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Help 2: la musica come coscienza (o almeno ci prova)

“Help 2”, prodotto da James Ford, raccoglie le più grandi band britanniche per War Child. Trent’anni dopo Brian Eno, la musica si ricorda di avere un’anima.

Help 2 cover

Categoria: Musica | Tag: Help 2, War Child, James Ford, Brian Eno, Pulp, Arctic Monkeys, Fontaines D.C., Bat for Lashes, beneficenza, album 2026 Data: Marzo 2026 | Autore: Il Franti


C’è qualcosa di paradossalmente commovente nell’idea che la musica pop — quell’industria dove si litiga per le royalty dei sample e si vendono NFT di chitarre virtuali — riesca ogni tanto a guardarsi allo specchio e decidere di fare qualcosa di utile. Successe nel 1995 con Help, l’album benefico prodotto da Brian Eno a favore di War Child, l’ONG fondata nel 1993 per sostenere i bambini nelle zone di conflitto. E succede di nuovo nel 2026 con Help 2, che ha il buon gusto di non fare peggio del suo predecessore — il che, considerando l’eredità, è già un’impresa notevole.


PERCHÉ HELP 1 ERA UN’ANOMALIA

Brian Eno

Il primo capitolo della storia merita di essere raccontato, perché spiega molto del perché il secondo funziona. Nel 1995, Brian Eno — l’uomo che aveva già reinventato il rock con i Roxy Music, poi il pop con Bowie, poi l’ambient con se stesso — si mise al lavoro come produttore per raccogliere fondi destinati ai bambini travolti dalla guerra nei Balcani. Il risultato fu tutt’altro che il solito disco della buona volontà, uno di quei progetti in cui le star sorridono in copertina e il contenuto musicale è proporzionalmente inverso alla generosità dichiarata.

Eno costruì qualcosa di coerente: cover intriganti (Sinéad O’Connor che reinterpretava “Ode to Billie Joe” con una delicatezza chirurgica), collaborazioni improbabili eppure riuscite (Paul McCartney insieme a Paul Weller e Noel Gallagher — tre decenni di musica britannica nello stesso studio), e i big del Britpop al massimo della loro rilevanza culturale. Il collante non era la beneficenza, era la produzione: Eno sapeva che senza una visione artistica unitaria il disco sarebbe diventato un karaoke di lusso.


JAMES FORD, L’EREDE INVISIBILE

James Ford

Trent’anni dopo, il testimone passa a James Ford, che di mestiere ha prodotto quasi tutto ciò che ha definito il suono britannico degli ultimi quindici anni. È lui l’architetto silenzioso di Help 2, e la sua presenza — discreta quanto decisiva — è forse la vera chiave di lettura dell’album. Molti degli artisti coinvolti li ha già seguiti in studio: conosce le loro voci, le loro ossessioni, i momenti in cui tendono a nascondersi dietro l’ironia e quelli in cui si espongono davvero. Questo spiega perché un disco potenzialmente caotico — decine di artisti, stili opposti, generazioni a confronto — suoni invece come qualcosa di organico, quasi necessario.


I VECCHI E I NUOVI: CHI SORPRENDE, CHI CONFERMA

Tra gli anziani del nuovo Help, Damon Albarn guida “Flags” con un ensemble che mette insieme Grian Chatten dei Fontaines D.C., Johnny Marr e il poeta Kae Tempest: un incrocio tra generazioni e generi che sulla carta sembra una riunione di condominio, ma nell’ascolto funziona come una dichiarazione collettiva.

I Pulp però sono la vera sorpresa. “Begging for Change” è un pugno in faccia vestito da canzone: chitarre urlanti su una base dance, Jarvis Cocker che si trasforma — credibilmente — in qualcosa che non avremmo mai immaginato da lui, il garage rock. È il tipo di momento in cui un artista smette di essere un’istituzione e torna a essere un musicista.

Gli Arctic Monkeys virano verso le armonie alla Steely Dan in “Opening Night”, un brano lussureggiante e lounge-y che conferma la loro capacità di reinventarsi senza perdere il filo. I The Last Dinner Party consegnano “Let’s Do It Again”, singalong glamour con ottoni da osteria — esattamente quello che ti aspetteresti da loro, ma eseguito con una precisione che impedisce di ridurlo a auto-citazione.

Natasha Khan

Cameron Winter dei Geese firma “Warning” evocando le colonne sonore di Bernard Herrmann con Amy Langley al violoncello: il thriller come mezzo di denuncia, l’ansia come linguaggio politico. Wet Leg porta finalmente in studio “Obvious”, un pezzo amatissimo dai live. I Young Fathers fanno post-punk rumoroso e vitale, Arlo Parks deposta un gioiellino R&B, e Bat for Lashes — con “Carried My Girl” — realizza forse il momento più devastante dell’intero album: Natasha Khan dipinge il ritratto di una genitorialità in mezzo al conflitto con la precisione dolorosa di Kate Bush, e riesce nell’impresa rara di essere emotivamente onesta senza scivolare nel ricatto sentimentale.


LE COVER: DOVE L’OMAGGIO DIVENTA INTERPRETAZIONE

Help 2 dimostra che il modo migliore per coprire una canzone è trasformarla, non conservarla. Beabadoobee tributa Elliott Smith con una “Say Yes” commovente. I Depeche Mode prendono “Universal Soldier” di Buffy Sainte-Marie e la fanno pulsare con la loro urgenza elettronica. Beth Gibbons dei Portishead prende “Sunday Morning” dei Velvet Underground e la fa svanire in un sogno nebuloso che Lou Reed avrebbe probabilmente approvato borbottando.

I Fontaines D.C. affrontano “Black Boys on Mopeds” di Sinéad O’Connor con una rispettosa brutalità: archi che premono, percussioni che rimbombano, ma senza sacrificare la sottigliezza devastante dell’originale. È un omaggio che suona anche come dichiarazione di continuità — Sinéad cantava di razzismo, conflitti, bambini morti, e il 2026 non ha reso quella canzone meno necessaria.

Fontaines DC

Beck e la cantautrice pakistana Arooj Aftab si incontrano in “Lilac Wine” (la canzone che molti conoscono nella versione di Jeff Buckley), e il risultato è una fusione di geografie musicali che rispecchia l’idea di fondo del progetto: i confini nella musica sono meno solidi di quelli che costruiamo intorno alle nazioni. Ezra Collective e Greentea Peng consegnano “Helicopters” in chiave rocksteady. E Olivia Rodrigo, accompagnata da Graham Coxon tra gli altri, porta una versione de “The Book of Love” dei The Magnetic Fields che è insieme sorpresa e conferma: lei sa esattamente cosa fare con una melodia.


COSA TIENE INSIEME TUTTO

La risposta breve è: la consapevolezza che fare musica per una causa non esige di rinunciare all’arte. La risposta lunga è che sia Eno nel 1995 che Ford nel 2026 hanno capito che il rischio più grande di un disco benefico non è l’autoindulgenza, ma la genericità. Quando la musica si fa portavoce di qualcosa, tende a diventare ovvia, a parlare con la voce neutra del comunicato stampa. Help e Help 2 evitano questo errore perché chiedono agli artisti di portare se stessi — le loro ossessioni, il loro rischio, la loro possibilità di fallire — e non semplicemente la loro firma.

War Child ha continuato il suo lavoro per tre decenni. Trentuno anni dopo il primo album, il mondo dei bambini nelle zone di conflitto non è migliorato abbastanza da rendere Help 2 inutile. Forse è questo il dato più amaro di tutta la storia. Ma finché c’è qualcuno disposto a fare dischi così per aiutare, c’è almeno la prova che la musica sa ancora fare qualcosa di più che riempire le playlist.


Help 2 è disponibile in digitale e in formato fisico. I proventi vanno a War Child. Per saperne di più: warchild.org


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Ennio Martignago