Tutto nasce dal rosolio e quindi prima di “nanassarci” prendiamo in considerazione la significanza rosoliatica e facciamone tesoro. Secondo storie e leggende esso liquor liquoris della terza – il rosolio – è un’infusione alcoolica. Allora, io mi concentrerei su questa prima parte, poi certo c’entrano le rose e magari il sole e la rugiada, ma al momento tenete ferma per non dire stretta la dicitura “infusione alcolica”. Nel proseguo della definizione rosolica va da sè che i petali “quando li colsi” – come dice il poete – delle, o meglio, dalle rose, – avevano ancora su di sé la rugiada del mattino ma anche il sole delle prime ore della giornata quindi erano morbidi profumati e freschi, non certo sfioriti. Nel pieno del loro fulgore, essi petali, si infondono nell’alcol per far nascere, dopo attenta e malcelata macerazione, quel liquorino tanto caro a nonne e mamme che faceva capolino dalle credenze e soprattutto dalle vetrinette delle cucinette delle ziette. Il rosolio.

Con il Rosolio di base e, quello che volete, di altezza, si ottiene l’area del cespuglio, ma anche di tutte le superfici arboree o erbolariche di cui vorrete occuparvi nel macerar m’è dolce in questo mare. Sempre il poeta. E quindi nel solito modo potrete ben presto ottenere anche l’area del fico d’india, per poter produrre il Nanassino, liquor rosolico a base di fichi d’india. E di rosolio in rosolio avrete molteplici e variegate produzioni di liquorini dedicati, ottenuti nello stesso modo del “macerato alcolico di rose” – the principal direbbero a brookkolino – una soluzione liquorosa, una infusione alcolica di: erbe aromatiche, radici di robe, frutta in vario tipo dimensioni e provenienze.

Quindi prendendo la ricetta base del rosolio, virandola e adattandola chessò al fico d’india – frutto esotico estero arrivato da noi coi “mori” e che ora abbonda in natura naturalmente nell’italico paese soprattutto al centro e al sud – ricaviamo un liquore dolce, non troppo forte – 25-35 gradi max – dal colore giallognolo tendente all’arancio o addirittura al rosso vivo chiamato Nanassino dai più e forse anche dai meno. Esso liquorino, tipico della Campania, in particolare della costiera amalfitana – da dove proviene un altro rosolio atipico giallo e non dico altro – si produce anche nella provincia di Salerno e nel Cilento. Ma, attenzione, il solito rosolio di fico d’india non disdegna, magari sotto nomi diversi e spoglie camuffate, di attribuirsi altre origini e diffusioni, ad esempio sicule per non dire peloritane, ma anche pugliesi per non insinuare garganiche. Qui lo dico e non lo nego ma sono pronto ad appellarmi alla convenzione di Ginevra e al primo emendamento.
Il nome nanassino ve lo confermo non è casualmente simile al modo in cui definiamo correntemente un altro frutto esotico: l’ananas. Anzi e ma, e dico ma, il liquore si chiama come esso frutto, ma con lui non ha legami. Leggenda vuole che in Campania nei tempi andati, il popolo e non solo lui, chiamasse i fichi d’india e pure gli ananassi nello stesso modo identico uguale e dialettale proprio lui. Da lì sorse o sorgette il nome del liquore liquoroso prodotto esclusivamente in proprio e in famiglia nella case campane dei benestanti, all’epoca, anni ‘50 del secolo scorso; con le cocce, per non dire bucce, del fico e dell’india e solo loro, e distribuito ai commensali nelle feste comandate coi biscottini a fine pasto. Il rosolio di fichi d’india, suvvia. Come recita il sacro detto: “Paese che vai rosolio che trovi” . Letteralemente nanassino significa: piccolo liquore fatto con le nanasse. Se poi voleste altri particolari sappiate che anche la o il ratafià è stata/o/um coinvolt nella partita, ma non oggi e non adesso, magari un’altra volta. Nel senso che al pari dei rosolii anche le ratafie o ratafiè con l’accento, sono liquori di macerazione e infusione, e abbondano nella penisola essi loro pure. Al punto che pure il nostro Nanassino viene spesso definito anche ratafiè oltre che rosolio.
Nel concludere aggiungerei in breve la ricetta pop per non dire popolare del medesimo liquor che estraggo con candore ma anche un certo piacere dal sito ufficial uficialmente della Regiona Campania assessorato all’agricoltura proprio lui:
l’antica ricetta, prevede l’infusione, per circa 10 -15 giorni in alcool a 95°, delle bucce di una decina di fichi raccolti al punto giusto di maturazione, verso la fine di agosto. Dopo il riposo, che deve avvenire rigorosamente al buio, l’infuso va filtrato e diluito con pari quantità di sciroppo preparato con acqua e zucchero di canna in quantità orientativa di 400 g, ma variabile a seconda del gusto personale. Si ottiene un liquore di colore giallo più o meno chiaro, a seconda dei frutti utilizzati
Il nanassino va servito e sorbito gelido, freddo, meglio se stante in freezer precedentemente, come il parente più noto al limone e di Amalfi. Ci siamo capiti. In ogni caso esso prodotto fa parte dei Pat e si sa che pat chiar e amiciz lung è uno dei proverbi più antichi della tradizione italiaca o forse italiaca, chissà. Nella realtà, – sapete tutti delle facezie che il ministero venusiano ci racconta quotidianamente, – i pat sono i prodotti agroalimentari tradizionali del nostro Paese. All’alba del 2020 erano più di 5000, ma non mi stupirei se fossero aumentati nel frattempo. E attenti perchè i pat non sono gli igp e i dop tantomeno i doc o anche i serial tv. Questi ultimi non sono neanche alimenti (forse per l’anima?). Checchè se ne dica, in loco e localmente, oltre alla produzione strettamente familiare, ci sono anche nanassini da asporto. Ma non in bottiglia e in vendita, tengo a precisare, bensì, al massimo a fine pasto dopo una sontuosa abbuffata di specialità campane, li assaporerete – i nanassini o meglio un bicchierino di – in quanto prodotti dagli stessi ristoratori per sè e per voi, al più e senza meno. Altri nanassini che però non si chiamano così e quindi sono “solo” liquori di fichi d’india, invece, si trovano e abbondano qui e là, nel destro e nel manco, del resto dell’Italia, e a loro sono dovute alcune delle foto attratte per non dire inserite e ritratte in esso post. Salutandovi da Salerno vi invito a fare pat pat ai vostri amici animali quando li vedrete oggi o al massimo domani nel cortile o sul divano di casa, magari sorseggiando voi pure un bicchierino di nanassino gelato prodotto con le vostre stesse abili manine. Blip.


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