Spunti e considerazioni sulla realtà artificiale (con bonus musicale in coda)
Stamattina al bar mentre bevevo un caffè ho notato due giovani che sorridendo hanno fotografato la loro colazione prima di farla.
Un gesto per ricordare il momento e condividerlo nei social, e tutto ciò mentre i cappuccini si raffreddavano…
Questo è il mondo in cui viviamo: la completa “hollywoodizzazione” dell’esistenza.
Oggi ognuno ha il proprio studio di produzione in tasca e il proprio pubblico pronto a consumare lo spettacolo.
Ci sono persone che sono cresciute a pane e digitale e non conoscono altro modo di vivere se non attraverso una sceneggiatura improvvisata che proietta vite personali a un pubblico simultaneo di milioni.
In effetti è finita l’epoca delle diapositive casalinghe sul divano del salotto, oggi si deposita tutto online, e la visione è aperta a tutti.
Ogni aspetto della vita diventa contenuto: la mattina è un “morning routine”, i problemi personali diventano “storytime”, la crescita personale si trasforma in “glow up” documentato.
Non viviamo più le esperienze per poi raccontarle. Viviamo direttamente PER raccontare. Nel momento stesso in cui accade qualcosa, il primo pensiero non è “cosa significa per me?” ma “come lo racconto?”, “farà views?”, “diventerà virale?”.
Questo nuovo mondo porta un lessico anglofono e globale che crea barriere generazionali: i genitori non capiscono cosa significhi “essere ghostati”, mentre per i giovani sono concetti quotidiani. Ogni piattaforma ha il suo gergo, ogni trend porta nuove parole che durano quanto una storia di Instagram, 24 ore.
Questa hollywoodizzazione totale ha trasformato il mondo in una rappresentazione continua, un “Truman Show” che si replica all’infinito. Ma non è più lo show di un singolo protagonista: è lo spettacolo simultaneo di una moltitudine di persone che, se si incontrassero fisicamente, nessuna piazza del mondo potrebbe contenerle.
La Rete permette questo miracolo impossibile e quindi fa anche credere che l’incontro sia reale, anziché effimero e soprattutto subdolamente naturale, quando in realtà è ben orchestrato e sceneggiato con l’interesse di attrarre spettatori.
E in tutto ciò si inseriscono gli agenti AI, non semplici assistenti digitali ma strumenti di architetti costruttori di una realtà sempre più artificiale, sempre più controllata.
L’AI come sistema totale
Gli agenti AI hanno amplificato tutto. Non c’è più un “retroscena” dove essere noi stessi.
Ogni interazione con ChatGPT o Claude viene registrata, analizzata, usata per addestrare il sistema.
Anche quando pensiamo di essere soli con l’AI, stiamo ancora recitando.
L’AI ci insegna come recitare. Impariamo a fare domande nel modo che l’AI capisce meglio.
Adattiamo il nostro pensiero a quello che l’AI può elaborare.
Quante volte hai riformulato una domanda per ChatGPT perché non ti dava la risposta che volevi?
In quel momento non stavi solo usando l’AI,
stavi imparando a pensare come vuole l’AI.
Se Henry David Thoreau nel 1854 scriveva “Gli uomini sono diventati gli strumenti dei loro strumenti”, oggi cosa siamo diventati?
Gli agenti AI sono gli strumenti attraverso cui i veri registi dello show operano nell’ombra.
Le piattaforme, potenziate dall’integrazione di agenti AI sempre più sofisticati, decidono cosa vedi (l’algoritmo sceglie per te), quando lo vedi (le notifiche ti chiamano), come reagisci (gli AI assistant ti suggeriscono le risposte).
Ti promettono contenuti “personalizzati”, ma in realtà ti danno le stesse cose che danno a milioni di persone come te.
L’individualità spinta all’estremo, potenziata da piattaforme che utilizzano agenti AI, ci rende apparentemente onnipotenti.
Ci illude di avere una conoscenza infinita che può trasformare ogni aspetto dell’esistenza in problema risolvibile: hai un dubbio esistenziale? Chiedi a ChatGPT.
Problemi d’amore? Consulto psicologico? C’è un’app.
Diventiamo esperti istantanei di tutto, possiamo “conoscere e sapere tutto” senza mai comprendere davvero nulla. L’efficienza diventa l’unico valore, l’imprevedibile sparisce, la personalizzazione è un’illusione di massa.
Maya: il velo digitale che copre la realtà
Nelle filosofie orientali, “Maya” è l’illusione che scambiamo per realtà. Come guardare il mondo attraverso occhiali colorati e dimenticarsi di averli.
Gli agenti AI sono macchine perfette per creare Maya digitale.
Creano infinite variazioni che sembrano diverse ma sono tutte uguali – come i video di TikTok che seguono sempre gli stessi pattern. Ti fanno credere di parlare con “qualcuno” quando stai parlando con uno specchio deformato di dati umani riciclati. Promettono conoscenza infinita ma offrono solo informazioni senza saggezza.
L’illusione più grande non è quella che crea l’AI, ma quella che creiamo noi: crediamo che avere accesso a infinite informazioni significhi essere più saggi, che avere infinite connessioni significhi essere meno soli. In realtà, siamo come bambini in un negozio di caramelle che possono assaggiare tutto ma non possono mai essere sazi.
La deriva verso il superficiale
L’AI accelera la perdita della capacità di pensare in profondità:
- Non leggiamo più libri, scrolliamo feed
- Non riflettiamo più, reagiamo
- Non argomentiamo più, commentiamo
- Non approfondiamo più, surfeggiamo
- Non ricerchiamo più, ma vediamo un esperto su YouTube che ci dà la ricetta per ogni cosa
E in tutto ciò c’è anche il tema della censura, ma c’è di peggio perché la verità viene sommersa in un oceano di contenuti irrilevanti. Ad esempio, le crisi umanitarie diventano trend di un giorno, le catastrofi ecologiche diventano challenge virali, le guerre diventano hashtag che durano una settimana. Tutto ha lo stesso peso nel feed: il gattino carino, la guerra, la ricetta, il disastro. Tutto scorre alla stessa velocità, tutto genera lo stesso tipo di reazione, emoji e cuoricini, insulti e parole amorevoli.
La generazione TikTok: attori del proprio show
Per i ventenni di oggi, la domanda “quello che vedo è reale?” non è filosofica. È quotidiana, urgente, angosciante. Sono cresciuti in un mondo dove prima impari a fare selfie, poi impari a guardarti allo specchio. Prima hai un profilo social, poi hai un’identità.
I giovani, ma non solo loro, vivono come se fossero sempre davanti a una telecamera.
Non si chiedono più “come sto?” ma “come sembro stare?”. Non “cosa provo?” ma “come documento quello che provo?”.
Ogni emozione deve essere “aesthetic”, esteticamente presentabile per il feed.
Il passato che imprigiona il futuro e che ignora il presente
- Gli agenti AI hanno un problema fondamentale: sono addestrati su dati del passato.
- Ogni risposta è un remix del passato, ogni “novità” è una ricombinazione del vecchio.
- È come avere un DJ che può solo remixare vecchie canzoni ma non può mai crearne di nuove.
- Chiedi all’AI come essere felice e ti darà consigli scritti migliaia di volte.
- Chiedi come cambiare il mondo e ti darà ricette già fallite.
- È un sistema che sembra innovativo ma è profondamente conservatore.
- Promette il cambiamento ma consolida lo status quo.
Il paradosso e la via d’uscita
Nella catena infinita di influencer e influenzati, nessuno è completamente libero. Il creator con milioni di follower è schiavo dell’algoritmo, programmato da persone che seguono logiche di profitto, che seguono quello che il pubblico sembra volere, che vuole quello che l’algoritmo gli ha insegnato a volere.
Non esiste più un “dietro le quinte”. La camera da letto diventa set, i problemi personali diventano contenuti, le relazioni performance, come se fossimo sempre in diretta, sempre osservati, sempre giudicati e soprattutto con l’idea di creare infiniti album di memorie ad uso anche di terzi.
Conclusione
Gli agenti AI non sono semplici strumenti. Sono strumenti di architetti che costruiscono una realtà che sostituisce la vita vera con lo spettacolo continuo, elimina il mistero e il silenzio, congela il presente in un eterno riciclo del passato.
I giovani vivono un paradosso crudele: sanno che tutto è finto ma non hanno mai conosciuto nient’altro. E a chi ha conosciuto altro, ad esempio i divani di una volta, manca il coraggio di rielaborare il presente.
La vera domanda è: “Posso esistere senza essere contenuto? Posso vivere momenti senza condividerli?”
Il punto, quindi, non è diventare anti-tecnologia. È ricordare che siamo più della somma dei nostri dati, più delle nostre performance digitali. Siamo esseri capaci di mistero, di silenzio, di profondità. E questo, nessun algoritmo potrà mai catturarlo o replicarlo.
Buon ascolto.
Sonde ( Subsonica ft Willie Peyote ) , La realtà non esiste ( Claudio Rocchi) , Immagina (Shablo, Inoki & Joshua) L’immagine in evidenza è una foto di Claudio Rocchi
Post Scriptum:
Dopo aver visto i giovani fotografare la colazione, mi è scappato l’occhio su una articolo pubblicato sul Corriere della Sera con dati e informazioni che sintetizzo (consiglio lettura dell’articolo completo) e che impongono delle riflessioni: da gennaio a luglio 2025, 815 giovani sono stati ricoverati in Lombardia per tentato suicidio o autolesionismo grave, il doppio dei 407 dell’intero 2019. L’aumento del 47% rispetto al 2024 indica un’accelerazione preoccupante del disagio giovanile.
Il 90% dei ricoveri riguarda ragazze adolescenti che “tagliano, bruciano, affamano” il proprio corpo, come testimoniano i neuropsichiatri infantili. Circa 150.000 giovani lombardi sono seguiti per problemi neuropsichiatrici, ma i posti letto dedicati sono insufficienti e mancano specialisti. Questi numeri non sono statistiche astratte. Sono il prezzo concreto di una generazione cresciuta nella performance continua, nell’impossibilità di essere imperfetti, nell’obbligo di essere sempre “aesthetic”. Ogni like mancato diventa un rifiuto, ogni confronto con vite fittizie alimenta l’inadeguatezza. La “hollywoodizzazione” della vita di cui parliamo non è solo un fenomeno culturale interessante da analizzare. È un’emergenza sanitaria che richiede azioni immediate: servizi di supporto psicologico accessibili, educazione emotiva nelle scuole, spazi di decompressione dalla pressione digitale.
Mentre discutiamo di Maya e illusioni digitali, i nostri ragazzi stanno letteralmente morendo per l’incapacità di distinguere tra la finzione dei social e la realtà delle loro vite. È tempo di agire, non solo di teorizzare. La realtà potrà anche “non esistere” nel mondo digitale, ma il dolore di questi giovani è terribilmente, tragicamente reale.
E mentre il cappuccino si raffredda, vale la pena chiedersi: preferiamo l’illusione calda dell’AI o la realtà fredda di un caffè non fotografato?
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