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Non è colpa tua se quella mattina avevo un appuntamento col destino: le avevo le scarpe infortunistiche e avevo pure il casco, mannaggia. E se fossi rimasto 1 h in più con te, avrei incontrato il destino per strada o, peggio, a casa. 

di Francesco Landucci

La città ti si appiccica addosso in queste giornate malinconiche. Pioviggina a pezzi un cielo grigio, tu non esci con gli amici stasera ma rimani a casa a misurare il rumore di un’assenza.

Ti ho visto l’altro giorno, al giardino, ti ho visto svuotato. Ho raccolto tutta l’aria che potevo nel petto per poi rilasciarla con violenza e far vibrare le corde vocali “corri, ragazzo, corri” ma di uno sforzo immane è rimasto solo un refolo di vento, a spettinarti il ciuffo. Non è colpa tua se quella mattina avevo un appuntamento col destino: le avevo le scarpe infortunistiche e avevo pure il casco, mannaggia. E se fossi rimasto 1 h in più con te, avrei incontrato il destino per strada o, peggio, a casa. 

Ho cercato di accarezzare la mamma con queste mani ancora sporche di grasso perchè quel suo sorriso meraviglioso manca anche a me. Tutto inutile: di una carezza rimane una sensazione passeggera: un’intuizione disestesica o un presentimento. Lo spazio infinito che ci separa è millimetrico ma invalicabile e io mi devo accontentare: non c’è alternativa quando la materia lascia spazio all’anima. 

Piove a pezzetti su questa nostra città oggi e tu devi andare a scuola.  Non mi vedi ma io sono sulla porta, sono le sette e sono di corsa ma ti devo dare un bacio: il nostro rito non prevede eccezioni. 

Se questo sacrificio servisse a evitarne altri, il peso di una lastra di cemento saprebbe essere leggero. Invece no. La mia morte è l’ennesimo sacrificio offerto a un dio con problemi di memoria. Le chiamano bianche queste morti per un daltonismo ipocrita: io di quel giorno ricordo solo il rosso caldo del sangue e il grigio duro del cemento. Bianca è la vernice con cui hanno coperto una storia ignobile scritta sul muro di un cantiere. 

Le scarpe antinfortunistiche le ho messe anche stamani. Il casco è in macchina e lo indosserò appena arrivato in cantiere: dobbiamo posizionare quelle maledette lastre di cemento e non li lascio certo soli i miei colleghi, oggi. Tu hai il compito di italiano, lo so, e anche se ho fatto la terza media non lascerò nemmeno te solo, oggi, davanti a quel foglio bianco. Mi siederò, polveroso, in fondo all’aula, in quel posto libero, sulla destra. So che non potrai vedermi, che non potrai sentire la mia voce ma magari vedrai le impalcature fuori dalla finestra, in fondo alla strada, magari sentirai il rumore delle ruspe, là fuori, magari sentirai l’odore della polvere e capirai, con sollievo, che ciò che si ama non muore mai. 

Ti voglio bene.
Papà.


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Francesco Landucci