nevero – in cui si racconta e si craccontano, cose, persone e presepi, diversi e roversi, persino. Uno di essi, a dir la verità davvero gustoso, delizioso nevero, direi tosto, è un film di animazione realizzato da un regista italiano specialista dei cartoon che si chiama Enzo D’Alò

Un gigante dell’animazione nostrale, paragonabile al grandissimo Bruno Bozzetto, e ho detto tutto, che nel 2003 e con la collaborazione di Pino e dico Pino Daniele, non zucchine trifolate, inventa, disegna, gira e poi realizza – anche le musiche, assieme al Nero a Metà – intendiamoci – perchè D’Alò nasce musicista oltre che cartoonist e animatore – Opopomoz. Film animato sul natale desueto e inconsueto dove un bambino, Rocco, sta nelle ambasce – anche ambascie – per l’imminente arrivo di un fratellino. La parta, ma anche il parto o il partum, è previsto proprio la notte di natale. Il bimbo Rocco, preoccupato e anche un pochino arrabbiato coi suoi, e soprattutto geloso assai, si fa convincere da alcuni diavoletti – che passavano da Napoli per caso – a mettere in atto un piano per sabotare la natività – quella della tradizione presepica – entrando piccolo piccolo proprio dentro il presepe di casa. I furfanti diabolici lo convincono infatti che se riuscirà a non far nascere il bambinello anche il fratellino scomodo non arriverà a prendere il suo posto nel cuore dei genitori. 

Comunque la si voglia mettere, per quanto la si voglia vedere, in quanto la si creda e consoli, la notte va e il giorno viene e Lucariello sta inguaiato col suo presepe. Solo alla fine  e grazie alla redenzione del figlio ribelle divenuto improvvisamente prima prodigo e poi maturo e futuro nuovo capo famiglia, tutto si sistema, e tutti vissero, quelli che sopravvissero, gli altri un poco meno, felici e contenti, ma soprattutto entusiasti del presepe e forse – chissà – anche della vita – metafora – e meta-rappresentazione del presente, passato e futuro prossimo e anche ventuno, o venturo. 


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